Materie prime FT Alphaville fa previsioni sull’oro

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Tag: materie prime

Opzioni binarie, con quale ritmo si deve investire

Come coniugare le strategie di trading alle proprie esigenze.

di Luigi Boggi – 20 Aprile 2020

Strategie opzioni binarie, perché le operazioni semplici sono le più redditizie?

Concentrarsi su pochi, pochissimi asset, studiarne i fondamentali, l’andamento storico, le potenzialità, è una buona strategia di trading, che parte proprio dalla conoscenza del bene o dell’attività sulla quale si andranno a scambiare opzioni binarie.

Materie prime: FT Alphaville fa previsioni sull’oro

L’oro è in una fase calante e forse s’inizia a dubitare anche della sua essenza di bene rifugio. In fondo, tutto quanto era stato previsto alla fine del 2020, si è sbriciolato nel primo trimestre e invece che raggiungere le quote massime, si raggiungono i livelli minimi.

Tutti gli investitori che non hanno voluto ascoltare le voci più accreditate sui trend di mercato relativi alle materie prime, forse si sono salvati dalla débacle dell’oro. In merito a questo metallo prezioso, infatti, si è praticamente svalutato all’inverosimile. Si pensava dovesse raggiungere la soglia dei 1900 dollari l’oncia, mentre adesso si dibatte del limite dei ribassi.

Un’interessante analisi del fenomeno è stata fatta sul blog del Financial Times curato da izabella Kaminska: FT Alphaville. In questo spazio web si è ribadito che l’oro ha sfondato una soglia minima molto importante che è quella dei 1200 dollari l’oncia e la fase ribassista potrebbe durare a lungo. Infatti il periodo di flessione andrà avanti.

A livello strategico, quindi, adesso, si cerca soltanto di interpretare la fine del ribasso e il punto in cui il trend s’invertirà. Il ribasso dell’oro dovrebbe arrivare fino a 800 o 900 dollari l’oncia. Ma è ancora da considerare un buona antidoto all’inflazione? A livello strategico c’è molta perplessità a riguardo.

Due Cents

Storie di economia politica e società

venerdì 16 gennaio 2009

L’anno del terrore (seconda parte)

In questi giorni stanno fioccando senza interruzione notizie economiche di una certa rilevanza, come ad esempio le nuove manovre studiate dalla Citigroup per uscire da un agonia che si trascina da più di un anno, Bank of America che potrebbe fare la stessa fine della Citi o il possibile collasso di buona parte del sistema pensionistico americano. Mi piacerebbe tanto avere quattro mani a disposizione e potere scrivere qualcosa a riguardo. Purtroppo devo rassegnarmi e limitarmi a terminare alcuni articoli rimasti in sospeso, tra cui questo che mi trascino dietro dalla scorsa estate.

Non esiste un modo carino di dirlo: la situazione Europa è un completo casino. L’Unione Europea comprende 27 paesi di cui solo una parte adotta la moneta unica. Alcuni come Danimarca e l’Inghilterra mantengono la propria valuta per esplicita scelta, altri come i paesi dell’est aspettano con ansia il momento in cui entrerà, anche per loro, in vigore l’euro. Le economie dei vari membri dell’unione inoltre, sono imperneate su alcuni specifici settori e necessiterebbero ognuna di una politica monetaria su misura. La politica della BCE risponde principalmente ai bisogni di un economia basata sulla produzione industriale di alto livello come quella tedesca e di conseguenza finisce col danneggiare inevitabilmente i “pigs”, come li chiamano gli inglesi, (anche se a quanto pare il termine venne coniato da un membro della deutsche bank) i paesi dell’area mediterranea caratterizzati da alti deficit pubblici e specializzati in produzioni di basso livello.

Prima però di lanciarmi in previsioni sul futuro dell’Europa vorrei che deste un occhiata alla tabella sotto compilata dalla Bespoke Investment Group :

Essa riporta l’aumento del “rischio paese” registrato dai cds a 5 anni tra il mese di Novembre e quello di Dicembre. Come si può notare i paesi ad aver peggiorato in misura maggiore la propria situazione sono tutti Europei. Ai primi posti infatti, si trovano alcune tra le nazioni più pericolanti dell’area euro: Irlanda, Austria, Grecia. Più in generale però è stata l’intera Europa ad essere percepita a Dicembre, come un luogo molto più rischioso dal punto di visto finanziario, di quanto non fosse il mese precedente.

Va precisato che i cds sul debito sovrano sono uno strumento volubile, soggetto ad improvvise fluttuazioni e dall’utilità discutibile. Quando un intera nazione fallisce chi ha rilasciato assicurazioni contro un simile evento di solito tende a non avere abbastanza denaro per soddisfare tutte le richieste di rimborso. In sostanza fallisce anch’esso. Come ha illustrato Bank of America in un suo studio, i cds sul debito sovrano non servono a nulla o per dirla con le parole usate da Tracy Allowy in un articolo su FtAlphaville: “è inutile che vi prepariate per l’Armageddon. Sarete morti comunque”.

