La crisi in Europa non è finita

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Perché la crisi greca non è finita

di:Vanessa Bilancetti

Unione Europea, politici greci e tutti i media hanno dichiarato che la crisi greca è finita. Ma è veramente così? Vi spieghiamo perché la crisi greca non è finita così come non lo è quella europea

«Dopo otto anni la Grecia dice addio all’era della Troika e riconquista la sovranità finanziaria», così hanno titolato la maggior parte dei giornali in Europa. La telecamera punta dritta su un flash back di questi otto anni: gli scioperi generali, le manifestazioni, le occupazioni, gli studenti, gli anarchici, le iniziative di solidarietà autorganizzate, le fabbriche occupate… la povertà, la disoccupazione, i suicidi, l’eroina… il caldo, l’umido, il secco: la Grecia.

Se volessimo trovare un inizio simbolico per la crisi greco-europea questo potrebbe essere il discorso dell’allora Primo ministro Papandreu quando nell’ottobre del 2009 rivelò il vero stato dei conti pubblici greci. Nel giro di pochi mesi le agenzie di rating declassarono lo stato greco, aprendo alla speculazione finanziaria nei confronti dell’euro. È l’inizio di una lunga fine.

Il primo prestito alla Grecia fu concordato più di un anno dopo, il 2 maggio 2020, dopo mesi di attesa, e prese la forma di un prestito bilaterale tra il governo greco e la Commissione Europea, con quote di contributo nazionale per ciascun stato membro dell’area euro, per un totale di 80 miliardi di euro. A questa cifra, l’FMI aggiunse 30 miliardi di euro rientrando ad aiutare uno stato europeo, dopo il programma del 1976 con il Regno Unito.

Solo due anni dopo, il 14 marzo 2020, i ministri dell’area euro concordano su un secondo prestito, questa volta tramite il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF), nato apposta nel 2020, altri 164.5 miliardi di euro, di cui quasi 20 miliardi a carico del FMI. Il Primo ministro greco Papandreu, dopo aver proposto un referendum sul programma, si dimette e si forma un governo tecnico con a capo Papademos, ex vice presidente della Banca Centrale Europea. Similmente a ciò che accadeva in Italia con il governo Monti. Insieme al secondo prestito, venne anche imposta una ristrutturazione del debito greco, una delle più grandi della storia, gli investitori furono costretti ad accettare un taglio fino al 50% del valore sui titoli di stato greci, e il debito pubblico greco fu ridotto del 24%.

Nel suo rapporto del 2020 l’FMI su questa ristrutturazione scriveva che per la Grecia sarebbe stato più conveniente ristruttura il debito prima del 2020, ma non lo sarebbe stata per i partner europei all’epoca troppo esposti con i titoli di stato greci. Quando il debito greco fu tagliato, infatti, era per lo più in mani istituzionali o di banche nazionali greche, che, in seguito si trovarono sottocapitalizzate, e che furono supportate con i soldi del prestito appena ricevuto. Praticamente un giroconto.

E poi fu votato il governo Tsipras. Il governo anti-austerity che dopo il referendum del luglio 2020 si è ritrovato il più capace implementatore dei Memorandum of Under standing della Troika. Altre decine di milioni di euro di prestito, altre riforme lacrime e sangue, tasse sempre più alte, salari sempre più bassi, svendita delle infrastrutture e del patrimonio artistico. Tsipras non ha solo tradito delle promesse elettorali, ma ha annientato le speranze di un cambiamento possibile, distruggendo le proposte alternative per una sinistra europeista. E se volessimo segnare un altro punto simbolico della crisi economico-democratica europea, è qui che la svolta populista di destra entra anche in Europa occidentale, soffiando con il vento dell’Est.

Continuano i giornali: «l’eurogruppo ha raggiunto un accordo sull’uscita di Atene dal programma di aiuti che contiene anche un alleggerimento del debito e sulla fine del commissariamento». Ora, chiariamo subito, la Grecia continua a essere una “sorvegliata speciale”, prima di tutto perché si prevede un programma di controllo che durerà tutto il periodo di ripagamento del debito, perché – è bene ricordarlo – i soldi ricevuti dalla Grecia dovranno essere tutti restituiti. Ciò che si chiuderà il 20 di agosto non è altro che il programma di aiuti varato nel 2020, la Grecia riceverà l’ultima tranche del prestito e tutti sperano che non debba più avere bisogno di altri aiuti.

