Giappone FT contro la politica di Shinzo

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Giappone: FT contro la politica di Shinzo

Il Financial Times offre numerosi spunti di discussione a chi è interessato a conoscere la realtà economica al fine d’indirizzare nel modo più opportuno gli investimenti finanziari. In questi giorni sembra che il bersaglio delle critiche sia la politica monetaria giapponese.

La chiamano Abenomics dal nome del ministro dell’economia giapponese Abe Shinzo che, nonostante le accuse legate alla guerra tra valute, ha deciso di continuare con l’esperimento: offrire al paese stimoli monetari e fiscali in modo da regolare l’inflazione e tenere sotto controllo la svalutazione dello yen.

La svalutazione della moneta locale, secondo il Financial Times ma anche secondo molti altri analisti stranieri, non è soltanto insostenibile sul lungo periodo ma potrebbe essere dannosa per le altre economie che dialogano con quella giapponese.

Da dicembre 2020 a maggio di quest’anno, lo yen ha perso il 25 per cento del suo valore e il Giappone è riuscito a dare nuova linfa alle esportazioni che sono riuscite a far crescere molto il prodotto interno lordo del paese.

Peccato che quel che fa bene al Giappone, non fa altrettanto bene ai partner commerciali di questa nazione. La tensione finanziaria, in questo senso, potrebbe tradursi in una tensione politica e visto che nelle vicinanze della nazione di Shinzo c’è la Corea del Nord, non c’è da stare proprio così tranquilli.

Il contagio delle guerre commerciali: Giappone contro Corea

Sembra che Shinzo Abe abbia imparato da Trump l’arte della trade war usata per fini politici. In questo caso però non si tratta di imporre dazi, ma di burocratizzare il sistema

3 Agosto 2020 alle 06:00

Shinzo Abe – Foto LaPresse

Roma. Il gabinetto di governo di Shinzo Abe ha approvato ieri una nuova misura economica contro la Corea del sud, cancellando il paese dalla cosiddetta “lista bianca” dei paesi – per lo più occidentali – che hanno una corsia preferenziale per fare affari in Giappone. Il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha minacciato contromisure, e sembra sempre più probabile che la disputa finirà davanti all’Organizzazione mondiale del Commercio. “Non perderemo un’altra volta contro il Giappone”, ha detto Moon durante una riunione d’emergenza con i ministri. L’ultima misura annunciata da Tokyo dovrebbe entrare in vigore il prossimo 28 agosto, mentre già da qualche settimana il governo aveva messo in atto alcune limitazioni all’esportazione in Corea del sud di tre materiali fondamentali per la produzione di semiconduttori e di display – con conseguenze per l’intera filiera, visto che la Corea del sud produce il 60 per cento del mercato dei semiconduttori. Nel caso della guerra tra Tokyo e Seul non si tratta di imporre dazi, ma di burocratizzare il sistema: gli esportatori avranno bisogno di una autorizzazione specifica ogni volta che vorranno portare in Corea del sud almeno 850 tipi di materiali e prodotti.

Sembra che il Giappone di Shinzo Abe abbia imparato da Donald Trump l’arte della guerra commerciale usata per fini politici. Mentre tutti si occupavano della trade war tra Washington e Pechino, nel Pacifico si consumava per la prima volta un passaggio fondamentale: da queste parti, fino a poco tempo fa, nessuna disputa diplomatica sarebbe mai arrivata a toccare il business. Nella consuetudine politica giapponese e sudcoreana i canali di comunicazione commerciali sono intoccabili, perché interdipendenti. Secondo gli analisti, la mossa di Abe non avrà grosse conseguenze economiche sul piano della produzione mondiale, ma è un segnale politico, e rischia di dare il via a una reazione a catena inedita e difficilmente prevedibile nelle sue conseguenze.