Rimangono però un buon indicatore del rischio sul breve termine.

La tabella successiva della Bespoke riporta il costo dei cds a 5 anni per i singoli paesi:

Secondo questa tabella i paesi dell’eurozona, il cui debito sovrano è più costoso da assicurare e che quindi vengono ritenuti più rischiosi sono nell’ordine: Grecia, Irlanda, Italia, Austria, Spagna e Portogallo. Se un fallimento avverrà, tra i paesi che attualmente adottano l’euro, riguarderà con tutta probabilità, una di queste nazioni. Il che ci riporta alla domanda che ho posto (al nulla) più di una volta: “Che succede se un paese Europeo fallisce?”

Se si dovesse trattare di una nazione di dimensioni limitate e con un PIL di circa 250 miliardi di dollari come l’Irlanda, il resto dell’Europa potrebbe provare ad intervenire in qualche maniera, erogando prestiti o liquidità sotto altre forme, ma già con l’Austria il cui PIL si aggira attorno ai 380 miliardi di dollari la situazione si farebbe ingestibile, per non parlare ovviamente di cosa succederebbe in caso di fallimento Spagnolo o Italiano.

Se una delle grandi nazione all’interno dell’Unione dovesse arrivare al fallimento, rischierebbe seriamente di venire esclusa dall’euro con ripercussioni terribili sia per la moneta unica che per l’Unione, la cui stessa integrità verrebbe posta in discussione.

Paesi come l’Irlanda, l’Austria, la Grecia, la Spagna e l’Inghilterra, in un modo o nell’altro, si sono infognati fino alla radice dei capelli nella gigantesca bolla creditizia che ha investito le economie di tutto il mondo dal 2003 in avanti e adesso, dopo anni di rapida crescita si trovano costretti a fare i conti con un altrettanto rapido declino .

Il caso della Irlanda si può riassumere con una battuta che circola tra gli economisti: “l’unica differenza tra l’Irlanda e Islanda risiede nella lettera r”. In effetti l’Irlanda sembra avere seguito accuratamente la ricetta islandese sovraesponendo il proprio settore bancario ad una gigantesca bolla immobiliare, facendolo giocare con tanti pezzettini di carta dal dubbio valore e attirando ingenti capitali esteri grazie alle favorevoli condizioni fiscali. Quando la bolla è scoppiata le banche irlandesi si sono trovate ad un passo dal fallimento e come sempre accade in questi casi è dovuto intervenire lo stato a salvarle. I capitali esteri invece, data la condizione interna del paese stanno prendendo il volo.

L’Irlanda si trova ora garantire 400 miliardi di euro di esposizione del suo comparto bancario, una cifra due volte superiore al suo PIL. La disoccupazione nel paese è salita rapidamente fino a toccare il 10% mentre i consumi sono crollati. L’unica cosa che ha impedito alla piccola Irlanda di fare la fine dell’Islanda è stato l’ombrello protettivo offerto dall’euro. Se l’Irlanda avesse avuto una valuta locale il valore di quest’ultima sarebbe precipitato da tempo, trascinando nell’abisso assieme ad esso l’intera economia.

Quello da cui l’euro però, non può difenderla è la Standard & Poor’s. La famosa agenzia di rating ha posto sotto osservazione il rating dell’Irlanda, insieme a quello di Spagna e Portogallo, in vista di un possibile declassamento.

Anche in Spagna infatti, si sta consumando una carneficina economica. Come l’Irlanda e l’Inghilterra, la Spagna si era lanciata dai primi anni del 2000, in una folle bolla immobiliare con tutti gli annessi e connessi del caso. Una massa gigantesca di finanziamenti invase il paese grazie ai bassi tassi di interesse adottati dalla BCE. Nel grafico sotto si può notare come da metà del 2003 fin quasi all’inizio del 2007 il tasso di interesse reale sia stato pesantemente negativo (il tasso di interesse era inferiore al tasso d’inflazione). L’incentivo ad indebitarsi era troppo forte e gli Spagnoli vi risposero entusiasti.

Il denaro a basso costo che il settore bancario Spagnolo si trovò a disposizione venne riversato in parte sul mercato immobiliare e derivati connessi, ed in parte fu usato per finanziare i paesi emergenti in America Latina nei confronti dei quali le banche Spagnole sono esposte, secondo i dati della BIS (banca per i regolamenti internazionali) per più di 300 miliardi.

Il debito esterno del paese è praticamente raddoppiato nel giro di 4 anni passando dagli 870 miliardi di euro nel terzo quarto del 2004 ai 1686 nel terzo quarto del 2008 (il 155% del PIL).

