Italia scende l’inflazione ma non le spese

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Italia: scende l’inflazione ma non le spese

Se aumenta l’inflazione e con essa i prezzi dei prodotti e dei servizi, se è vero che siamo in crisi dovrebbe ridursi anche il volume delle spese. Invece, in base a quanto riferito dall’Istat, la spesa del nostro paese resta elevata, anzi addirittura in aumento per i beni che costano di più. Il quadro della situazione è semplice da riepilogare. In primo luogo bisogna prendere atto del rallentamento della crescita dei prezzi dei prodotti e dei servizi che passa dall’1,2 all’1,1 per cento a luglio rispetto a maggio. In realtà, non tutti i prezzi sono in diminuzione visto che per la classica legge della domanda e dell’offerta, restano elevati i costi dei beni più richiesti: il cibo e i carburanti.

Per gli alimenti, per la benzina e per il diesel, siamo addirittura di fronte ad un aumento dei costi che su base annua, dall’essere in aumento dell’1,7 per cento, sono adesso in aumento addirittura del 2 per cento.

L’ISTAT spiega che il prezzo della benzina, per esempio, a luglio cresciuto dello 0,9 per cento rispetto al mese precente ed è anche dello 0,3 per cento superiore allo stesso periodo del 2020. Un discorso analogo si può fare anche per il gasolio che dal diminuire dell’1,7 per cento è passato ad un prezzo crescente dello 0,4 per cento.

Italia: scende l’inflazione ma non le spese

Roma. Mentre l`inflazione rallenta, esplodono le polemiche sul nuovo paniere dell`Istat. Secondo i dati delle città campione, i prezzi sono aumentati dello 0,3 per cento in gennaio ma il carovita è sceso al »2,7 per cento (dal »2,8 per cento di dicembre). Il calo ai livelli dello scorso ottobre è da addebitare alla riduzione inattesa di alimentari e farmaci e della componente servizi (bar, ristoranti e pubblici esercizi). L`andamento mensile invece è stato determinato in gran parte dagli aumenti tariffari (bollette di luce e gas, pedaggi autostradali). Questi dati dovranno essere confermati dall`Istat. La stima provvisoria è attesa per il prossimo 4 febbraio e quella definitiva per il 18. Ma sindacati e consumatori hanno già bocciato il nuovo sistema per il calcolo dell`indice dei prezzi. Difeso, invece, dal ministro Marzano e dai commercianti.
Ieri è stato presentato il nuovo paniere di beni e servizi contestato dall`Eurispes come «poco coraggioso». Entrano 34 generi di consumo; ne escono 21. La novità principale riguarda le spese per l`assicurazione dell`auto. «Abbiamo rivisto il sistema di ponderazione» ha annunciato Andrea mancini, direttore dell`Istat. La Rc auto, infatti, peserà il 34 per cento in più rispetto all`anno scorso.
Ancona è la più cara fra le 12 città campione. Segue Trieste. Chiudono la classifica Genova, Venezia, Bologna, Napoli e Bari. La più virtuosa è invece Palermo. In termini assoluti, l`inflazione raggiunge il top a Venezia (3,4 per cento), seguita da Napoli, Trieste e Torino.
Fredda la reazione dei sindacati. Il segretario della Cisl Savino Pezzotta chiede di introdurre il criterio del reddito famigliare nel calcolo del carovita. Ed ammonisce governo ed imprese sul rinnovo dei contratti: «Bisogna partire dall`inflazione reale non da quella programmato dall`esecutivo che è davvero irraggiungibile». Ironizza invece il leader della Uil Luigi Angeletti. «Bisognerebbe vedere se quando andiamo a comprare qualcosa l?inflazione è scesa anche per noi». Giorgio Cremachi (Fiom) punta il dito contro la confusione nei dati diffusi dall`Istat.
Rincarano la dose i consumatori. «Siamo assai lontani dalla realtà» nota l`Intesa. Per Elio Lannutti (Adusbef), è solo «fumo negli occhi. Le statistiche continuano a segnalare aumenti irrilevanti e molto lontani dalla percezione della gente». Il nuovo paniere «continua a risultare poco veritiero» denuncia l`Adoc. Positivo invece il giudizio del ministro delle Attività Produttive Antonio Marzano. «Si avvicina sempre di più all`inflazione reale».
Soddisfatti anche i commercianti. L`aumento dei prezzi «non è colpa nostra» sottolinea il presidente della Confcommercio Sergio Billè che punta il dito su Rc auto, bollettini postali, canone Rai. E invoca il ripristino del regime dei doppi prezzi per un semestre e l`introduzione di mini-assegni per il valore di un euro. Positivi anche i giudizi di Confesercenti e Coldiretti.
Il nuovo paniere contiene 960 prodotti (nel 2002 erano 930) e alcune posizioni composite formate cioè da più voci come i servizi di telefonia per i quali sono rilevate le tariffe dei diversi gestori. Escono 21 beni che hanno segnato un`epoca. Le «new entry» sono invece 34.