Seul e Tokyo sono ai ferri corti già da mesi. Tutto ha inizio a fine giugno, con una sentenza della Suprema corte di Seul che ha confermato la condanna della compagnia giapponese Mitsubishi a indennizzare le famiglie dei sudcoreani che avevano lavorato forzatamente nella fabbrica di Hiroshima negli anni Quaranta, durante l’epoca coloniale. La Mitsubishi, in una decisione presa insieme con il governo di Tokyo, aveva fatto sapere di non volere pagare alcunché. E questo anche perché poco prima la Corea del sud aveva formalmente chiuso la Reconciliation and Healing Foundation, una fondazione finanziata dai giapponesi per compensare le cosiddette “donne di conforto”, le donne sfruttate dall’esercito giapponese durante il periodo imperiale (è ancora oggetto di disputa storica se fossero prostitute regolarmente pagate oppure schiave del sesso). La fondazione era stata creata dopo un accordo firmato dall’ex presidente sudcoreana Park Geun-hye e il premier giapponese Shinzo Abe, nel 2020. L’Amministrazione sudcoreana di Moon, come annunciato già ai tempi della campagna elettorale, considera nullo quell’accordo, e chiede ancora le scuse formali del governo di Tokyo e ancora indennizzi. La storia è fondamentale per capire quanto sia profonda la polarizzazione dell’opinione pubblica in paesi dove gli elettori sono soprattutto anziani: non è un caso che il Giappone di Shinzo Abe abbia deciso di intraprendere la strada della guerra commerciale subito prima delle elezioni della Camera bassa del Parlamento, che si sono tenute il 21 luglio scorso.

Nel frattempo in Corea del sud il boicottaggio dei prodotti giapponesi, complice un martellamento sulla stampa nazionale che dura da settimane, sta assumendo dimensioni impressionanti (il marchio d’abbigliamento Uniqlo, dicevano fonti al Korea Herald, ha registrato un 40 per cento in meno di vendite in Corea del sud) , e com’è tipico della società sudcoreana si susseguono frequenti manifestazioni spontanee contro l’Amministrazione Abe. E ci sono anche gli “agenti provocatori”: una settimana fa, durante le prime esercitazioni militari congiunte tra Cina e Russia, aerei da guerra di Pechino e Mosca hanno violato quello che la Corea del sud considera il suo spazio aereo di identificazione militare, attorno alle isole Dokdo, che il Giappone rivendica con il nome di Takeshima. Un modo per far uscire allo scoperto la disputa territoriale, che è ben riuscito: entrambi i paesi hanno notificato quasi contemporaneamente alla Russia una lettera di protesta (ma solo i jet sudcoreani hanno potuto sparare colpi di avvertimento). Intanto, l’unico canale di comunicazione tra i due paesi ancora in piedi è quello dell’intelligence.

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Volete vedere da vicino l’antidoto al populismo? Venite a Tokyo

I giapponesi al voto scelgono la stabilita’ con Abe (più la prima che il secondo). Alcune risposte, e un nome da tenere d’occhio

24 Ottobre 2020 alle 06:15

Shinzo Abe (foto LaPresse)

Tokyo, dalla nostra inviata. “Quando parlo alle persone, preferisco dire che il paese ha bisogno di una ‘Amministrazione stabile’ piuttosto che ‘dell’Amministrazione Abe stabile’”, ha detto ieri un anonimo membro del governo giapponese all’Asahi shinbun. Vuol dire che Shinzo Abe, dopo le elezioni di domenica, sarà riconfermato primo ministro durante la sessione straordinaria del Parlamento di domenica, ma sulla sua persona cominciano a esserci un po’ di dubbi. Certo, la scommessa elettorale è stata vinta, e il Partito liberal democratico ha consolidato la sua maggioranza parlamentare, insieme con il partito alleato Komeito, ma questo non vuol dire che la vita politica di Shinzo Abe, da ora e nei mesi a venire, sarà in discesa. Soprattutto per via di quei nove seggi persi domenica, altro che “landslide”. “Di solito i cittadini giapponesi ogni cinque anni si stancano del loro primo ministro”, dice al Foglio Hiroki Sugita, caporedattore editoriale di Kyodo news, la principale agenzia di stampa nipponica.