Ora che le varie bolle sono scoppiate una dietro l’altra (o se preferite la gigantesca bolla che avvolgeva l’intero pianeta) la Spagna si trova a dover fronteggiare una situazione interna che si va progressivamente deteriorando. A Dicembre il PMI (purchasing manager index) un indice dell’attività manifatturiera si è attestato a quota 32,1 (sotto i 50 punti si parla di contrazione della produzione industriale). Il tasso di disoccupazione ha toccato a Novembre il 13,4% mentre la produzione industriale è crollata del 15,1% anno su anno. Gli economisti Spagnoli, preoccupati dall’aumento spaventoso della disoccupazione, discutono animatamente, cercando di prevedere il livello massimo che essa arriverà a toccare prima che la crisi completi il suo corso. C’è chi prevede un tasso di disoccupazione del 20% e chi parla addirittura di un 25%, un livello da grande depressione. Nel frattempo l’America latina nei confronti della quale le banche spagnole sono esposte, sta declinando a grande velocità.

La situazione in Austria è simile a quella spagnola. Fortunatamente gli austriaci non si sono lanciati in speculazioni immobiliari paragonabili. In compenso però, le banche Austriache hanno pensato bene di investire circa 290 miliardi di euro nei paesi dell’Est Europa e dell’Europa centrale – dall’Albania alla Russia – paesi che potevano vantare durante gli anni del boom, tassi di crescita molto elevati grazie all’afflusso di capitali esteri ed al facile accesso al credito, ma che stanno ora agonizzando mantenuti in vita da una flebo di prestiti che l’FMI e l’Europa stessa ha concesso loro. Il governo Austriaco negli scorsi mesi è intervenuto, a suon di miliardi di ricapitalizzazione, per sostenere il proprio settore bancario. Questo almeno è la facciata. In realtà tutti sanno perfettamente che gran parte del denaro andrà a sostenere i paesi dell’Est che senza il sostegno delle banche austriache non potrebbero sopravvivere. Il fallimento di anche uno solo di questi paesi scatenerebbe una reazione a catena profondamente distruttiva, che a partire dall’Austria investirebbe l’intera l’Unione.

Lo stato Europeo, però, che ultimamente si è imposto con prepotenza all’attenzione generale è la Grecia. Come rivela un articolo del Telegraph, negli ultimi anni, il settore delle spedizioni di merci via mare ha sostituito il turismo diventando il primo settore dell’economia Greca. Gli armatori del paese controllano un terzo del mercato delle spedizioni all’ingrosso via mare del pianeta e per finanziare le proprie operazioni si sono rivolti al sistema bancario bancario internazionale, prevalentemente banche inglesi. Ora il commercio marittimo è precipitato ai minimi termini. L’indice del baltico si è quasi azzerato, crollando del 96% dal picco dell’estate scorsa. Inoltre, le banche Greche si erano date allo shopping immobiliare nell’area dei Balcani (Serbia e Macedonia in particolar modo), ed in Turchia. Altri paesi le cui debolezze economiche sono venute alla luce in seguito alla crisi economica. Non è sorprendente che la Grecia stia accusando in maniera particolare la crisi. Il paese ha un altissimo rapporto debito/pil (94%) mentre il deficit è pari al 15% del PIL (il più alto dell’eurozona). Due giorni fa Standard & Poor’s ha tagliato il rating del paese portandolo da A ad A-, evento che contribuirà ad aumentare la pressione nei confronti degli altri stati Europei sotto osservazione.

La situazione Italiana purtroppo, meriterebbe un post a se stante. L’Italia è un paese immobile: non è cresciuto particolarmente durante gli anni della follia creditizia, ma almeno adesso, non si trova a dover precipitare per ribilanciare passati eccessi. Nonostante ciò la borsa Italiana non si è difesa bene nell’ultimo anno, come si vede nella tabella sottostante.

Tra i paesi dei G7 siamo quello che ha riscontrato le perdite più marcate. Non siamo i peggiori in Europa, ma sotto di noi troviamo ancora una volta i soliti sospetti: Austria, Grecia, Irlanda ecc.

I problemi dell’economia italiana sono diversi a partire da un altissimo debito pubblico che non vuole saperne di diminuire. Anzi, come era per altro prevedibile in una situazione di crisi economica, il debito è aumentato arrivando a 1.670,6 miliardi di euro. Il fabbisogno del settore statale sta salendo rapidamente: è passato dai 26,5 miliardi del 2007 ai 52,9 del 2008. I redimenti dei bot italiani allo stesso tempo hanno toccato i minimi storici. Non è un bel segnale. Riflette la grande paura degli investitori e dei piccoli risparmiatori e la loro diffidenza nei confronti del mercato azionario. Riguardo ai titoli di stato a fronte di una grande domanda da parte dei soggetti più piccoli, va segnalato che lo scorso mese andarono deserte 3 aste per specialisti. Gli specialisti sono acquirenti all’ingrosso dei titoli di stato (se volete farvi tanto male qua trovate la definizione precisa), essenzialmente banche e grossi istituti finanziari. Non è rassicurante il pensiero che i grandi soggetti non si fidino particolarmente del debito sovrano dell’Italia. La risposta del tesoro a questo avvenimento è stata:

”Cio’ che stupisce – prosegue il Tesoro – e’ che MF confonda le aste, il cui esito e’ quello sopra descritto, con i collocamenti supplementari riservati agli Specialisti in titoli di Stato, ai quali e’ data facolta’, fino alle ore 15,30 del giorno successivo all’asta, di sottoscrivere – al prezzo di aggiudicazione – una percentuale del quantitativo offerto nell’asta medesima (in questo caso pari al 10%). Si tratta pertanto di un collocamento a tasso fisso, di cui gli Specialisti si avvalgono a loro esclusiva discrezione, e il Tesoro, nella sua programmazione delle emissioni non fa affidamento sulla copertura potenziale che ne deriva (pur tenendone conto, com’e’ ovvio, nel calibrare i quantitativi delle emissioni successive)”.