L’Italia è in deflazione

Il 2020 è stato il primo anno in mezzo secolo in cui i prezzi sono scesi, invece di aumentare (e non è una buona cosa)

Nel suo comunicato di oggi sui prezzi, l’ISTAT dice che il 2020 è stato per l’Italia il primo anno di deflazione dal 1959. Nell’anno appena terminato, in Italia i prezzi sono calati dello 0,1 per cento rispetto al 2020. Nel 1959 calarono dello 0,4 per cento rispetto all’anno precedente. Durante una deflazione i prezzi calano, in genere perché la domanda di beni e servizi è bassa: è un segno che l’economia è ancora debole (qui avevamo spiegato cosa significa). Altri paesi europei, come la Germania, hanno mostrato prezzi più dinamici, con l’inflazione che è cresciuta dello 0,5 per cento.

Daniele Manca, vicedirettore del Corriere della Sera, ha spiegato in un video perché probabilmente in pochi si sono accorti di questo calo dei prezzi. La prima ragione è che è un calo molto basso, appena lo 0,1 per cento; la seconda è che ha riguardato principalmente una serie specifica di beni, per esempio il petrolio e i suoi derivati. Se togliamo dal calcolo prodotti energetici e alimentari freschi, i prezzi risultano in crescita dello 0,5 per cento. Questo significa che chi non fa spesso il pieno di benzina e non ha alte bollette del riscaldamento non si è affatto accorto del calo dei prezzi.

La deflazione è il contrario dell’inflazione: tecnicamente si verifica quando il tasso di inflazione – cioè l’aumento dei prezzi – scende sotto lo 0 per cento. Sono anni che l’inflazione è bassa in tutta Europa, a causa della lenta ripresa dalla crisi economica. Nel 2020 la crescita è stata inferiore alle aspettative, e in molti esperti avevano previsto l’entrata di uno o più paesi europei in una situazione di deflazione vera e propria: la notizia, quindi, non è una grande sorpresa. Il compito di cercare di regolare l’inflazione spetta alla Banca Centrale Europea, che ha l’obiettivo di mantenerla intorno al 2 per cento, il valore considerato sano dagli economisti. Nonostante gli sforzi compiuti in questi anni, però, la BCE non è mai riuscita ad avvicinarsi a questo risultato (al punto che oggi si parla di utilizzare soluzioni molto creative).

La deflazione non è un problema solo perché segnala un’economia debole e in difficoltà. Astrattamente, infatti, potrebbe sembrare una cosa buona: i prezzi calano, perché lamentarsi? Prima di tutto, se i prezzi calano significa che tendenzialmente caleranno anche gli stipendi, anche se magari non quelli dei lavoratori protetti da contratti molto rigidi. Scenderanno quelli degli autonomi, dei commercianti e dei professionisti. Inoltre, in caso di lunghi periodi di deflazione pronunciata, si crea un disincentivo a spendere soldi. Perché comprare un televisore oggi quando tra tre mesi costerà molto meno? Oppure, perché fare un costoso investimento nella propria azienda, quando si può aspettare ancora un po’ per farlo a prezzi più vantaggiosi? Così le spese vengono rimandate, causando ulteriore deflazione, che a sua volta disincentiva ancora di più a spendere.

Per il momento non ci troviamo in una situazione simile e la deflazione è abbastanza bassa: più che il calo dei prezzi, sembrano altri i fattori che spingono privati e aziende a consumare con molta prudenza. L’altro problema della deflazione è che non fa calare gli interessi sul debito, che in genere sono fissi e stabiliti all’inizio del contratto. In un periodo di deflazione, prezzi e stipendi tendono a ridursi, ma le rate che bisogna pagare sul proprio mutuo restano stabili. È un problema in particolare per il più grande debitore di tutti, lo Stato.

Paesi con alti debiti pubblici come l’Italia possono ottenere particolari vantaggi dai periodi di inflazione. Quando i prezzi e stipendi salgono, infatti, pagare gli interessi sul debito, che restano fissi, diventa più semplice. Il peso del debito si misura con il rapporto tra valore totale del debito e PIL, cioè valore totale dei beni e servizi prodotti in un anno in un determinato paese. Paradossalmente il rapporto debito-PIL può calare soltanto grazie all’inflazione: il valore del PIL aumenta perché i prezzi aumentano, e così il rapporto scende. In periodo di deflazione, invece, l’unico modo per far scendere il rapporto è tagliare il debito o una robusta crescita economica: due condizioni che non si sono mai verificate negli ultimi anni.

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