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Exxon va in Kurdistan

Si chiama Exxon Mobil, si legge: azienda attiva nell’estrazione del petrolio. Capire i movimenti di quest’azienda vuol dire essere informati sui flussi petroliferi mondiali ed avere la possibilità di fare trading sul titolo.

Exxon Mobile investe oggi nella regione autonoma del Kurdistan ed ha lasciato il Sud dell’Iraq con le sue trivelle. Entro la fine dell’anno, quindi, dovrebbero essere costruiti nel nuovo territorio d’investimento, i primi pozzi esplorativi.

Al momento si tratta di un’indiscrezione confermata da poche notizie ufficiali. Per esempio nelle relazioni della Exxon con Baghdad c’è stato un raffreddamento dei rapporti confermato da più parti. A dirlo sono soprattutto i funzionari del dipartimento USA.

Il problema dell’attrito è legato al fatto che la Exxon “ha fatto arrabbiare” il Governo iracheno nel novembre del 2020, quando ha definito con la Erbil ben sei contratti finalizzati all’attivazione di altrettanti blocchi petroliferi.

Questa operazione è stata usata come esempio anche da altre aziende, tra le quali spiccano sicuramente la Chevron, la Total e la Gazprom Neft. Accordi del tutto legali ma inaccettabili per Baghdad. Il governo iracheno, infatti, considera illegale ogni accordo che viene concluso con una compagine curda in via esclusiva.

Aveva già detto di voler cacciare la Exxon e oggi sembra arrivata al punto massimo.

Tag: industria petrolio

Exxon va in Kurdistan

Si chiama Exxon Mobil, si legge: azienda attiva nell’estrazione del petrolio. Capire i movimenti di quest’azienda vuol dire essere informati sui flussi petroliferi mondiali ed avere la possibilità di fare…

di Luigi Boggi – 23 Ottobre 2020

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Exxon va in Kurdistan – Opzioni Binarie

1 Ottobre 2020 – di Stephen S. Roach

Stephen S. Roach, former Chairman of Morgan Stanley Asia and the firm’s chief economist, is a senior fellow at Yale University’s Jackson Institute of Global Affairs and a senior lecturer at Yale’s School of Management.

NEW HAVEN – Nel tentare di uscire dalla sua politica monetaria non convenzionale, la Federal Reserve americana deve fare i conti con la disparitа tra il successo della politica nel prevenire il disastro economico e il suo fallimento nel rilanciare una robusta ripresa. Nella misura in cui tale scossone ha portato enormi eccessi nel mercato finanziario, l’uscita sarа del tutto problematica per i mercati – e per l’autoritа monetaria americana fissata sui mercati.

L’attuale dilemma della Fed affonda le radici in un cambiamento radicale nel modo e nella prassi del sistema bancario centrale. Le politiche monetarie convenzionali, realizzate per soddisfare il duplice mandato della Fed di stabilitа dei prezzi e piena occupazione, non sono in grado di affrontare i rischi sistemici delle bolle azionarie e creditizie, per non parlare delle recessioni di bilancio derivanti dallo scoppio di tali bolle. Ciт и diventato dolorosamente evidente negli ultimi anni, quando le banche centrali, per rispondere alla crisi finanziaria globale del 2008-2009, sono passate a politiche non convenzionali – in particolare, ricorrendo alle massicce iniezioni di liquiditа attraverso il quantitative easing (QE).

La teoria alla base di questa mossa – come esposta da Ben Bernanke, prima di tutto come accademico, poi come governatore della Fed, e infine in veste di presidente della Fed – и che agire sulle dimensioni quantitative del ciclo creditizio и l’equivalente funzionale di una manovra sul fronte dei prezzi. Questa supposizione ha liberato la Fed dal temutissimo “zero bound” che si avvicinava nel 2003-2004, quando, in risposta al collasso della bolla azionaria, ha abbassato il tasso di benchmark all’1%. Se la Fed esaurisse i punti base, a rigor di logica, avrebbe ancora una pletora di strumenti a sua disposizione per sostenere e guidare l’economia reale.

Ma i fondamenti intellettuali di questa argomentazione – esposti inizialmente in un documento del 2002 redatto da 13 membri della Fed di Washington, DC, staff ricerca – sono traballanti, alla meglio.
Il titolo apparentemente innocuo del documento, “Prevenire la deflazione: le lezioni dell’esperienza del Giappone negli anni 90”, afferma che le lotte del Giappone affondavano le radici in un grave errore politico: il non riconoscere prontamente e il non agire con sufficiente forza da parte della Banca del Giappone (BOJ) al pericolo dell’incipiente deflazione. (E non a caso, questa visione coincide con una conclusione simile cui и giunto Bernanke in un feroce attacco alla BOJ alla fine degli anni 90). L’implicazione era chiara: sostanziali stimoli monetari e fiscali sono cruciali per le economie che rischiano di avvicinarsi allo zero bound.

Qualsiasi dubbio su quale forma possano prendere questi “sostanziali stimoli” fu dissipato alcuni mesi dopo, quando l’allora governatore della Fed Bernanke tenne un discorso in cui sottolineava la necessitа di una banca centrale di dispiegare misure non convenzionali per mitigare i rischi deflazionari in un’economia che si avvicinava allo zero bound. Tali misure potevano essere l’acquisto di debito pubblico, la fornitura di linee di credito agevolate alle banche, tassi di interesse a lungo termine, o persino il deprezzamento del dollaro nei mercati dei cambi.