”Se si fa una retrospettiva dei collocamenti supplementari – conclude la nota del Ministero – la loro natura di ”opzione” a disposizione degli Specialisti emerge con chiarezza, non essendo affatto raro, anche in condizioni di mercato particolarmente favorevoli, che non vi siano richieste in tale fase. Si sottolinea che i collocamenti supplementari, configurati giuridicamente come tranche a se’ dei titoli in emissione, esistono dal 1994”.

La risposta del ministero è convincente solo in parte. Considerando l’alta domanda da parte dei privati di buoni del tesoro, non vedo per quale calcolo bizzarro gli specialisti non dovrebbero sfruttare un opzione simile messa a loro disposizione se non per una implicita mancanza di fiducia. L’Italia è il paese Europeo che spende di più in interessi sul proprio debito (circa il 5% del Pil) e quest’anno dovrà rinnovare aprossimativamente un 20% di esso (si parla di una cifra attorno 300 miliardi di euro). Sebbene l’andamento attuale faccia ritenere che non sarà un problema per il paese rifinanziarsi è il caso di tenere gli occhi aperti. Data la nostra esposizione basterebbe un brusco strappo sui mercati internazionali a far precipitare la situazione.

Anche se sul versante del finanziamento pubblico dovesse andare tutto bene, la crisi si farà sentire in tutta la sua brutalità negli altri comparti. La nostra economia dipende in buona parte da settori estremamente sensibili a una recessione globale, come il turismo, la produzione di beni di lusso o la quella manifatturiera di basso livello, dalla quale non siamo riusciti a sganciarci quando avremmo dovuto.

La produzione industriale è crollata di un terrificante 12,3% a Novembre rispetto al dato di un anno prima. La banca d’Italia prevede che il PIL del paese scenderà di un 2% quest’anno e avverte che “la dinamica del prodotto potrebbe essere ancora più negativa se prendessero corpo i rischi di un ulteriore indebolimento dell’economia mondiale”. Considerando che i rischi “prenderanno corpo”, ci baceremo i gomiti se raggiungeremo un -2% di PIL.

Se sui “pigs” sta piovendo acido puro, anche la spocchiosa Inghilterra non si può certo dire all’asciutto. Dopo aver tagliato i tassi al minimo storico (ora sono all’1,5%) da quando è stata fondata nel lontano 1694, provocando il tracollo della sterlina, la banca centrale inglese ha deciso fosse il caso di tenere segreti i propri libri contabili. Essa potrà stampare tutto il denaro che vuole senza che nessuno possa conoscere la quantità che immette in circolazione o per usare le parole di condanna pronunciate da Lord James of Blackheath alla camera inglese:

” Rimuovete questo controllo e non ci sarà nulla in grado di fermare un inondamento non monitorato del mercato del denaro attraverso l’uso indisciplinato della pressa.

Se percorreremo quella via, seguiremo una strada che parte da Weimar, passa attraverso Harare e non deve finire a Westminster e a Londra.”

Ancora una volta il tentativo di re-inflazionare il mercato pare evidente. Perché i banchieri centrali si affidino sempre a questa strategia diventa chiaro leggendo un passaggio del famoso discorso che Bernanke tenne nel 2002 e che gli valse il sopranome di “Helicopter Ben”:

Nonostante un diffuso “pessimismo inflazionario”, durante gli anni 80 ed i 90, la maggior parte delle banche centrali dei paesi industrializzati sono state in grado di ingabbiare il drago dell’inflazione, se non di domarlo completamente. Sebbene un numero di fattori convergenti abbia reso questo risultato possibile, un elemento essenziale è stato l’elevata comprensione da parte delle banche centrali, dei politici e della gran parte del pubblico dell’alto costo che avrebbe consentire all’economia di allontanarsi dalla stabilità dei prezzi.

Tradotto: i banchieri centrali sono convinti di sapere come tenere a bada l’inflazione e quindi non se ne preoccupano particolarmente. Questa è una delle ragioni principali (ce ne sono altre) per cui ricorreranno a tutte le forme di quantitative easing che riterranno necessarie. Chi dice che una banca centrale abbia il potere di creare inflazione in quantità illimitata ha ragione. Una banca centrale potrebbe effettivamente creare denaro e distribuirlo lanciandolo dagli elicotteri come ha minacciato di fare Bernanke o appenderlo ai rami degli alberi come suggerisce Pritchard o ancora infilarlo dentro a delle bottiglie, spargerle per la nazione ed indire poi una gigantesca caccia al tesoro come postulò (scherzando) Keynes.

