MPS dotazione solida e schizza in borsa

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MPS: dotazione solida e schizza in borsa

Abbiamo dato soltanto pochi giorni fa la notizia della crisi del Monte dei Paschi di Siena che, in un primo momento, non aveva nemmeno avuto un risvolto in borsa. Poi la perdita di quota del titolo e infine il rimbalzo.

Il titolo dell’istituto di credito senese, in questo momento, ha ritrovato vigore dopo che si è fatta chiarezza sui fondi della banca e quindi molti investitori si sono convinti che nonostante la crisi non ci sarà il tanto temuto default. I dati con cui i mercati, ora, tirano un sospiro di sollievo, sono quelli dati in pasto ai media dall’AD Viola durante una conference call sul bilancio della banca.

Quello che è sembrato evidente è che il buco, la perdita patrimoniale di 730 milioni di euro, additata dagli investitori, in realtà, è stata già contabilizzata, perfino negli esercizi precedenti, per i tre strutturati: Alexandria, Santorini e Nota Italia.

Questo vuol dire che le perdite, le uscite, le beghe patrimoniali appartengono al passato e se si andasse a fare una stima della dotazione patrimoniale del paese, scopriremmo che è solida e infatti il Core Tier1 pro forma è del 12,1 per cento partendo da un valore del 10 per cento di settembre. I cambiamenti futuri potrebbero rendere la banca senese più snella e più solida dal punto di vista finanziario.

Pronti i Monti Bond per il Monte dei Paschi

Sono pronti i cosiddetti Monti bond che dovrebbero risollevare le sorti del Monte dei Paschi di Siena, una banca in crisi anche se non si può parlare, effettivamente, di salvataggio da parte dello Stato.

Una recente conferenza stampa di MPS ha chiarito la questione dei fondi dell’istituto di credito senese che secondo l’AD sarebbe assolutamente con i conti a posto, nel senso che, se anche ci sono state delle forti perdite in passato, tutto è stato contabilizzato.

Questo non esclude che adesso stia per essere giocata la carta dei Monti bond per un valore complessivo di 3,9 miliardi di euro. Lo ha annunciato Alessandro Profumo, presidente di Monte dei Paschi di Siena. A sottoscrivere l’emissione di questi titoli ci penserà il Ministero del Tesoro che è convinto di poter usare i soldi non solo per rimborsare i Tremonti bond, ma anche per rinforzare le finanze della banca.

Un aiuto pubblico che non deve esse considerato come l’estremo atto dello Stato alle prese con un istituto di credito in crisi. Anzi, Bankitalia, ha confermato che il sistema creditizio tricolore è solido. In più, per gli scettici, ha parlato Vittorio Grilli spiegando che un’operazione del genere, lo Stato, mette in cassa il 9 per cento d’interessi rispetto al capitale emesso.

“Le banche italiane hanno retto ma ora pesa l’economia debole”

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Alitalia vicina al default “Ora lo Stato deve salvarla”

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Il governo sceglie la manovrina immobili a Cdp e tagli ai ministeri per mantenere il deficit al 3%

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Unipol esce da Mediobanca

Posted 10 ottobre 2020 by admin

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Unipol esce da Mediobanca. Come imposto dall’Antitrust a seguito dell’integrazione con Premafin-FonSai, la compagnia assicurativa ha sciolto i legami con Piazzetta Cuccia. La controllata Fondiaria-Sai, con il supporto di Equita Sim, nella giornata di ieri ha perfezionato l’ultima parte di un’operazione, partita già da settimane, sullo storico pacchetto complessivo del 3,83% detenuto in Mediobanca. Si tratta del collocamento della quota del 2,68% di piazzetta Cuccia: si è proceduto con un accelerated bookbuilding a piazzare l’intero pacchetto a un prezzo di 5,85 per azione. Questo dopo che Mediobanca ieri aveva chiuso a 5,97 euro, in rialzo dell’1,2%. Nell’ambito di questa operazione, secondo quanto si apprende, si sarebbe registrato un forte interesse soprattutto dall’estero (circa il 70%) anche se – si segnala – gli investitori italiani sarebbero ben posizionati. Complessivamente si sono registrate richieste tre volte superiori l’offerta.
Per azzerare completamente la posizione in Piazzetta Cuccia, manca all’appello ancora una quota dell’1,1%. E secondo quanto si apprende tale quota sarebbe stata già smobilizzata. In particolare – stando a indiscrezioni – la compagnia l’avrebbe venduta in modo frammentato nelle scorse settimane, subito dopo aver incassato il via libera dell’assemblea del patto allo «svincolo» del pacchetto dal patto di sindacato. Tuttavia dal gruppo Unipol non arriva alcun commento.
Azzerata la posizione di Fondiaria Sai, l’assetto di Mediobanca resta comunque incompleto. Almeno sul fronte della definitiva composizione (e peso) del patto di sindacato. Nelle scorse settimane l’accordo è stato rinnovato per altri due anni, ma il capitale vincolato è sceso al 30,05% dal precedente 42,03%. Questo dopo lo svincolo della quota da parte di Unipol (3,83% del capitale), Generali (2%), Italmobiliare (solo per l’1%), Marco Brunelli (0,16%) e i francesi di Groupama (4,93%). Centrato l’obiettivo del rinnovo “automatico”, resta da capire se il peso effettivo del capitale vincolato resterà al 30% o salirà per effetto di un rafforzamento di Vincent Bolloré. Il gruppo C che coinvolge gli investitori esteri e che in principio era formato da Bolloré appunto e Groupama, dopo la disdetta della compagnia assicurativa è sceso dall’11% al 6%. Tecnicamente, però, Bolloré ha tre mesi di tempo per decidere come (ri)posizionarsi nel nuovo patto. Solo a dicembre, infatti, quando scade l’accordo, le disdette avranno efficacia. E fino ad allora non sono escluse modifiche ulteriori del patto, con un rafforzamento del fronte d’Oltralpe. Allo stato attuale Bolloré sarebbe orientato a rafforzare la presa, salendo singolarmente fino all’8% (con l’assenso dell’assemblea del patto) e coinvolgendo altri investitori in modo da ricostituire il pacchetto dell’11%. Nel qual caso l’accordo di sindacato di Mediobanca dall’attuale 30,05% salirebbe al 35% circa. C’è tuttavia chi non esclude che alla fine il finanziere possa decidere di restare fermo al 6% del capitale.