Molti giornali poi parlano di “taglio del debito greco”: anche qui occorre spiegare, il debito greco non è stato tagliato né ridotto, ma i ministri della eurozona hanno concordato di estendere le scadenze a dieci anni sui prestiti concessi durante i precedenti salvataggi e un differimento di 10 anni sugli interessi e l’ammortamento e se, e solo se, le riforme concordate continueranno. Quindi questo ritorno alla sovranità finanziaria per la Grecia non è altro che il potere di implementare tutto ciò che è già stato concordato con i partner europei.

Il debito della Grecia ha raggiunto il 180% del PIL, cioè quasi il doppio della sua produzione economica annuale, e semplicemente non potrà mai essere ripagato tutto. Eppure si continua a pretendere che sia così, in questo modo si può mantenere il controllo totale sulla Grecia e la sua economia, costringendola a svendere tutte le sue risorse, compreso il suo patrimonio artistico e culturale. Lo stesso FMI ha sollevato forti dubbi sulle capacità economiche delle Grecia, con questo debito e l’obbligo di mantenere il bilancio dello stato sempre in surplus, non è ben chiaro come l’economia greca riuscirà a sostenersi senza aiuti nel lungo periodo. È solo una questione di tempo, e l’insostenibilità del debito greco ritornerà a esplodere.

Sulla Grecia, le istituzioni europee hanno messo in atto un progetto di controllo neoliberale economico-istituzionale, che hanno poi riaffermato nelle varie riforme approvate durante la crisi a livello europeo (six-pack, two-pack, fiscal compact e semestre europeo), rendendo tutti gli stati europei dei sorvegliati speciali. La riforma attualmente in discussione del Meccanismo Europea di Stabilità è un altro tassello di questo progetto.

Le speranze di moltissimi greci si sono si sono frantumate nell’estate del 2020, e qualche mese dopo anche quelle di migliaia di migranti che si misero in cammino sulla rotta balcanica, ora intrappolati in Grecia. Tutto questo ha lasciato senza prospettive le proposte europeiste alternative incentrate sulla solidarietà, dando nuovo spazio ai nazionalismi basati sull’odio.

Ed è in questo scontro che ci troviamo oggi: odio contro speranza, violenza contro empatia. Con buona pace dei rossi-bruni, o dei social-democratici europeisti, che ci spiegano le loro proposte razionali basate o sullo stato-nazione o sulla nuova Europa, senza capire che ciò che bisogna ricostruire non è né l’uno né l’altra, bisogna ricostruire la speranza nell’alternativa ancora prima che l’alternativa stessa. Quella speranza che si è rotta in Grecia quando tutti ci hanno risposto: there is no alternative.

Pubblicato su Dinamo Press il 25 giugno 2020

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Così l’Europa ha ammazzato la Grecia: la crisi non è finita e ora la Cina si prende tutto

27 Gennaio 2020, 10:19 17.6k Views

Tutti stanno sottolineando in questi giorni che la borsa di Atene nel 2020 ha avuto la migliore perfomance del mondo, con un guadagno di quasi il 50%. E tutti – ovviamente – hanno subito gridato al miracolo, elogiando la riuscita del programma di austerità (lacrime e sangue) voluto dall’Europa. Ma le cose stanno davvero così? La crisi della Grecia è finita davvero? Il Paese è in ripresa oppure no? Diciamo subito che situazione è estremamente complessa, e che vanno considerati molti fattori. La crisi non è affatto finita, e soprattutto ora c’è la Cina pronta a raccogliere le briciole lasciate da Germania e Francia, che sono le sole ad averci guadagnato dalla crisi greca e dalla politica imposta da Bruxelles. Guarda un po’ che coincidenza…

I dati: il Pil in Grecia nel 2020 è cresciuto del 2,1% e la Commissione europea prevede per il 2020 una crescita del 2,2%. Come scrive money.it, “questo recupero è stato certificato anche dall’OCSE che in un recente report ha affermato che il paese è ormai fuori dalla fase acuta della sua crisi e che i suoi ‘immani sforzi non sono stati vani’”. Certo, per gli altri… Perché in realtà il reddito pro capite è ancora di quasi il 30% inferiore al periodo pre-crisi. La disoccupazione – segnala money.it – rimane al 20%, mentre il rischio di povertà ad esclusione sociale è al 31%. Dal 2020 al 2020 la popolazione è calata di 380.000 unità. Questo anche perché il tasso di natalità è fra i più bassi al mondo. Il tasso di suicidi con una impennata del 40%, rispetto al 2020, dimostra quanto l’insoddisfazione dei cittadini abbia ormai superato il livello di guardia. Beh, sì, proprio un successo.