“A settembre, quando Abe ha lanciato le elezioni anticipate, pensavo che gli elettori non gli avrebbero rinnovato la fiducia. La sua popolarità era in calo e credevo che questo avrebbe portato anche a una sfiducia nei confronti del Partito liberal democratico”, spiega Sugita. I vari sondaggi delle ultime settimane mostrano che, in effetti, la personalità di Shinzo Abe non è più molto gradita tra i giapponesi. “Poi c’era la variabile del governatore di Tokyo, Yuriko Koike, che ha avuto un momento di grande popolarità”. Ma come spesso accade soprattutto in Giappone in alcuni periodi, determinati personaggi della politica vengono sovraesposti, lanciati da una popolarità contingente, che però dura fino alle successive elezioni nazionali: era successo già nel 2020 con Toru Hashimoto, il Gran rottamatore, l’uomo che da sindaco della città di Osaka voleva mandare in pensione la vecchia politica e rivoltare “come un calzino” il Parlamento (ricorda qualcuno?). Questi leader-meteore si distinguono per una grande capacità comunicativa, soprattutto per i media stranieri – Hashimoto faceva l’avvocato televisivo in un programma tipo “Forum”, sapeva come acchiappare la telecamera, Koike pure viene dal giornalismo televisivo, e usa parametri occidentali per arringare la stampa, vuole fare le riforme “di Macron” e mettere “i cittadini di Tokyo ‘prima’” come ha fatto Donald Trump con gli americani. Il fatto è che alla prova nazionale la formazione di Toru Hashimoto, Nippon Ishin no Kai (il Partito della restaurazione, tanto per dare l’idea di quanto si tratti di un cambiamento progressista), non ha mai sfondato, e oggi resta in un marginale 4 per cento.

Allo studio diversi pacchetti di modifiche, tra cui quelle all’articolo 9 che vieta ai giapponesi di avere un esercito. L’unica opposizione che il presidente ha di fronte è quella all’interno del suo partito

“In comune, le due vicende, hanno una cosa – spiega Sugita – Sia il partito di Hashimoto sia quello di Koike non hanno una base. Formazioni politiche del genere, per quanto siano forti nelle metropoli, restano a livello locale, poi è molto difficile portare quegli stessi voti nel Parlamento nazionale”. Se a livello locale può funzionare, ma non per guidare il paese, allora verrebbe da pensare che il Giappone sia davvero immune al populismo, periodicamente battuto alle urne. In realtà, fa notare Sugita, qualche elemento di populismo c’è anche nella conduzione dell’ultima campagna elettorale di Shinzo Abe: “In questo mese ha lanciato un messaggio – , dice l’editorialista – ed era un messaggio pieno di tensione e paura per la minaccia dei missili nordcoreani. In questi casi i cittadini cercano il leader forte, e lui aveva già pronta la risposta: il leader forte sono io, e sono anche molto amico del presidente americano Trump. L’opposizione non è stata in grado di dare altrettanta certezza su sicurezza e difesa”. Una risposta che però, adesso, potrebbe concretizzarsi con una riforma costituzionale che modifichi anche l’articolo 9, quello che vieta al Giappone di dotarsi di un esercito. La riforma riguarderebbe tutti, perfino l’Italia che con Tokyo ha firmato un accordo quadro sulla cooperazione su sicurezza e difesa. Ma secondo Sugita, quella riforma verrebbe affossata al referendum consultivo, necessario perché la Carta sia cambiata dopo il passaggio parlamentare.

Affluenza ai minimi

In effetti il dato dell’affluenza alle urne – altro punto di contatto con l’Europa – è drammatico: è andato a votare il 54 per cento dei giapponesi. Secondo Sugita, “i cittadini si sentono più o meno soddisfatti della situazione economica, altrimenti andrebbero a votare. Tra chi desidera le riforme, c’è ancora fortissimo il dibattito tra i sostenitori di un’economia basata sull’eguaglianza – e sono i sostenitori di Thomas Piketty e del suo “Capitale”, che dal 2020 in Giappone è bestseller economia – e quelli che vorrebbero semplicemente aumentare la crescita. Tra di loro, però, sono pochi quelli disposti a credere che i partiti all’opposizione sappiano fare di meglio di quello attualmente al governo. Senza contare che il programma dell’ormai ex Partito democratico era vago su alcuni punti e su altri si sovrapponeva a quello del Partito Liberal democratico”. Così, secondo Sugita, si spiegherebbe anche il recente revival del Partito comunista giapponese, l’unica “vera opposizione” insieme con un’altra nuova formazione, quella a cui dovremmo guardare per capire chi è il prossimo candidato premier alternativo ad Abe. Si tratta del Partito della Costituzione democratica e lo guida l’ex capo di gabinetto del governo Yukio Edano, l’uomo delle conferenze stampa durante la crisi del Grande terremoto del marzo 2020. Da 16 poltrone sono arrivati a 54, e con Edano è stato rieletto anche Naoto Kan, primo ministro all’epoca della tragedia.

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