Alitalia al bivio fra l’aumento e il commissariamento

Posted 10 ottobre 2020 by admin

L’ipotesi di lavoro a Palazzo Chigi per la crisi dell’Alitalia-Cai è un aumento di capitale per 300 milioni di euro, con l’ingresso nel capitale di una società pubblica che verserebbe da 100 a 150 milioni e diventerebbe l’azionista di riferimento della compagnia, con una quota tra il 30 e il 50% del capitale. Il resto verrebbe coperto da Air France-Klm (fino a 75 milioni) e dagli attuali soci italiani, in particolare i Benetton, Roberto Colaninno, Intesa Sanpaolo, non è escluso un nuovo nome: solo a queste condizioni le banche presterebbero altri 200 milioni.
Se non si troverà un’intesa, l’alternativa sarebbe il commissariamento di Alitalia, l’amministrazione straordinaria con la legge Marzano. La stessa strada percorsa nel 2008 quando Silvio Berlusconi liquidò l’Alitalia pubblica per consegnare la polpa alla Cai, la cordata dei «patrioti» guidata da Colaninno. Il commissario dovrebbe poi trovare un compratore, che potrebbe essere Air France-Klm.
Non c’è ancora una soluzione per la crisi della compagnia, che tra pochi giorni esaurirà la liquidità (l’Eni non è disposto a concedere ulteriore credito per le forniture di carburante oltre «il fine settimana»), ma queste apparivano ieri le uniche strade percorribili, sia nel governo sia tra gli azionisti. Il potenziale nuovo socio pubblico di Alitalia potrebbero essere le Ferrovie dello Stato, sebbene non si escluda la chiamata in causa di Fintecna.
Oggi alle 17 si riunisce il consiglio di amministrazione di Alitalia. Secondo fonti autorevoli, sono state le banche, guidate da Unicredit e Intesa, a porre come condizione per dare altri prestiti che ci sia una ricapitalizzazione di 300 milioni con la quale entri nel capitale una società pubblica come socio al quale fare riferimento.
Il premier Enrico Letta lavora per questa soluzione, mentre il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, si esprime con grande cautela: «Il Consiglio dei ministri non ha discusso della questione Alitalia», ha detto ieri sera. La condizione posta dal premier per l’intervento pubblico è la «discontinuità», l’esclusione dal comando dell’attuale compagine di venti soci italiani che – ha detto Letta – non hanno dato buona prova nella gestione, con 1,2 miliardi di perdite dal 2009 ad oggi. Sul tavolo del governo c’è il piano di integrazione treno-aereo presentato dalle Fs di Mauro Moretti, il quale ha detto: «Siamo un’impresa italiana, diamo un contributo a tutti nei limiti delle nostre possibilità e i limiti sono tanti».
Moretti ha posto condizioni dure, sintetizzate con il «fuori tutti», cioè una ricostruzione da zero del capitale Alitalia, escludendo tutti gli attuali soci e accogliendo solo chi sottoscriverà la ricapitalizzazione. Diversi soci italiani chiedono invece che venga valorizzata la loro quota prima dell’aumento di capitale, come se le azioni della Cai avessero ancora valore (ma il patrimonio netto consolidato è negativo per quasi 100 milioni), per questo hanno dato un incarico alla Ernst & Young.
Chi valuta l’alternativa del commissariamento osserva che, con la legge Marzano, Alitalia potrebbe continuare a volare solo se lo Stato desse garanzie sul rimborso dei nuovi debiti accesi dal commissario, si stima un fabbisogno di circa 500 milioni per il periodo invernale, fino a marzo. Senza queste garanzie, Alitalia resterebbe a terra.

Telecom, si rafforza il «golden power»

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Il governo potrà richiedere a Telefonica un dettagliato piano industriale con garanzie sugli investimenti. Si può considerare questa la prima conseguenza del complesso impianto regolamentare del cosiddetto «golden power» che ieri, al Consiglio dei ministri, è stato arricchito con l’esame preliminare di tre Dpr (decreti del presidente della Repubblica). Non è mancato un piccolo giallo finale, con il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni che a fine riunione ha spiegato che non si è parlato del tema, mentre subito dopo il sottosegretario a Palazzo Chigi Filippo Patroni Griffi ha chiarito che è stato effettuato un esame preliminare e l’esercizio effettivo dei poteri è solo «eventuale».
In effetti la normativa che consente al governo di esercitare poteri speciali, compresi quelli di veto, su operazioni legate ad aziende che operano in settori strategici necessita ancora di alcuni passaggi e di un po’ di tempo per essere pienamente operativa. Appare tuttavia già una significativa fiche sul tavolo del dialogo (o forse è più giusto dire trattativa) tra l’esecutivo e gli spagnoli dopo la salita in Telco con il controllo di fatto di Telecom Italia.
Il dossier è seguito da vari ministri e per competenze specifiche sulla rete di tlc da Antonio Catricalà, viceministro allo Sviluppo economico. Come anticipato dal Sole 24 Ore del 27 settembre la vera «arma» a disposizione del governo è il Dpcm (decreto del presidente del consiglio dei ministri) che aggiorna un precedente regolamento che individua le attività di rilevanza strategica per la difesa e sicurezza nazionale. Tra queste, con una mossa passata inosservata ai più, il governo ha inserito anche «le reti e gli impianti utilizzati per la fornitura dell’accesso agli utenti finali dei servizi rientranti negli obblighi del servizio universale e dei servizi a banda larga e ultralarga». Il Dpcm in questione, già inviato alle Camere per il parere, rispetto agli altri testi esaminati ieri dal Cdm ha agli occhi del governo un duplice vantaggio: iter più breve (serve solo il parere delle Camere) e possibilità di applicazione anche nel caso di acquisizioni o altre operazioni da parte di soggetti Ue (come Telefonica).
Ieri si è completato il puzzle, sebbene si tratti solo di un esame preliminare (occorreranno il parere delle Camere, quello delle Authority competenti e del Consiglio di Stato e un successivo passaggio al consiglio dei ministri). Come detto, si tratta di tre Dpr. Con il primo si definiscono gli asset strategici nei settori dell’energia, dei trasporti e delle stesse comunicazioni. Nell’energia vengono coperte dal decreto essenzialmente le rete Snam e Terna e le infrastrutture di approvvigionamento di energia e gas da altri Stati. Nei trasporti, sono inclusi i porti e gli aeroporti di interesse nazionale, la rete ferroviaria e autostradale di rilevanza per le reti trans europee, i grandi trafori. Per quanto riguarda le comunicazioni si fa riferimento agli impianti per i servizi a banda larga e ultralarga e alle reti in rame o fibra, ma come detto l’impiego di questo provvedimento resta una possibilità residuale rispetto al Dpcm sulla difesa, anche perché potrebbe valere solo su soggetti non Ue.
Gli altri due Dpr si soffermano sulle procedure per i poteri speciali, esercitabili solo in caso di minaccia di grave pregiudizio per gli interessi nazionali relativi alla sicurezza. Le operazioni di rilevanza strategica non si limitano alle acquisizioni, ma includono delibere aventi ad oggetto – tra l’altro – fusione o scissione, trasferimento dell’azienda o rami di essa o di controllate, trasferimento all’estero della sede sociale, cessioni di diritti reali o di utilizzo relative a beni materiali o immateriali o l’assunzione di vincoli che ne condizionino l’impiego. In questi casi deve scattare una notifica dettagliata a un ufficio ad hoc della presidenza del Consiglio (da istituire con successivo Dpcm), che includa, nel caso di acquisto di partecipazioni, anche «il progetto industriale perseguito con il relativo piano finanziario». Ma quali sono i poteri speciali? Di fatto, il fatidico golden power va dall’opposizione all’acquisto di partecipazioni all’«imposizione di specifiche condizioni relative alla sicurezza degli approvigionamenti, alla sicurezza delle informazioni, ai trasferimenti tecnologici, al controllo delle esportazioni». Per l’inosservanza sono previste sanzioni pecuniarie pari al doppio del valore dell’operazione e comunque non inferiori all’1% del fatturato realizzato nell’ultimo esercizio. Inoltre l’inadempienza fa scattare il congelamento dei diritti di voto connessi alle azioni o quote che rappresentano la partecipazione rilevante.