Tsipras quindi ha ora imposto una nuova linea, che guarda con sempre maggiore interesse alla Cina piuttosto che all’Europa. “Ne è chiara dimostrazione il nuovo accordo siglato l’11 novembre. Il neo premier greco, infatti, ha offerto agli investitori cinesi l’accesso privilegiato nei settori energetici e infrastrutturali del Paese ottenendo in cambio più esportazioni agricole e rotte turistiche. Questo vuol dire che dopo aver svenduto il porto del Pireo ai cinesi della Cosco, ora la Grecia potrebbe cedere, in cambio di un po’ di esportazioni e di turismo, importanti strutture strategiche come quelle energetiche”. Rischio che ora, tra l’altro, sta correndo anche l’Italia.

E l’Europa? Interviene o sta a guardare? Se ne lava le mani. Chi doveva guadagnarci, ci ha guadagnato. E ora pazienza se la Cina si prende tutto. La Germania ha avuto già la sua parte, “acquistando gli undici aeroporti principali del paese grazie alla Fraport, interessata alla gestione di flussi turistici che nel 2020 hanno registrato il record di 33 milioni di arrivi. Ma non si ferma qui l’ingresso tedesco in Grecia: la Deutsche Telekom possiede, infatti, il 45% più un’azione della Hellenic Telecommunications Organization (Ote), l’ex monopolista ellenico e ora maggior compagnia di telefonia del paese mediterraneo che conta 8 milioni di clienti nella telefonia mobile e 14 milioni nell’Europa sud orientale”.

E la Francia? “Già ai tempi di Manuel Valls, siglò alcuni importanti accordi con la Grecia per l’ingresso delle aziende pubbliche francesi nel settore energetico e idrico. Il 20 luglio 2020, il governo greco ha accettato di vendere il 66% di Desfa Sa (gestore della rete di gas naturale) a un consorzio europeo composto da Snam, Enagas International e Fluxys Sa per 535 milioni di euro. Tenuto conto che, come scrive Bloomberg, il governo ellenico ha già selezionato Glencore Energy U.K. e Vitol Holding BV per l’acquisto di una quota del 50,1% del più grande raffinatore del paese, Hellenic Petroleum, il quadro è completo e rischia di assumere i contorni di una vera e propria svendita di stato ai ricchi investitori esteri”.

Ecco allora che parlare di miracolo greco grazie al programma di austerità europeo, è pura follia. Centinaia di migliaia di greci sono ancora sotto la soglia della povertà. E la Grecia diverrà una succursale delle grandi potenze mondiali, che non a caso stanno lavorando per far diventare l’Europa sempre più conflittuale e debole per renderla aggredibile dal punto di vista economico. “Ma tutto questo ai burocrati di Bruxelles sembra non interessare e sono disposti a cedere parte della sovranità dei paesi membri in nome del controllo dei deficit e del debito pubblico”.

Coronavirus, perché la crisi per la Cina non è finita

Il Dragone sembra in ripresa. Ma la diffusione del Covid-19 nel resto del mondo crea seri problemi alla Repubblica Popolare. Riducendo gli export, frammentando la catena di produzione e creando un’enorme incertezza.

L’economia cinese rimbalza dopo il crollo indotto dal coronavirus. O forse no. Questa è una delle urgenti questioni che il Covid-19 presenta all’Asia e al mondo, ormai in pieno testacoda a causa dell’epidemia. Per il Dragone le notizie sono ambigue. Da un lato il Paese soffre la peggiore crisi da quando si è «convertito» al capitalismo alla fine degli Anni 70. L’inizio del 2020 è stato infatti deleterio per il settore produttivo, già normalmente rallentato dalle festività legate al capodanno lunare, che cade fra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio. La produzione industriale nei primi due mesi dell’anno è scesa del 13,3% rispetto allo stesso periodo del 2020, mentre le vendite al dettaglio sono calate del 20,5% e gli investimenti fissi crollati di addirittura il 24,5%.

IL PAESE RICOMINCIA A VIVERE

«Abbiamo visto la cancellazione di tutti gli ordini e di tutti gli eventi sia fra aziende che fra aziende e clienti. Il costo dei salari e del mantenimento della merce avrà un impatto enorme sulla nostra impresa», lamenta Adrien Niclot, presidente di Wine Export e Wine Brothers, compagnie specializzate nella distribuzione di vini francesi in Cina. Come molte altre piccole e medie realtà, il lavoro si è fatto estremamente difficile, con costi fissi da soddisfare senza introiti. «Il nuovo anno cinese è una data importante, i vini sono appena arrivati in magazzino e senza vendite abbiamo avuto zero liquidità in entrata», racconta. Eppure da qualche settimana la Cina sembra essere sulla strada della ripresa. Quantomeno il Dragone è più in salute della concorrenza, in tutti i sensi. Le infezioni sono al lumicino e le città stanno finalmente ricominciando a vivere. Persino alberghi e ristoranti di Pechino riaprono: ci si può sedere solo in due per tavolo e ad almeno un metro di distanza, ma è un grande passo avanti rispetto alla desolazione di febbraio.

