Materie prime i 10 paesi più penalizzati dall’oro

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Materie prime: i 10 paesi più penalizzati dall’oro

L’oro sta attraversando un brutto momento: non solo è iniziato il trend ribassista ma negli ultimi cinque giorni di contrattazioni, ha perso il 15 per cento del suo valore. Oggi, un’oncia d’oro, costa appena 1350 dollari.

Gli analisti attribuiscono la crisi dell’oro ad almeno due motivi. Il primo è che molti paesi, in preda alla crisi economica, abbiano deciso di liberarsi delle riserve auree per pagare i debiti accumulati negli anni. Il secondo motivo della flessione parte da una riflessione o meglio da una previsione più ampia.

L’oro, negli ultimi tempi, era stato considerato un bene rifugio per via del fatto che rappresentava un’ottima alternativa alla futura iperinflazione. Questo scenario, però, non si è realizzato e allora non c’è più bisogno di accumulare oro nei propri forzieri.

Ma quali sono i 10 paesi che soffriranno maggiormente per la perdita di valore dell’oro? Al primo posto ci sono gli Stati Uniti che in sessant’anni hanno dimezzato le loro riserve portandole a 10 mila tonnellate ma restano comunque il paese con la maggior riserva aurifera del mondo.

Sul secondo gradino del podio troviamo la Germania che di recente ha anche provveduto a far rientrare in patria l’oro detenuto nei forzieri esteri con l’obiettivo di usare i lingotti anche per la realizzazione di monete celebrative.

Tag: oro

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Materie prime: i 10 paesi più penalizzati dall’oro

Corsa all’oro, exploit del palladio. Le cronache dell’ultimo periodo parlano di un vero rally del metalli preziosi a scapito di quelli industriali, penalizzati dal rallentamento della crescita cinese. E se invece da qui in avanti le occasioni migliori le riservasserro proprio questi ultimi? Molto dipenderà da come finirà la guerra commerciale Usa-Cina, ma le ultime notizie fanno ben sperare.

Palladio a parte infatti, tutti i metalli sono in qualche modo legati alla questione dazi. I più colpiti sono stati i metalli industriali che hanno anche scontato il potenziale rallentamento dell’economia cinese (grande consumatore di queste commodity) e che ha prodotto un 2020 tra i più nefasti, in termini di rendimento, degli ultimi vent’anni. La classifica delle peggiori perfomance vede al primo posto lo zinco con un calo superiore al 30%, seguito da nickel (-27%), piombo (-23%), rame (-17%) e alluminio (-15%).

Tutte però, con i buoni dati macro registrati da Pechino dall’inizio dell’anno e l’allentamento delle tensioni commerciali, stanno registrando un notevole recupero. Una risalita dei prezzi potrebbe essere favorita anche dal deficit produttivo di questi metalli, a cominciare dal rame che, con il danno ai siti minerari causato dalle recenti piogge in Cile, ha registrato un calo della produzione. L’investimento su questo tipo di commodity è ormai alla portata di tutti grazie all’utilizzo degli Etp (Exchange trade product) che rendono accessibili questi mercati a un costo piuttosto contenuto rispetto ad esempio ai future quotati su Londra dall’Lme. Il costo medio annuo (Ter) per questi prodotti può variare da emittente a emittente e può andare dallo 0,30% per un singolo sottostante fino allo 0,80% se per basket di materie prime o prodotti a leva. Unico accorgimento è quello legato al rischio cambio. Molti prodotti sono infatti quotati in dollari e quindi occorrerà seguire anche l’andamento dell’euro/dollaro.