Telecom vola (+7%) nonostante Moody’s

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Telecom assorbe il declassamento del debito a junk, “spazzatura”, con una sbandata iniziale subito recuperata in Borsa con una spettacolare fiammata, che ha finito per portare le quotazioni a 65 centesimi, +6,24% dal giorno prima. Dopo aver aperto in ribasso di oltre il 2%, il titolo viaggiava in progresso di circa il 5%, quando le agenzie hanno lanciato l’ipotesi di cessione di Tim Brasil e il rialzo è arrivato fino al 7%. «Non è in corso alcun processo formale o informale per la cessione della partecipazione in TIM Partecipaçoes», ha precisato poi in serata Telecom.
Nessuna spiegazione convince comunque del tutto per la ritrovata euforia su Telecom, il cui destino al momento è avvolto nella nebbia. La prima: Piazza Affari aveva già scontato il declassamento. Vero, ma il mercato obbligazionario (si veda altro articolo in pagina) sta prezzando tuttora i bond del gruppo a un livello di gran lunga inferiore al rating di Ba1 che Moody’s ha assegnato ieri con outlook negativo. Comunque non si giustificherebbe una reazione così entusiasta della Borsa, dove il titolo è stato addirittura sospeso per eccesso di rialzo.
La seconda: c’era molto scoperto. Vero, ma la grossa posizione short del magnate egiziano Naguib, che nel giro di una settimana è raddoppiata fino a interessare l’1,2% del capitale ordinario, non è stata chiusa. Comunque, osservano gli operatori, le ricoperture amplificano il movimento, ma non ne determinano la direzione. Il rialzo è stato sostenuto dagli acquisti, con volumi che ieri hanno interessato 316 milioni di pezzi (pari al 2,2% del capitale), il doppio rispetto al giorno prima.
La terza: la vendita di Tim Brasil. Chiaro che, in assenza di aumento di capitale, la cessione di Tim Participaçoes (la capitalizzazione di Borsa del 100% sfiora i 9 miliardi di euro) sarebbe l’unica operazione in grado di abbattere il debito, che viaggia intorno ai 40 miliardi. Ma pensare di spuntare dalla vendita del 67% detenuto da Telecom Italia una cifra di 9-10 miliardi di euro non è del tutto compatibile con la prospettiva di integrazione con Telefonica.
La quarta (e forse la più significativa): la presa di posizione di Blackrock. Il gigante dell’asset management Usa è salito al 5,123% di Telecom, superando la soglia rilevante il 1° ottobre. Un atto di fiducia sulle prospettive del titolo che contraddice la scommessa al ribasso, iniziata lo stesso giorno (sempre il 1° ottobre) da Sawiris. Che Telecom sia sottovalutata in Borsa è un dato di fatto, ma il recupero o meno della sottovalutazione dipende da cosa succederà al gruppo.
E questo è tutt’altro che chiaro. Lo scenario a breve non indurrebbe all’ottimismo. O avanza l’opzione di integrazione con Telefonica e allora il Brasile verrà sacrificato, concentrando gli sforzi sul recupero del mercato domestico che resterà l’unico ambito di attività. Oppure, temono gli operatori, tornerà d’attualità l’aumento di capitale che sembrava scongiurato. Scenari che contrastano, appunto, con il fermento del titolo, che da inizio settembre ha guadagnato in Borsa il 23% (passando da 53 a 65 centesimi) tra scambi che complessivamente hanno visto passare di mano più del 50% del capitale. La Consob, secondo quanto riferito dall’agenzia Radiocor (gruppo Il Sole-24Ore), ha ascoltato nei giorni scorsi i manager di Telefonica per avere delucidazioni sugli accordi stipulati in Telco, che, a partire da gennaio, assegnano agli spagnoli la facoltà, ma non l’obbligo, di salire al 100% della holding pagando ai soci italiani il prezzo di 1,1 euro per azione Telecom. Allo stesso tempo, Telefonica si riserva di fare marcia indietro in caso di limitazioni o impedimenti da parte di qualsivoglia autorità, sia in Sudamerica, sia in Italia.
Mentre il quadro è ancora confuso, il non facile compito per l’ad di Telecom, Marco Patuano, è mettere a punto il piano industriale in tempo per il consiglio del 7 novembre. Tra le azioni in cantiere c’è anche il modo di risparmiare sulla rete. Il capo dell’infrastruttura, Roberto Opilio, ieri era a Madrid per studiare il modello Telefonica.