Sarebbe più corretto dire che una banca centrale, non può creare inflazione in maniera illimitata sperando di conservare intatto un qualcosa che possa essere definito “economia”, come dimostra la situazione dello Zimbawe che a 3 settimane dall’introduzione della banconata da 500 milioni ha dovuto introdurre quella da 50 miliardi. Adesso nel paese africano usano valuta straniera per vendere ed acquistare merci. In questo senso Bernanke e amici non hanno grosse speranze di rimettere in moto l’inflazione. Se cercassero seriamente di farlo, genererebbero uno shock tale da provocare un arresto cardiaco all’intero sistema.

Penso che in futuro l’Inghilterra, assieme alla Spagna, entrerà nei libri di storia come l’esempio di un paese, in cui l’espansione economica negli anni 2000 è stata quasi esclusivamente basata su bolle speculative. Vi ritroviamo tutte le distorsioni dell’economia USA, solo su una scala più elevata. Anche la Gran Bretagna come gli Stati Uniti si è lanciata a capofitto sulla speculazione edilizia e come i cittadini statunitensi quelli britannici si sono indebitati fino alla punta dei capelli per consumare robaccia inutile – in effetti si sono indebitati in maniera ancora più marcata degli americani – mentre il sistema bancario impacchettava l’impacchettabile e si indebitava anch’esso fino al collo per investire in tutti quei settori che la bolla finanziaria globale stava inflazionando.

Il sistema bancario inglese ha finito con l’esporsi troppo. Quando si iniziano a vedere istituti con un leverage (rapporto tra il denaro a disposizione e l’esposizione complessiva) di 1:60, come nel caso della Barclays, dovrebbe apparire evidente che si è superato qualunque limite ragionevole. A paragone le banche americane messe peggio hanno dei leverage di circa 1:30. Non appena le varie bolle scoppiarono cominciò l’agonia delle banche Inglesi. L’azzerarsi della domanda per strumenti finanziari complessi, le terribili condizioni in cui versano hedge funds e private equity, hanno vaporizzato gran parte di quel mercato finanziario che era divenuto da anni la prima industria del paese.

Un sistema bancario esposto come quello Inglese non poteva sopravvivere autonomamente ad un evento del genere. A salvarlo è intervenuto lo stato nazionalizzando di fatto diversi istituti (la Royal Bank of Scotland ad esempio). La popolazione inoltre si è trovata costretta a smettere di consumare con soldi che non possedeva e ad aumentare il tasso di risparmio. Il risultato è stato una contrazione dell’economia e del denaro in circolazione. Per ovviare a questo, il governo ha promesso diversi interventi pubblici sotto forma di investimenti e tagli fiscali, come il calo dell’iva di due punti percentuale. Il risultato sarà uno spaventoso aumento del deficit pubblico nel prossimo futuro: si prevede un 6% del PIL nel 2009, ma molti temono che esso potrebbe presto raggiungere il 10% un livello da America Latina (o da Grecia). Lorenzo Bisi Smagni, responsabile degli affari internazionali alla BCE, afferma che il Regno Unito non sia materiale per l’euro a causa dell’alto deficit statale e dell’instabilità nel tasso di cambio della sterlina, il cui recente indebolimento viene considerato da molti una forma di “beggar thy neighour”.

Francia e Germania rimangono a tutt’oggi i paesi principali dell’Europa. Le loro economie pur tra varie sofferenze saranno quelle che resisteranno meglio a questo periodo di crisi.

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La Germania ha dalla sua conti relativamente in ordine, servizi efficienti e buoni ammortizzatori sociali, un industria di alto livello ed una bilancia commerciale all’attivo. Contro, ha l’enorme esposizione del suo settore bancario ed una grande dipendenza dal settore dell’export in un momento in cui la domanda mondiale è quasi azzerata.

La Deutsche Bank, ad esempio, pur non raggiungendo i livelli assurdi della Barclays è arrivata ad avere un leverage di 1:52. Come nel caso della banca inglese, il governo tedesco è intervenuto un paio di giorni fa, acquisendo la quota di maggioranza del colosso bancario, all’interno di una complessa operazione per la vendita di Postbank – di proprietà delle poste tedesche – alla Deutsche stessa. Senza l’intervento del governo l’operazione non avrebbe mai potuto essere completata.

L’esposizione totale della Deutsche è pari all’80% del PIL tedesco. Un suo fallimento non è neppure da prendere in considerazione. Se la Germania qualche giorno fa è arrivata a nazionalizzare la Commerzbank acquistandone un 25% più una azione e si specula sull’eventualità che lo stesso possa fare nei confronti della Hypo, il colosso finanziario (di dimensioni paragonabili all’ex Lehman) infognato completamente nel mercato immobiliare, è naturale che in caso di problemi futuri (e ci saranno) da parte della Deutsche il governo sarà obbligato ad intervenire ulteriormente.