Per quanto riguarda i metalli preziosi invece, dopo un periodo di solida risalita dei prezzi, potrebbero registrare una battuta d’arresto. L’accordo tra Usa e Cina sembra ormai molto vicino, specie dopo la decisione di ieri del presidente americano Trump che, in virtù del buon andamento delle trattative tra i due paesi, ha deciso di posticipare la data d’introduzione di nuovi dazi, prima fissata al 1° marzo 2020. La notizia, unita a delle previsioni di rafforzamento del dollaro, sta spingendo gli operatori a uscire progressivamente dalle posizioni di risk-off e si è già tradotta in un’interruzione del rally dell’oro che, una volta raggiunto il massimo relativo a 1.350 dollaro l’oncia nella seduta del 20 febrraio 2020, ha visto le quotazioni scendere fino ai 1.320 dollari di ieri. Un vero e proprio trend ribassista partirebbe però soltanto sotto i 1.320 dollari l’oncia, ossia andando a rompere a ribasso il supporto dinamico partito con il minimo del 14 novembre 2020 a 1,210 dollari. Un focus interessante per l’investimento è relativo al legame tra la dinamica dei prezzi dell’oro e l’andamento delle azioni aurifere, le cosiddette gold miners. Il metallo giallo e le azioni minerarie hanno sempre avuto una forte correlazione positiva. Le azioni aurifere tuttavia esprimono una migliore performance rispetto al prezzo dell’oro nei periodi di ripresa economica e forte rialzo dei mercati azionari. Non è quindi un caso se tra top i performer legati ai prodotti auriferi spiccano proprio queste azioni, in grado di raddoppiare quanto espresso dall’oro nell’ultimi tre mesi. Grazie alla tonicità dell’azionario che ha fatto da volano, questa categoria di azioni ha raggiunto un coefficiente di correlazione (beta) vicino a 2 rispetto all’andamento dell’oro, rendendo più interessanti le azioni rispetto al sottostante. Più fatica sta facendo invece l’argento, l’altro metallo prezioso per eccellenza: anche se in trend positivo, non ha registrato lo stesso boom del metallo giallo. L’argento ha infatti trovato nell’area dei 16,2 dollari, raggiunta il 20 febbraio scorso, una solida resistenza statica che ha fatto ripiegare i prezzi verso la chiusura di ieri a 15,8 dollari..

Un discorso a parte merita il palladio, che sta viaggiando su binari scorrelati rispetto a tutto il resto, soprattutto per merito della sua funzione fondamentale nella produzione dei convertitori catalitici nei sistemi di scarico delle autovetture. Il trend rialzista, a livello fondamentale, è tutt’altro che esaurito. In tutti i Paesi del mondo i requisiti ambientali stanno diventando sempre più stringenti e questo si tradurrà in un utilizzo sempre maggiore di questo metallo nella costruzione delle vetture.

Nonostante il rally rialzista in corso ormai dallo scorso agosto e i continui record segnati dopo il superamento del massimo storico precedente di 1.140 dollari, il palladio graficamente è ancora impostato bene. Il metallo nella seduta di ieri ha chiuso le contrattazioni raggiungendo un altro record a 1.529,1 dollari in netto rialzo rispetto alle quotazioni di venerdì scorso (+2,50%). L’accelerazione di ieri è dovuta alla rottura della resistenza di 1.500 dollari, barriera che la scorsa settimana aveva fermato per alcune sedute la corsa del prezioso. Un ottimo prezzo d’ingresso sarebbe proprio l’eventuale ritracciamento di quota 1.500 dollari, livello che consentirebbe inoltre d’impostare uno stop loss abbastanza stretto, a ridosso dei 1.495 dollari. Una discesa sotto lo stop invece potrebbe decretare la fine del trend rialzista di fondo. Sotto i 1.490 dollari si andrebbe a violare al ribasso la trend line ascendente che sta funzionando da supporto dinamico e che ha sorretto la corsa del palladio dal minimo relativo del 16 agosto 2020 a 829 dollari. L’operatività short alla rottura di questa trend line avrebbe come primo obiettivo un ritorno delle quotazioni sui 1.310 dollari, minimo del 25 gennaio 2020. (riproduzione riservata)

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