Crediti Iva, sanzioni senza rimborsi

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Uffici in confusione sulle sanzioni da applicare a seguito del riconoscimento dei crediti da dichiarazioni omesse. Le sanzioni sono calcolate in maniera diverso con il rischio concreto, per il contribuente che paga di più, di non ottenere poi il rimborso delle somme eccedenti.
Al riguardo, le Entrate, nella circolare 21/E del 25 giugno 2020, hanno precisato che, a seguito del riconoscimento del credito, il contribuente deve comunque «gli interessi e la sanzione contestata ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo n. 471 del 1997, sulla parte di credito effettivamente utilizzata». Ma, al momento, sono tre le modalità di applicazione della sanzione (del 30%, riducibile al 10% se pagata entro 30 giorni) sulla comunicazione dell’ufficio:
– alcuni uffici applicano la sanzione solo sull’importo usato in compensazione, di cui alla dichiarazione “omessa”;
– altri uffici applicano la sanzione sia sull’importo usato in compensazione, di cui alla dichiarazione “omessa”, sia sugli altri importi usati in compensazione fino al giorno in cui l’ufficio riconosce l’esistenza del credito. In pratica, la sanzione viene chiesta sull’intero credito usato anche negli anni successivi perché riportato come eccedenza nelle dichiarazioni regolarmente presentate;
– altri uffici ancora applicano la sanzione sull’intero credito della dichiarazione omessa, anche se il credito non è stato mai usato.
Ad esempio, ad un contribuente che ha “omesso” la dichiarazione Iva 2009, relativa al 2008, con un credito di 146.313,00 euro, l’ufficio, dopo averlo riconosciuto interamente spettante, chiede le sanzioni del 10% sull’importo usato fino al giorno del riconoscimento del credito, cioè su 45.154,66 euro, di cui 1.330 relativi al credito da dichiarazione omessa e 43.824,66 relativi a dichiarazioni regolarmente presentate in anni successivi. Al contribuente, l’ufficio chiede sanzioni per 4.515 euro (il 10% di 45.154,66, con arrotondamento all’unità di euro), da pagare entro 30 giorni dalla comunicazione. Dopo i 30 giorni, le sanzioni sono dovute nella misura piena del 30%, per 13.546,50 euro (30% di 45.154,66). Il contribuente, per ottenere la convalida del credito di 146.313, ha quindi pagato 4.515 euro. Si noti che, probabilmente per dimenticanza, l’ufficio non ha chiesto gli interessi.
In tema di sanzioni si ricorda che, come detto, se il contribuente paga quanto chiesto è difficile che poi possa ottenere il rimborso delle somme pagate in più, anche se scaturenti da errore d’interpretazione dell’ufficio. Sul punto si applica, infatti, l’articolo 3, comma 2, del Dlgs 472/97, che ha per titolo “principio di legalità”, il quale dispone che se la sanzione è già stata irrogata con provvedimento definitivo il debito residuo si estingue, ma non è ammessa ripetizione di quanto pagato.
Al riguardo, sono perciò urgenti i chiarimenti dell’Agenzia, che, per evitare disparità di trattamento, deve indicare qual sia la corretta applicazione delle sanzioni. Per scongiurare ulteriore confusione potrebbe essere utile un ritorno al passato, cioè alla circolare 222/E del 30 novembre 2000, alla risoluzione 74/E del 19 aprile 2007 o alla circolare 54/E del 2002, con il riconoscimento in autotutela del credito, se effettivamente spettante. D’altra parte, si tratta di applicare la norma di legge, che esiste dal 1° aprile 1998, ed è contenuta, per l’Iva, nell’articolo 5 del Dlgs 471/97, il quale dispone che nel caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale dell’Iva, se non sono dovute imposte, si applica la sanzione di 258 euro.

L’estratto conto prova il finanziamento

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Anche le imprese individuali e le società di persone, non in contabilità ordinaria, devono comunicare entro il 12 dicembre 2020 tutti i “finanziamenti” o le “capitalizzazioni” concessi dai familiari dell’imprenditore (non dal titolare stesso) alla ditta individuale o dai soci alla società per importi superiori ai 3.600 euro. Questi dati dovranno essere recuperati extra-contabilmente dalle copie degli estratti conto o dalle quietanze delle fatture aziendali pagate con denaro personale.
Le società in contabilità semplificata, poi, rischiamo maggiormente di essere interessate dalla presunzione di fruttuosità degli interessi sui finanziamenti ricevuti, in quanto a differenza di chi è in contabilità ordinaria non gestiscono un conto denominato “finanziamento soci infruttiferi”, dove poter registrare i versamenti a titolo di mutuo.
Non sono obbligati ad inviare la comunicazione i soci o i familiari dell’imprenditore, che effettuano i versamenti, ma l’obbligo ricade sull’impresa, indipendentemente dalla forma giuridica con cui svolge l’attività imprenditoriale: imprese individuali (anche familiari o coniugali), società, cooperative, trust, enti non commerciali (se con attività d’impresa, anche non prevalente). Sono esclusi dalla comunicazione i professionisti, le associazioni professionali o le società tra professionisti.
Il provvedimento delle Entrate 2 agosto 2020 obbliga alla comunicazione tutti i soggetti che esercitano attività di impresa, sia in forma individuale che collettiva, senza nessuna esclusione per chi non è in contabilità ordinaria, cioè per chi non registra i movimenti finanziari dell’attività economica. Si tratta degli imprenditori individuali nel regime dei minimi, dei residuali o delle nuove iniziative ovvero delle ditte individuali o delle società di persone in contabilità semplificata. Non sono esonerate dalla nuova comunicazione neanche le associazioni che hanno optato per il regime della legge 398/1991. In tutti questi casi, la contabilità obbligatoria non ha alcuna informazione circa la movimentazione finanziaria dell’impresa, quindi, si dovrà analizzare tutto il denaro (anche in contanti) entrato in azienda dai soci persone fisiche o dai familiari del titolare. Non è ancora chiaro se vadano monitorate anche le restituzioni degli apporti. Non vanno inviati i versamenti che il titolare ha fatto alla ditta individuale, ma solo quelli dei suoi familiari.
Quindi, si dovranno raccogliere ora tutti gli estratti conti del 2020, selezionando i versamenti (e forse anche i prelevamenti) effettuati a titolo di “finanziamenti” o di “capitalizzazioni”. Per le ditte individuali, che non sono obbligate ad avere un conto corrente solo business, dovranno essere analizzati anche i conti personali del titolare, per selezionare gli eventuali versamenti da parte dei suoi familiari. I soci delle società e i familiari dei titolari delle ditte individuali, non in ordinaria, dovranno ricordarsi, poi, se quando hanno effettuato pagamenti di debiti aziendali in contanti, hanno utilizzato denaro non dell’impresa, ma personale. Anche questi pagamenti, infatti, possono essere considerati finanziamenti o capitalizzazioni e vanno comunicati.
In generale, tutte le somme versate alle società commerciali dai loro soci si considerano date a mutuo, a meno che dai loro bilanci o rendiconti non risulti che il versamento sia stato fatto ad altro titolo, come ad esempio in conto capitale o a copertura delle perdite (articolo 46, comma 1, Tuir). Se la misura degli interessi non è determinata per iscritto, poi, «gli interessi si computano al saggio legale» (articolo 45, comma 2, Tuir), che dal primo gennaio 2020 è pari al 2,5 per cento. Infine, se le scadenze dell’incasso degli interessi non sono stabilite per iscritto, «si presumono percepiti nell’ammontare maturato nel periodo d’imposta» (articolo 45, comma 2, Tuir). Quindi, nei casi in cui non vi sia alcuna giustificazione del versamento fatto alla società, questo si presume dato a mutuo fruttifero e i relativi interessi si considerano percepiti dal socio annualmente, con l’obbligo di assoggettarli a ritenuta d’acconto del 20% (se pagati ai soci persone fisiche, non imprenditori) e di tassarli ad Irpef in Unico PF. Per vincere la presunzione di fruttuosità è consigliabile far risultare che il prestito è infruttifero da un documento avente data certa anteriore o contestuale al versamento dello stesso.