I dati della produzione industriale tedeschi sono da bollettino di guerra. A Novembre il calo è stato del 7,7% rispetto alla stesso mese dell’anno precedente. Nel 2008 il PIL del paese è cresciuto dell’1,3% la metà rispetto al 2007 e le esportazioni sono aumentate del 3,9% contro il 7,5% sempre del 2007. L’ufficio di statistica tedesco stima che nell’ultimo quarto il calo del PIL sia stato tra l’1,5 e il 2%. Anche se i dati ufficiali saranno rilasciati solo il 13 Febbraio uno dei responsabili dell’ufficio ha detto: “la crescita economica nel 2008 è stata unicamente basata sulla domanda interna”. Probabilmente un po’ eccessiva come analisi, ma la dice lunga su quanto in fretta l’economia tedesca si stia raffreddando.

Joerg Kraemer capo economista alla Commerzbank ha affermato commentando le previsioni per l’ultimo quarto: ” Questo significa che il punto di partenza per il 2009 è pessimo”. “Ci aspettiamo che il PIL si contrarrà di un 2-3 percento nel 2009, il che rappresenterebbe il declino peggiore nella storia della Repubblica Federale”. Esportazioni in calo e consumi interni stagnati nonostante un alto (per ora) livello di occupazione, stanno corrodendo la Germania. Per rispondere al problema il governo tedesco ha deciso di intervenire con un pacchetto di stimolo di 50 miliardi di euro.

Solita roba: sgravi fiscali, spese per infrastrutture (scuole, strade ecc), bonus per le famiglie. Il governo prevede di salvare in questo modo 250000 posti di lavoro.

La Francia dal canto suo, ha più volte invocato la collaborazione della Germania in vista di un piano di stimolo economico coordinato a livello Europeo ricevendo sempre una risposta negativa. I tedeschi non vogliono spendere il loro denaro per mantenere i “pigs”. Temono, se lo facessero, di porre le basi per l’adozione in futuro di forme di debito comune, cosa che non è assolutamente nel loro interesse.

Anche la Francia sta attraversando un momento difficile. Il mercato del lusso una delle punte di diamante dell’economia Francese è in difficoltà: Channel ha licenziato l’1% della sua forza lavoro (poco, ma abbastanza da suscitare sgomento tra i commentatori francesi), Louis Vuitton ha annullato l’apertura a Tokyo di quello che dovevo essere il suo più grande negozio in assoluto e le vendite dello champagne sono calate del 16,5% ad Ottobre. La produzione industriale a Novembre è scesa del 2,4 rispetto al mese precedente a fronte di un calo atteso pari allo 0,8%. Il calo anno su anno è del 6,5%. Il maggior contributo al crollo della produzione industriale lo ha dato il settore dell’auto con un calo mensile dell’8,1% a Novembre dopo essere precipitato del 22,2% ad Ottobre. La situazione è abbastanza grave da spingere il presidente Sarkozy ad annunciare l’adozione di misure di assistenza finanziaria diretta da parte del governo all’intero settore. In cambio le industrie automobilistiche si dovrebbero impegnare a rafforzare la produzione sul territorio francese limitando la pratica della delocalizzazione. Si vocifera anche di prossimi aiuti statali all’Airbus. Il gigante dell’aviazione ha dichiarato di attendersi un dimezzamento degli ordini nel 2009 rispetto all’anno precedente.

Da questa veloce carrellata sulla situazione di alcuni dei principali paesi Europei dovrebbe risultare chiaro perché molti ritengano che l’Europa versi in condizioni peggiori degli Stati Uniti.

Si tratta di un entità senza una politica economica o monetaria comune. Anche se maggior parte dei paesi che la compone (16 attualmente) ricade sotto la protezione dell’euro altri 11 ne restano fuori. Sono principalmente i piccoli stati dell’est Europa a mantenere ancora una propria valuta e quasi tutti data la pessima congiuntura economica versano in gravi condizioni. Negli anni del boom gli investimenti sono accorsi attirati dagli alti tassi di crescita che essi potevano vantare. Quando la crisi è scoppiata i capitali sono fuggiti a gambe levate lasciandosi dietro aziende, stati e privati cittadini pesantemente indebitati in valuta internazionale: dollari, euro, franchi svizzeri e persino yen. Il risultato di questa fuga è stata lo svalutarsi delle monete locali che di conseguenza ha prodotto un aumento in termini reali dell’entità del debito.

La stabilità di questi paesi è importante per le nazioni dell’area euro dato che esse sono tra quelle che hanno maggiormente investito nella regione dell’Est Europa. Quindi per dritto o per rovescio li dovremo salvare in caso di necessità.

Un altro problema dell’Europa è il non poter emettere del debito comune. Ogni stato deve finanziarsi da se. Questo significa che ogni differenza nella stabilità delle varie economie viene riflessa dalla differenza nei rendimenti che ogni stato deve promettere di pagare sul proprio debito. In altri termini è molto più sicuro investire nel debito di in un economia “compatta” (pur con tutte le differenza tra i vari stati) come quella USA che non nella singola Italia o Inghilterra. In un momento a cui il mercato sembra comprensibilmente interessare solo la sicurezza, significa che gli stati visti come più pericolanti (Grecia, Irlanda ecc) potrebbero avere in futuro dei problemi a vendere il proprio debito.

