Il dollaro Usa potrebbe indebolirsi

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Forex, dollaro USA: il 2020 sarà un anno pessimo, ecco perché

7 Gennaio 2020 – 17:48

7 Gennaio 2020 – 17:50

Il 2020 sarà un anno pessimo per il dollaro USA secondo le previsioni della HSBC. Ecco 3 motivi per cui il biglietto verde tornerà a scendere.

In contrasto con l’opinione comune secondo cui gli analisti ritengono che il rally del dollaro USA durerà ancora per il 2020, la HSBC mantiene una view contrarian secondo cui il rialzo della valuta statunitense si esaurirà nel corso dell’anno appena iniziato.

La banca individua 3 motivi per cui il 2020 sarà un anno in discesa per il dollaro, rivelando le prospettive per il cambio euro-dollaro e dollaro-yen.

Già a marzo 2020 – andando contro l’opinione comune – la banca aveva avvertito il mercato circa la fine della fase rialzista del dollaro USA, che al momento si sta rivelando accurata.

Le previsioni contrarian della HSBC proseguono anche nel 2020, ma invece di discutere meramente sullo stallo del dollaro USA, la banca azzarda ad anticipare una fase di debolezza in arrivo per il biglietto verde.

3 motivi per cui il dollaro USA potrebbe indebolirsi nel 2020

1) Il ciclo di rialzo dei tassi di interesse della Fed indebolirà il dollaro USA
La storia dimostra che il dollaro si indebolisce quando la Federal Reserve, banca centrale degli Stati Uniti, inizia ad aumentare i tassi di interesse.
Inoltre, la retorica della banca circa il ritmo del rialzo dei tassi potrebbe avere un tono molto “dovish” nel 2020 secondo la HSBC, rispecchiando l’esperienza di altre banche centrali che hanno cercato di aumentare i tassi dopo la crisi finanziaria del 2008.

2) La BCE non riuscirà ad indebolire l’Euro
Alla BCE potrebbe essere rimasto poco spazio di manovra per aumentare il QE, sia in termini di quantità di titoli disponibili per l’acquisto, sia in termini di supporto interno per aumentare l’allentamento monetario.

3) La BoJ non aumenterà il QE nel 2020
Come per la BCE, anche il programma del QE della Bank oj Japan (BoJ) sta raggiungendo il limite, e rimane imporbabile che la banca centrale giapponese aumenti lo stimolo nel 2020.

In ogni caso, la pressione verso un maggiore allentamento dell’economia sta scemando grazie al buon andamento dell’inflazione giapponese.

Per la fine del 2020, la HSBC prevede il cambio euro-dollaro a quota 1.20 e il cambio dollaro-yen a 115.

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Il dollaro potrebbe rafforzarsi e l’oro indebolirsi

La scorsa settimana la Fed ha sorpreso i mercati ipotizzando un aumento dei tassi prima del previsto. Una eventualità che avrebbe come principali impatti sul mercato, un rafforzamento del dollaro, un aumento delle pressioni, al ribasso, per i titoli di Stato USA di media durata (3-7 anni) ma anche sulle quotazioni dell’oro. È la diagnosi formulata da Russ Koesterich, Global Chief Investment Strategist di BlackRock nel commento settimanale ai mercati che parte comunque dal fronte caldo russo – ucraino.

Appena due settimane fa, il sentiment del mercato è stato dominato dalle tensioni tra Russia e Ucraina con il continuo montaggio sulla Crimea contesa. La scorsa settimana, tuttavia, gli investitori hanno in gran parte rivolto la loro attenzione altrove sebbene la Russia abbia poi effettivamente annesso Crimea. Mentre il finale di partita in questo braccio di ferro russo – ucraino resta incerto, gli investitori sembrano aver trovato sollievo nel fatto che le sanzioni contro la Russia siano state relativamente modeste e devono ancora trovare una seria risposta da parte russa.