Boom di richieste per il BTp a 7 anni

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Probabilmente un numero di richieste così elevata non se lo aspettava neppure il Tesoro. Il nuovo BTp a 7 anni emesso ieri attraverso un sindacato di banche ha fatto il pieno fra gli investitori istituzionali: ben 11 miliardi di euro di richieste che hanno permesso a via XX settembre di collocare l’ammontare massimo previsto, ovvero 5 miliardi, e di spuntare condizioni più favorevoli. Alla fine i nuovi bond sono stati infatti emessi al prezzo di 100,138, corrispondente a un rendimento lordo annuo all’emissione del 3,761%, dieci punti base in più rispetto alla scadenza più vicina (marzo 2021) sul mercato e leggermente meglio di quanto non ci si attendesse la sera prima.
Nel dettaglio, secondo quanto comunicato dal Tesoro, il titolo ha scadenza 1 maggio 2021, godimento 16 ottobre 2020 e tasso annuo 3,75% pagato in due cedole semestrali. Il regolamento dell’operazione – che è stata effettuata mediante sindacato costituito da quattro lead managers, Crédit Agricole, Credit Suisse, Hsbc France, UniCredit e dai restanti specialisti in titoli di Stato italiani in qualità di co-lead – è fissato per il prossimo 16 ottobre, mentre il 1 novembre 2020 sarà corrisposta una prima «cedola corta» pari allo 0,163043%.
Molteplici i motivi del successo, che è ancora più significativo perché arriva in un giorno in cui il calendario delle emissioni appariva piuttosto folto con le concomitanti emissioni di Germania (3,3 miliardi di euro di titoli a 5 anni con tasso allo 0,81%) e soprattutto Spagna (addirittura un trentennale per 4 miliardi al 5,213%, con modalità simili a quelle italiane). «Da settimane ormai si avverte un ritorno di interesse generalizzato degli investitori internazionali verso i titoli dell’Europa periferica che neppure le difficoltà del governo italiano sono riuscite a scalfire», spiega Claudia Segre, segretario generale di Assiom Forex. A questo elemento di fondo, l’analista aggiunge anche la scelta felice della scadenza, inedita fra gli emittenti governativi europei e per questo probabilmente interessante agli occhi degli investitori, e la novità del collocamento attraverso sindacato «che ha aiutato a gestire in maniera più efficiente l’intera operazione».
Il dato più importante del collocamento di ieri è in effetti il ritorno dell’interesse da parte degli operatori esteri, dai quali – secondo indiscrezioni di mercato – sono arrivate circa due terzi delle richieste complessive. Fra i più attivi figurano gli investitori del Regno Unito, seguiti da spagnoli, francesi e tedeschi. A livello di tipologia di investitore, invece, il grosso della domanda è arrivato dalle tesorerie delle banche e da asset manager.
La prima controprova del rinnovato appetito per gli asset italiani la si avrà già oggi, quando sul mercato finiranno 8,5 miliardi di BoT a 12 mesi (gli analisti di UniCredit Research prevedono un tasso in discesa poco sopra l’1% rispetto all’1,34% del mese precedente, che resta comunque relativamente attraente nei confronti del pari scadenza spagnolo), ma soprattutto domani. In programma c’è infatti il collocamento di BTp a 3 anni (per un ammontare fra i 3 e i 3,5 miliardi) e a 15 anni (0,75-1,25 miliardi), oltre alla riapertura di un CcTeu con scadenza novembre 2020 (sempre 0,75-1,25 miliardi). Gli esami, per il Tesoro, non finiscono mai.