Mentre stavo scrivendo questo post, Willem Buiter ha pubblicato un articolo che riflette bene alcune delle argomentazioni che avanzai in passato. Buiter afferma che sia assurdo, anche solo pensare che qualche paese dell’area euro possa decidere di abbandonare la moneta unica. L’effetto positivo che deriverebbe dalla svalutazione competitiva di una moneta locale si esaurirebbe velocemente, lasciando il paese in questione, in balia di un mercato governato da colossi alla cui politica economica esso si dovrebbe adeguare. Una moneta locale finirebbe presto per essere solo un peso. L’esempio dell’Islanda campeggia ancora nelle menti dei politici, come un monito imperituro sulle conseguenze che possono derivare dall’avere una moneta troppo debole ed insignificante a livello internazionale.

Nessun paese abbandonerà volontariamente l’euro. Qualunque cosa possano dire partiti politici come la lega. Se per qualche ragione l’Italia venisse cacciata dall’euro vedreste Bossi e compagnia recarsi strisciando a Bruxless e supplicare gli altri paesi di farci rientrare. Possono gridare quello che vogliono ai loro sostenitori a Pontida, tra un sorso dell’acqua del po’ (spero la depurino prima) e una fetta di polenta, ma non sono certo stupidi. Sanno benissimo che abbandonare l’euro sarebbe un disastro per l’Italia.

Buiter si rallegra che ogni paese Europeo debba emetta un suo debito personale, una gioia che francamente non comprendo. Lo spread tra i rendimenti dei buoni del tesoro delle singole nazioni Europee sta aumentando continuamente. I buoni della Grecia promettono il 2,12% di rendimento in più rispetto a quelli tedeschi, un amento di 10 volte negli ultimi 2 anni. John Authers sul Financial Times, afferma che il mercato stia valutando la probabilità che uno dei paesi dell’eurozona abbandoni la moneta unica prima della fine dell’anno, al 30%. Buiter non si preoccupa della cosa. Dice che l’aumento dello spread sul debito sovrano costringerà i paesi in condizioni peggiori ad adottare forme più rigide di disciplina fiscale e che quindi avrà un effetto positivo.

Prevede che assisteremo, a dei default sul debito sovrano da parte di nazioni dentro ed al di fuori della zona euro, previsione con cui concordo, ma non si preoccupa di analizzarne le conseguenze. Cosa decideranno di fare gli altri paesi Europei di fronte al default di uno stato all’interno della moneta unica?

Un indicazione sulla strada che potrebbe intraprendere l’Europa in una simile eventualità, arriva dalla decisione da parte della BCE di allentare i requisiti sulle garanzie accettabili in cambio di prestiti. Il debito sovrano era eleggibile fino ad un rating di A-. Un altro abbassamento di rating avrebbe messo fuori gioco i buoni del tesoro Greci. La BCE ha quindi deciso in via transitoria (di questi tempi il transitorio ha il brutto vizio di diventare permanente) di accettare debito sovrano fino al rating BBB-, cioè fino al limite inferiore di quello che viene definito “investment grade” (livello da investimento).

Con tutta probabilità in caso di default su alcune tranche di debito pubblico, verrebbero semplicemente allentati i vincoli economici imposti dall’Unione e come ritiene Buiter il default verrebbe definito “ristrutturazione.” In pratica l’Europa cercherà di nascondere la polvere sotto il tappeto finché sarà possibile. Ovviamente esiste un limite oltre al quale gli altri paesi non accetteranno di andare perché il costo di sobbarcarsi il sostegno dei paesi falliti diventerebbe eccessivo.

Questa crisi economica sarà la prova del 9 per la compattezza dell’Unione Europea. L’anno che è appena cominciato sarà il peggiore che essa abbia mai visto nella sua breve esistenza. La produzione industriale continuerà a calare. Fabbriche, aziende, piccole e medie imprese licenzieranno facendo aumentando il tasso di disoccupazione. Nel 2008 in Italia è stato al 6,7% e per il 2009 gli economisti prevedono che toccherà l’8,4%. Con tutta probabilità supereremo il 9% e ci avvicineremo alla doppia cifra. L’Irlanda e la Spagna sono già in doppia cifra. La Grecia è al 7,4%, ma la disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 15 ed i 24 anni è al 22%(molti affermano che il dato reale sia più vicino al 30%). Si è replicato in Grecia quel processo di impoverimento e precarizzazione delle generazioni giovani che ha investito gran parte del mondo industrializzato e sembra evidente che la Grecia non sappia come rispondere al tradimento di quella promessa implicita, di miglioramento delle condizioni di vita, che intercorrere tra le generazioni precedenti e quelle che seguono e alla conseguente ribellione dei cittadini giovani.