“Come abbiamo indicato la scorsa settimana, questa situazione deve essere tenuta sotto stretta osservazione perché nuove sanzioni potrebbero trasformarsi in ulteriori azioni militari, il che farebbe aumentare rapidamente la volatilità del mercato e metterebbe pressione al ribasso sui titoli” sottolinea Russ Koesterich. Sempre la scorsa settimana si è avuta prova che il rallentamento dei dati economici visto in gennaio e febbraio potrebbe, almeno in parte, essere attribuito al severo clima invernale. Se è vero che la spesa dei consumatori resta incerta, l’attività manifatturiera e le costruzioni si stanno riprendendo dal rallentamento invernale: le ultime rilevazioni mostrano che la produzione industriale USA é salita più di quanto previsto, la piena occupazione della capacità è aumentata e nuovi permessi di costruzione è salito.

In questo tono generale di miglioramento dei dati economici, è giunto come una sorpresa la scorsa settimana, l’annuncio che la Fed avrebbe ridotto i suoi programmi di acquisto di asset di ulteriori 10 miliardi di dollari. In realtà, la vera sorpresa era la stima che la signora Yellen aveva preannunciato ipotizzando l’inizio di un’escursione dei tassi di interesse a breve termine sei mesi dopo l’attuale programma di quantitative easing.

Tradotto in pratica, significa che all’attuale ritmo di tapering, la Fed potrebbe significare rialzi dei tassi nella primavera del 2020, in anticipo cioè rispetto a quanto previsto precedentemente dai mercati. Allo stesso tempo, le previsioni della Fed per la crescita economica sono apparse più ottimistiche di quanto lo fossero in precedenza. In particolare, sembra che i banchieri centrali potrebbero iniziare a rivedere la visione sul tasso cronicamente basso di partecipazione alla forza lavoro (ovvero coloro che lavorano o sono in cerca di lavoro) che potrebbe rimanere tale per un periodo prolungato. I banchieri attribuiscono questo ai problemi strutturali di lungo termine, come il progresso tecnologico e un crescente divario tra le competenze attuali dei lavoratori e quelle necessarie per eseguire lavori sempre più specializzati.

“Se i problemi del mercato del lavoro sono di natura strutturale, come suggeriscono, ci può essere meno “allentamento” della forza lavoro di quanto si pensasse. A sua volta, questo significherebbe che un aumento marginale della domanda di lavoro potrebbe spingere i salari e inflazione. A questo punto, sebbene al momento esistano pochi segnali che dimostrino questa dinamica, emerge un importante cambiamento nel modo di pensare della FED, e spiega anche perché la banca centrale può essere incline ad aumentare i tassi prima di quanto precedentemente previsto“ spiga Russ Koesterich.

Ma quali impatti avrebbe per i mercati finanziari la decisione della Fed di alzare i tassi prima di quanto si pensasse?

“In primo luogo, assisteremmo probabilmente al rafforzamento del dollaro (tanto più che la politica monetaria giapponese rimane su un percorso di allentamento monetario aggressivo e la Banca centrale europea potrebbe essere costretti ad adottare una politica più morbida per combattere la persistente pressione deflazionistica). Non a caso il biglietto verde ha registrato un rialzo brusco la scorsa settimana a seguito di tali aspettative “ risponde Russ Koesterich che, in secondo luogo, indica la cosiddetta la “pancia” della curva dei rendimenti”, ovvero i nuoni del Tesoro USA con durata di 3-7 anni, che potrebbe essere particolarmente vulnerabile alla volatilità elevata, in quanto la zona della curva dei tassi che accuserebbe i maggiori impatti negativi da un aumento dei saggi di interesse.

“Infine, in un ambiente caratterizzato da un rafforzamento del dollaro e dall’aumento dei tassi reali (cioè al netto dell’inflazione), le quotazioni dell’oro ritornerebbero sotto pressione. Finora, da inizio anno, il prezzo dell’oro è salito grazie ad un inaspettato calo dei tassi di interesse, ma tale tendenza potrebbe essere destinata a cambiare. Forse, abbiamo già iniziato a vedere questo cambiamento con i prezzi dell’oro in arretramento la settimana scorsa da aver registrato il massimo degli ultimi sei mesi” è la conclusione di Russ Koesterich.

Il dollaro potrebbe indebolirsi in scia ai dati macro

di Peter Rosenstreich (Chief FX Analyst Swissquote) 31/05/2020 15:00

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