Piazza Affari ignora lo stallo Usa

Posted 10 ottobre 2020 by admin

La nomina di Janet Yellen alla guida della Fed, ampiamente scontata dai mercati dopo il ritiro di Larry Summers, non è bastata a compensare le incertezze sullo stallo fiscale negli Stati Uniti. Per buona parte dei listini europei è stata così un’altra seduta di ribassi. La terza consecutiva per l’indice europeo Stoxx 600 (-0,65%). Fuori dal coro invece i listini dei Paesi periferici con Madrid che ha guadagnato l’1,29% e Milano lo 0,97 per cento. Decisamente meglio di Francoforte (-0,46%) e Parigi (-0,28%).
Per Piazza Affari la performance di ieri si inserisce in un trend di generale recupero del listino milanese partito dopo la fiducia ottenuta dal governo Letta. Da martedì scorso, giorno in cui sono uscite le prime indiscrezioni su un gruppo di dissidenti Pdl pronti a votare la fiducia, l’indice Ftse Mib ha guadagnato il 6,3 per cento. Nello stesso periodo lo Stoxx 600 ha fatto -1,61 per cento. La seduta di ieri è stata segnata dal balzo di Telecom Italia (+6,24%) con il mercato che evidentente ha dato più peso alle indiscrezioni sulla cessione di Tim Brasil che al declassamento a spazzatura del merito di credito da parte di Moody’s (vedi articolo a pag. 33).
La spinta complessiva in ogni caso è arrivata soprattutto dai bancari, il cui peso è determinante in termini di capitalizzazione. Ieri l’indice di settore ha guadagnato l’1,43% beneficiando del buon esito del collocamento del BTp a 7 anni del Tesoro (vedi articolo nella pagina accanto). Meno marcata è stata la reazione del mercato obbligazionario: il tasso del BTp decennale, dopo aver toccato un minimo di seduta a al 4,33% è risalito fino al 4,37% in chiusura. Con il mercato tornato a comprare Bund tedeschi (il tasso si è riportato all’1,81%) lo spread è così risalito a 256 punti, ancora sopra l’analogo differenziale spagnolo che viaggia a 252 punti.
I mercati finanziari, come accennato, continuano ad essere pesantemente condizionati dalla partita fiscale negli Stati Uniti. Al nono giorno di chiusura degli uffici pubblici (shutdown) per il mancato accordo sulla spesa, con lo spettro di un default se non dovesse essere innalzato il tetto al debito pubblico, i mercati sono decisamente nervosi. E neppure la nomina della “colomba” Yellen alla Fed è riuscita ad allontanare queste paure. D’altronde i rischi, soprattutto sul fronte debito, sono elevatissimi. Ieri Mohammed El-Erian, numero uno del maxi fondo Pimco ha dichiarato in un’intervista riportata da Bloomberg che un mancato accordo potrebbe avere conseguenze simili al crack Lehman Brothers del 2008.

Lavoro e fine degli stimoli le scommesse più difficili

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Non sarà facile. Neanche per Janet Yellen, che è stata protagonista nella costruzione della “nuova” Federal Reserve. Non tutto è andato infatti per il verso giusto, e dal 1° febbraio il nuovo presidente della banca centrale di Washington avrà un compito difficile da svolgere.
La nuova strategia di comunicazione della Fed è tutta sua. Yellen ha presieduto il comitato sulla forward guidance, che consiste nell’esplicitare le mosse future della politica monetaria. È anche frutto delle sue insistenze la scelta, come boa attorno alla quale cambiare rotta e alzare i tassi, di un livello di disoccupazione (il 6,5%).
Il nodo dell’occupazione
“Se l’è andata a cercare”, potrebbero ora dire i critici della politica della Fed. Comunicazione e lavoro, infatti, sono proprio le due sfide più importanti per la Banca centrale. È dubbio a molti economisti, di diversa impostazione, che la politica monetaria possa davvero ridurre la disoccupazione. Negli Usa c’è un legame (statistico) tra inflazione e occupazione, ma non è chiaro se abbia retto alla crisi e alla distruzione di competenze dei lavoratori. La tesi della Yellen è che, malgrado l’enorme liquidità finora creata, l’inflazione non potrà ripartire con un’offerta di lavoro così bassa, e i dati sui prezzi – +1,5% – le danno ragione: in ogni caso bisogna raggiungere il 2% e non sarà facile.
Obama e le bolle
Queste prese di posizione hanno garantito al nuovo presidente la fama di “colomba”, favorevole a una politica espansiva. Anche in assenza di inflazione, però, l’aspettativa di tassi bassi per lungo tempo può generare bolle. Oggi non si teme tanto un rialzo inarrestabile di quotazioni finanziarie e immobiliari, facilmente individuabile, quanto una sottovalutazione dei rischi (ai quali dovrebbero essere legati maggiori rendimenti e quindi prezzi relativamente più bassi). È uno dei fenomeni che ha generato la crisi del 2007, ma anche quella di Eurolandia del 2020.
È per questo motivo che, quando nei giorni scorsi è emerso che Barack Obama cercava un presidente “anti-bolle”, in tanti hanno pensato che le chances della Yellen erano ormai svanite. A settembre, del resto, una fonte della Casa Bianca aveva rivelato che il presidente non era esattamente entusiasta della candidatura della vice di Ben Bernanke.
Janet Yellen, invece, è molto attenta a questi temi. Prima della crisi del 2007, era sua una delle poche voci, nella Fed, che parlavano del rischio di bolle generato da una politica troppo espansiva troppo a lungo. Oggi però i banchieri centrali pensano che questi problemi non si combattono con tassi più alti, ma con misure macroprudenziali. La nuova presidente della Fed è quindi talmente favorevole alle regole di Basilea III – invise alle banche Usa – da volerle rafforzare per le aziende di credito più grandi. In casa, nelle sue discussioni con il marito – George Akerlof, vincitore del Nobel con Stiglitz e Spence – avrà del resto ascoltato molti argomenti “contro” il sistema bancario. Il confronto con i grandi gruppi Usa sarà però molto difficile anche per una leader molto capace di costruire il consenso come lei. Il mercato ha comunque gradito la sua nomina: se contro le “bolle” non serve una stretta, non ci sarà una corsa ad aumentare il costo del credito.
Tassi e bilancio
Il problema di chiudere l’attuale fase della politica monetaria però esiste, e i tassi Usa sono comunque destinati a salire cominciando dalle scadenze più lunghe, e le dimensioni del bilancio Fed dovranno lentamente sgonfiarsi. La banca centrale ha già annunciato il tapering, la riduzione dei nuovi acquisti di titoli – che tengono i rendimenti bassi – con l’obiettivo di azzerarli quando la disoccupazione sarà al 7%. La Yellen – a cui si attribuiscono buone capacità di prevedere l’andamento dell’economia – potrà forse concedere qualcosa su tempi e velocità del tapering, soprattutto se continuasse lo stallo politico sul bilancio federale, ma niente di più. Quando gli acquisti si ridurranno – lo si è visto nelle scorse settimane, dopo il primo annuncio – molte cose cambieranno. Negli Usa, ma anche nei paesi emergenti che ruotano attorno al dollaro.
Errori di comunicazione?
Gestire questa fase sarà complicato. Il primo test della nuova leadership sarà quindi sulla comunicazione, che preannuncia il futuro: proprio nello spiegare il tapering Bernanke ha compiuto errori, si è detto, creando turbolenze sui mercati. In realtà l’attuale presidente non ha potuto fare a meno di rivelare l’incertezza della Fed sul da farsi, e gli investitori lo hanno capito perfettamente. La Yellen quindi dovrà innanzitutto ridare una strategia alla Fed, e interpretare nel modo giusto quella forward guidance – che è una strategia totale, non una forma di comunicazione di scelte prese in base ad altri motivi – che lei ha fortemente voluto.