La miccia è stata innescata in Grecia, ma il fuoco della rivolta violenta rischia di attecchire in altri paesi. A fine anno la popolazione Islandese dette l’assalto, torce alla mano, alla sede del secondo canale televisivo dove il primo ministro, stava discutendo delle prospettive del paese per il 2009, tra uno stuzzichino e un bicchiere di champagne. Il genere di comportamento idiota che mi aspetterei da un politico italiano. Gli Islandesi sono una popolazione riservata e generalmente poco incline alla violenza. E’ dovuto fallire lo stato perché si vedessero azioni simili. Per certi paesi Europei dubito che sarà necessario aspettare tanto.

I paesi dell’Est Europa rischieranno di nuovo il default (non si sono mai realmente ripresi) e verranno nuovamente salvati dall’Unione e dall’FMI, ma possiamo attenderci fortissime tensioni sociali. La Grecia se non arriverà a dichiarare default su alcune tranche del proprio debito, rischierà di andarci molto vicino. Prestate molta attenzione ai paesi dell’area mediterranea Spagna, Portogallo, Grecia perché il loro futuro è il nostro futuro, ma la loro caduta sarà più rapida della nostra. Nella prima metà dell’anno probabilmente non sorgeranno veri problemi di finanziamento sui buoni del tesoro, ma verso settembre/ottobre mi aspetto un fioccare di sofferenze. La risposta dell’Europa sarà come sempre contradittoria e poco tempestiva e si tradurrà probabilmente nella sostanziale sospensione (o allentamento se preferite) dei vincoli di stabilità.

La spinta deflazionaria proseguirà il suo corso. I consumi continueranno inevitabilmente a contrarsi man mano che l’economia peggiorerà, trascinando in basso i valori di quei beni che le passate bolle avevano inflazionato. Principalmente gli immobili sia residenziali che commerciali, ma anche le piccoli attività o quelle il cui business si basa su beni facili da tagliare come l’abbigliamento o la cosmesi subiranno un duro colpo. Caleranno meno le vendite nei discount, nei grandi supermercati, la grande distribuzione insomma. Subiranno meno l’impatto della crisi, almeno in Italia, gli oggetti elettronici del desiderio, come cellulari o lettori mp3 (nella prima metà dell’anno poi se ne riparla). Anche in questo settore però assisteremo ad un pesante compattamento. Qui a Bologna è la sagra della chiusura degli UniEuro (ci sarebbe in realtà molto da dire sul loro business plan). Per l’informatica sarà un anno nero e per il mercato automobilistico andrà anche peggio.

Gli interventi isolati dei vari stati potranno fare poco per cambiare questa realtà.

Di positivo, l’Europa rispetto agli USA ha (nella maggior parte degli stati) un indebitamento individuale minore, servizi che funzionano (i trasporti pubblici tanto per dirne uno) ed uno stato sociale collaudato, ma non basteranno a fare la differenza. Le entrate degli stati diminuiranno mentre aumenterà inevitabilmente il deficit. A seconda di quanto questa crisi durerà i dispositivi di welfare saranno in grado di offrire un cuscinetto oppure si riveleranno insufficienti. In Italia si sente ripetere un giorno si ed uno no, che i fondi per la cassa integrazione non bastano (e questo senza considerare l’adozione di rigide misure fiscali come suggerisce Buiter).

Per combattere la deflazione la BCE si arrederà e ricorrerà a esplicite misure di quantitative easing, oltre a tagliare ulteriormente il tasso di interesse. Aspettatevi un futuro indebolimento dell’euro, derivante sia dalla politica che adotterà la banca centrale sia dal degradarsi delle economie dei paesi membri. Anche la sterlina continuerà a svalutarsi. La Gran Bretagna sembra non cercare neppure di dissimulare le proprie intenzioni in questo senso.

Le banche del vecchio continente, tranne alcuni casi come quello Italiano, hanno dei livelli di leverage superiori a quello delle loro colleghe Statunitensi. Si trovano quindi fortemente esposte alle difficoltà che l’economia mondiale sta attraversando. Alcune hanno investito troppo nei paesi emergenti, altre si sbilanciante prima sulla bolla immobiliare e poi in quella delle materie prime ed altre ancora si sono esposte troppo su tutto. Non c’è modo che ne escano indenni. Continueranno a sputare sangue per tutto il 2009 e dato che farle fallire non sembra essere in discussione, verrano salvate a spese dei contribuenti.

Anche dai listini non giungeranno notizie particolarmente buone. In borsa, probabilmente, assisteremo alla replica di ciò che è avvenuto quest’anno. Se la borsa americana scenderà di un altro 40%, quelle Europee non se la caveranno meglio, mediamente la loro perdita sarà superiore.

Per concludere: se gli USA non rideranno quest’anno, l’Europa rischia invece di versare lacrime amare. Aspettatevi un incancrenirsi della situazione verso l’autunno e tenete attentamente d’occhio Spagna, Grecia, Irlanda e i paesi dell’Est. Saranno un ottimo barometro per capire cosa ci attenderà più avanti.

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