I TIMORI DIETRO LE RASSICURAZIONI DEL GOVERNO

I dati del ministero del Commercio indicano che almeno il 70% delle aziende chiave nel settore delle importazioni ed esportazioni hanno riaperto e perfino a Wuhan le autorità sperano di eliminare le misure di sicurezza entro l’8 aprile. «Gli indicatori economici probabilmente mostreranno un miglioramento significativo nel secondo trimestre e l’economia cinese tornerà ai suoi livelli di produzione potenziali piuttosto velocemente», ha affermato con invidiabile ottimismo Chen Yulu, vice governatore della Banca Popolare Cinese. È un messaggio che il governo sta ripetendo con forza: ce la stiamo facendo e il mondo può imparare dalla nostra esperienza. La diffusione del Covid-19 nel resto del mondo crea però seri problemi alla Repubblica Popolare, riducendo gli export, frammentando la catena di produzione e creando un’enorme incertezza. Morgan Stanley sostiene per esempio che il Pil americano potrebbe crollare del 30,1% fra aprile e giugno, con la disoccupazione che rischia di salire oltre il 12%. Per Goldman Sachs l’intera economia mondiale entrerà in recessione nel 2020, scendendo a meno uno per cento.

La Cina faticherà a trovare abbastanza clienti in Occidente e i mercati emergenti semplicemente non sono abbastanza grandi per compensare

Yukon Huang, economista

In queste condizioni è facile immaginare che le aziende cinesi troveranno difficile esportare e servire i loro clienti internazionali, come sostiene anche Yukon Huang, noto economista presso il Carnegie Endowment for International Peace ed ex direttore per la Cina della Banca Mondiale. «La Cina faticherà a trovare abbastanza clienti in Occidente e i mercati emergenti semplicemente non sono abbastanza grandi per compensare. I settori affetti includono quello delle automobili, dato che le principali compagnie occidentali hanno fermato la produzione, e le comunicazioni, visto che le catene di produzione sono state spezzate», scrive l’esperto. È anche per questo che le stime di crescita della Cina sono state tagliate. Un rapporto di Deutsche Bank avvisa che l’economia cinese potrebbe contrarsi di oltre il 30% nel primo trimestre, prima di risalire nel corso dell’anno. Il 2020 resterà però negativo, almeno per gli standard cinesi: il pil potrebbe scendere dal 6,1 al 2,6% secondo la China International Capital Corporation Limited, una delle principali banche di investimenti cinesi.

L’IMPATTO DI UNA CRISI PROLUNGATA

Per Niclot, una crisi prolungata avrebbe un impatto devastante su molte piccole aziende del suo settore. «Se le restrizioni continuano la salute delle aziende legate al vino sarà in pericolo,» spiega a Lettera43. «Ricominciare sarà difficile, perché il vino in Cina è un prodotto legato ai piaceri e al divertimento. Se le carriere e i risparmi dei clienti sono a rischio le vendite dovranno essere riviste al ribasso». Del resto, ogni stima è provvisoria vista la rapidità con la quale il coronavirus cambia le carte in tavola. La crisi sta ora esplodendo in Europa e negli Stati Uniti ma non è affatto certo che il mondo emergente ne resterà immune. Tutt’altro. È di oggi la notizia secondo la quale la Tailandia ha dichiarato lo stato di emergenza, mentre i casi si moltiplicano in tutto il Sudest Asiatico, in America Latina e nel continente africano.

LA FINE DEL TUNNEL NON È VICINA

Né si escludono recrudescenze in quei Paesi, come Giappone e Corea del Sud, che paiono aver contenuto la crisi. Si tratta di un rischio concreto anche nella Repubblica Popolare, dove le ultime infezioni sono «di importazione». I dati della Commissione Nazionale della Sanità evidenziano infatti 78 nuovi casi di Covid-19 registrati il 23 marzo, il doppio rispetto al giorno precedente. Di questi, ben 74 sarebbero legate all’estero. Insomma, alla Cina va il merito di aver efficacemente combattuto il virus e di essere tornata a una qualche forma di normalità. Come sostiene il Financial Times, oggi come oggi potrebbe addirittura trattarsi del posto migliore dove investire per sfuggire al coronavirus. Ma la crisi non è finita e l’alba resta lontana anche per il Dragone.

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