«Ora taglio forte del cuneo»

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Nessun aumento di imposte o accise e l’assicurazione che l’obiettivo di reperire risorse certe per mantenere il deficit/Pil sotto la soglia del 3% è stato raggiunto. Al termine di un consiglio dei ministri «bombardato dalle tante notizie sbagliate che sono circolate sul decreto in esame» è stato il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, che ha chiarito i termini delle decisioni adottate. Tagli semi-lineari su spese rimodulabili di alcuni ministeri e tagli su alcuni trasferimenti agli enti locali per un totale di 1,1 miliardi. Cui si aggiunge la vendita di immobili di proprietà del Demanio alla Cassa depositi e prestiti (o una società veicolo) per un altro mezzo miliardo. Niente risorse aggiuntive, invece, per rifinanziare la cassa integrazione in deroga. «La misura per il momento non c’è – ha detto il ministro – ma la discuteremo e faremo le scelte con la legge di stabilità o in un provvedimento parallelo a essa collegato».
L’unica altra misura finanziaria adottata, del valore di 210 milioni di euro stanziati per affrontare l’emergenza immigrati, è stata garantita con una rimodulazione di fondi già disponibili nel bilancio del Viminale. Nessuna discussione, invece, sul caso Alitalia.
Fabrizio Saccomanni s’è detto soddisfatto dell’esito della riunione: «Domani (oggi per chi legge, ndr) partirò per Washington per l’assemblea del Fondo monetario internazionale – ha affermato in apertura della conferenza stampa tenuta a Palazzo Chigi – e mi faceva piacere annunciare che il governo ha ricevuto una nuova fiducia ed è in grado di gestire le sfide di politica economica e che abbiamo preso misure per riportare il saldo dell’indebitamento netto nella soglia del 3%, che è un punto qualificante».
Il ministro, che era affiancato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi, ha poi confermato che è stato effettuato anche un primo esame informale delle tante misure che confluiranno nella legge di Stabilità 2020, il cui varo è previsto per martedì venturo, al suo ritorno da Lussemburgo, dove lunedì parteciperà alle riunioni in agenda dell’Eurogruppo e dell’Ecofin. Al centro ci sarà il taglio del costo del lavoro, con un intervento sul cuneo fiscale e contributivo «che confermo sarà significativo ma che non posso ancora quantificare».
La legge di stabilità seguirà il solco tracciato con la Nota di aggiornamento del Def, che ieri ha incassato il via libera del Senato. E sarà modulata seguendo le raccomandazione dell’Unione europea. Il ministro, in particolare, ha parlato di un «impegno chiaro» per garantire un maggior controllo sulla spesa corrente, accompagnato da un maggior margine d’azione per la spesa destinata agli investimenti. L’altro obiettivo che verrà perseguito è quello di ridurre il più possibile la pressione fiscale.
Insomma il consiglio dei ministri di ieri sera ha confermato l’immagine, ha detto Saccomanni, di «un Governo nella pienezza dei suoi poteri e in grado di gestire le sfide della politica economica per un periodo di tempo congruo». Sfide necessarie per assicurare ai mercati internazionali la sostenibilità della finanza pubblica italiana e, in particolare, del rifinanziamento del suo debito pubblico. Un’affermazione accompagnata da qualche «elemento di rimpianto» ha infine osservato il ministro, quando ha fatto riferimento all’andamento dello spread BTp–Bund delle ultime settimane. «C’è stato un certo grado di volatilità sui mercati – ha osservato Saccomanni – ma poi quello che riteniamo un indicatore importante, lo spread appunto, si è abbassato a livelli più congrui rispetto al momento acuto e se non ci fosse stata l’instabilità politica si sarebbe già avvicinato a livelli più alla nostra portata già a fine 2020».

Varata la correzione da 1,6 miliardi

Posted 10 ottobre 2020 by admin

Tagli semi-lineari per 550 milioni alle spese rimodulabili dei ministeri, con l’esclusione di Salute, Istruzione e Ricerca. Giro di vite per altri 550 milioni alle uscite degli enti locali (con incidenza sul deficit) collegate al patto di stabilità interno attraverso la sospensione degli sconti agli enti locali virtuosi. E vendita di immobili dello Stato per 500 milioni alla Cassa depositi e prestiti. È questa la copertura scelta dal Governo, alla fine di una lunga giornata in cui si sono rincorse molte voci su nuovi balzelli fiscali con conseguenti tensioni nella maggioranza, per il decreto sulla manovrina correttiva da 1,6 miliardi varato in serata dal Consiglio dei ministri per rientrare sotto il fatidico tetto del 3% del rapporto deficit Pil. Nel provvedimento approvato al termine di una riunione durata oltre tre ore non compare, dunque, alcun aumento degli acconti Ires e Irap di novembre dovuti dalle società. Niente aumento anche per le accise sulla benzina, che era previsto soltanto nelle prime bozze del decreto legge.
Il testo finale prevede anche la destinazione di 190 milioni per fronteggiare l’emergenza immigrazione e di altri 20 milioni per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. In questo caso la copertura è garantita da interventi sul Fondo rimpatri, sul Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso e dai versamenti Inps al bilancio dello Stato legati alle entrate derivanti dalla regolarizzazione degli immigrati.
Congelato invece il rifinanziamento della Cig in deroga per 330 milioni e di 35 milioni della social card che a questo punto scatteranno, almeno secondo la nuova road map dell’Esecutivo, con un decreto parallelo alla legge di stabilità da varare il 15 ottobre. Sarebbero state poi congelate anche altre misure inserite nelle varie del decreto: dagli indennizzi, per 5 milioni l’anno, alle imprese per danni causati dai “No Tav” fino al passaggio del Fondo di garanzia per le Pmi dal Mediocredito centrale al ministero dell’Economia.
Alla fine, il decreto è uscito dal Consiglio dei ministri in una versione più leggera di quella ipotizzata nei giorni scorsi. E soprattutto senza alcun nuovo balzello fiscale. L’ipotesi di un aumento degli acconti Ires e Irap sulle società ancora ieri mattina continuava ad essere gettonata. Un intervento sulle accise sulla benzina sembrava invece definitivamente tramontato già lunedì scorso anche se ancora ieri circolavano voci di un aumento dai 3 ai 6 centesimi. Ma il Pdl ha subito fatto muro. «Circolano varie indiscrezioni più o meno credibili, per lo più incredibili», ha affermato il capogrupoo Pdl alla Camera, Renato Brunetta, prima ancora che il Consiglio dei ministri terminasse. Ma prima ancora era stato il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, a cercare di sgomberare il campo dai dubbi escludendo categoricamente nuovi aumenti di tasse. E lo stesso ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, al termine del Consiglio dei ministri ha definito le voci su coperture di tipo fiscale «frutto di informazioni non corrette».
L’obiettivo primario del titolare di via XX Settembre è stato comunque centrato: riportare subito l’asticella del rapporto deficit-Pil sotto quota 3 per cento. E con questo risultato Saccomanni vola ora verso due importanti appuntamenti internazionali: oggi sarà a Washington per la riunione al Fondo Monetario Internazionale e lunedì approderà a Lussemburgo per l’Ecofin.
Quanto alle misure adottate, il decreto prevede un meccanismo ad hoc per semplificare e accelerare le procedure di dismissione di una fetta di immobili dello Stato per 500 milioni, che non saranno conferiti alla Sgr in fase di decollo al Tesoro ma verranno acquistati direttamente dalla Casa depositi e prestiti. Sul versante dei tagli, l’operazione innescata dal decreto punta a realizzare una riduzione di spesa per complessivi 1,1 miliardi. Metà dovranno arrivare da una stretta sulle spese rimodulabili dei ministeri, a cominciare da quelle con “impegni” non completati, dalla quale saranno esclusi i dicasteri della Salute, dell’Istruzione e della Ricerca. Gli altri 550 milioni saranno recuperati con un intervento sul Patto di stabilità degli enti locali che dovrebbe riguardare in prima battuta i cosiddetti comuni virtuosi.
Su questo fronte le bozze del decreto succedutesi fino al pomeriggio prevedevano anche la destinazione di 120 milioni al fondo di solidarietà comunale 2020 per assicurare ai Comuni il gettito Imu. Sempre nelle ultime bozze compariva la riduzione di 100 milioni del limite massimo di spesa che le Regioni possono escludere dal Patto di stabilità per sostenere programmi d’intervento con fondi Ue.

L’ispezione comincia in ufficio

Posted 10 ottobre 2020 by admin

L’ispezione comincia con le indagini d’ufficio. Infatti prima dell’accesso vero e proprio gli ispettori devono raccogliere tutte le informazioni e documentazioni sul soggetto da sottoporre a controllo, ricorrendo alle banche dati. Obbligatoriamente devono acquisire le informazioni sull’organigramma aziendale, sulla forza lavoro denunciata e sulla situazione contributiva e assicurativa. A stabilirlo è lo schema di codice di comportamento a uso degli ispettori del lavoro, messo a punto dal ministero guidato da Enrico Giovannini, e pubblicato ieri sul sito internet al fine di una consultazione pubblica sui contenuti.

Codice comportamento. Il nuovo codice, che andrà a sostituire quello attualmente vigente del 2006, scaturisce dalla nuova disciplina dettata dal dpr n. 62/2020, il regolamento di comportamento per i dipendenti pubblici. A differenza di quello vigente, il nuovo codice si presenta arricchito tra l’altro dell’art. 5 che reca la cosiddetta fase di «preparazione dell’ispezione».

La fase di preparazione. In pratica, tale fase prevede che, in base al tipo di intervento da effettuare, l’ispezione sia preceduta da un’attività di preparazione a cura degli stessi ispettori e del personale amministrativo, al fine di raccogliere le informazioni e la documentazione relative al soggetto da controllare, con ricorso alle banche dati. Tale attività di preparazione costituisce addirittura un obbligo per l’ispettore che, prima del primo accesso ispettivo, deve acquisire ogni informazione relativa all’organigramma aziendale, alla forza lavoro denunciata e alla situazione contributiva e assicurativa. In particolare, a eccezione dei casi di vigilanza a vista (si tratta delle ispezioni programmate per settori di attività o per ambiti territoriali) e degli accessi brevi, il codice stabilisce che gli elementi necessari per dare avvio alle indagini riguardano:

a) la tipologia e le motivazioni dell’intervento, con allegata l’eventuale richiesta di intervento;

b) l’attività svolta dal soggetto ispezionato, con indicazione di eventuali appalti pubblici affidati e del contratto collettivo applicabile;

c) il «comportamento contributivo», incluse le informazioni sulla regolarità contributiva e assicurativa e alle eventuali procedure di riscossione coattiva in corso;

d) le denunce obbligatorie effettuate, le autorizzazioni rilasciate e gli eventuali contratti certificati;

e) ogni ulteriore informazione messa a disposizione dall’amministrazione funzionale all’ispezione.

In campo i consulenti del lavoro. Il codice ancora ribadisce la centralità del ruolo dei consulenti del lavoro, cui il soggetto ispezionato può rivolgersi per farsi assistere. A tal fine, l’ispettore è tenuto a verificare che il professionista sia abilitato, annotando gli estremi dell’iscrizione al relativo Albo. In presenza di esercizio abusivo della professione, l’ispettore deve procedere all’immediata comunicazione alle autorità competenti vietando, inoltre, al soggetto non abilitato di assistere all’ispezione in corso.

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