Alcuni anni dopo scoppiт la crisi finanziaria globale, e queste affermazioni, un tempo pura congettura, divennero la base di un urgente piano d’azione. Ma nella confusione ci si и dimenticati di una cosa importante: ciт che funziona durante una crisi non necessariamente dа sufficiente trazione alla ripresa post-crisi – soprattutto se la crisi ha lasciato l’economia reale in balia di una recessione di bilancio. Dato che tali recessioni bloccano il meccanismo di trasmissione delle politiche monetarie, non funzionano nй i tradizionali aggiustamenti dei tassi di interesse nй le poco convenzionali iniezioni di liquiditа sulla scia di una crisi, quando le questioni urgenti sono il livello di deleveraging e il risanamento dei bilanci.

Questo vale sicuramente oggi negli Stati Uniti. Forse il QE и stato un successo risuonante per certi versi – ossia, nell’arrestare la fase piщ rischiosa della crisi. Ma ben poco ha fatto per rilanciare i consumi delle famiglie, che rappresentano circa il 70% dell’economia americana. Dall’inizio del 2008, la crescita annua nella spesa reale dei consumatori ha registrato in media appena l’1,3% – il periodo piщ anemico mai registrato nella crescita dei consumi.

Tutto ciт и corroborato da un’evidente carenza del “dividendo del Pil” proveniente dalle iniezioni di liquiditа della Fed. Sebbene 3.6 trilioni di dollari di liquiditа in piщ siano stati aggiunti al bilancio della Fed dalla fine del 2008, il Pil nominale и salito di appena 2,5 trilioni di dollari dal terzo trimestre del 2008 al secondo trimestre di quest’anno. Citando una famosa frase pronunciata da John Maynard Keynes dopo la Grande Depressione, quando un’economia и bloccata in una “trappola della liquiditа”, con tassi di interesse bassi incapaci di rilanciare investimenti e consumi, tentare di usare la politica monetaria per incentivare la domanda и come spingere una corda.

Tale approccio riserva anche gravi conseguenze per il mercato finanziario. Essendo piщ che raddoppiato sulla scia della crisi, il mercato azionario americano – per non menzionare gli azionisti di reddito alto ampiamente ricompensati – и stato il principale beneficiario della strategia politica non convenzionale della Fed. Lo stesso vale per una serie di strumenti a reddito fisso un tempo rischiosi, da titoli aziendali spazzatura ad alto rendimento ai titoli di debito sovrano nell’Europa dilaniata dalla crisi.

La visione operativa nei circoli delle banche centrali и stata quella secondo cui il cosiddetto “effetto ricchezza” (quando l’apprezzamento azionario incoraggia l’attivitа economica reale) farebbe quadrare il cerchio di una lenta ripresa post-crisi. La ripresa persistentemente anemica e i relativi venti contrari nel mercato del lavoro americano smentiscono questo assunto.

Ciononostante, la Fed resta ancorata al feedback del mercato finanziario – e quindi intrappolata in una trappola potenzialmente letale. Temendo per le perturbazioni di mercato, la Fed ha abbracciato un’uscita al rallentatore dal QE. Facendo un’analisi minuziosa delle parole “un tempo considerevole” per descrivere il calendario previsto per la normalizzazione, il presidente della Fed Janet Yellen sta cadendo nella stessa trappola. Si tratta di un dibattito vano che ricorda molto il processo di normalizzazione Bernanke-Greenspan del 2004-2006. И triste dirlo, ma sappiamo fin troppo bene come и andata a finire.

Fonte – Project Syndicate
Traduzione – Simona Polverino

1 Ottobre 2020 – di Simon Johnson

Simon Johnson, a former chief economist of the IMF, is a professor at MIT Sloan, a senior fellow at the Peterson Institute for International Economics, and co-founder of a leading economics blog, The Baseline Scenario.

WASHINGTON, DC – Le riunioni annuali del Fondo monetario internazionale si terranno dal 10 al 12 ottobre prossimi a Washington, e il settore finanziario globale sarа tra gli argomenti principali all’ordine del giorno. Il dibattito si preannuncia particolarmente interessante poichй questo tema mette a confronto due visioni diametralmente opposte.
La prima и quella secondo cui “и stato fatto molto” dall’inizio della crisi finanziaria globale nel 2008. Secondo i sostenitori di questa tesi – puntualmente rispolverata da funzionari del Tesoro americano e alcuni loro omologhi europei – pur potendo fare qualcosa di piщ in termini di attuazione delle riforme, le nostre banche e altre societа finanziarie sono giа diventate molto piщ sicure. Una crisi come quella del 2008, pertanto, non potrа ripetersi tanto presto.
La seconda, invece, sostiene che siamo ben lontani dalla realizzazione dei cambiamenti radicali di cui abbiamo bisogno. Peggio ancora, su almeno un punto chiave, l’espressione utilizzata da politici e giornalisti illustri per descrivere lo stato della finanza и “a pezzi”.
Si tratta di questioni complesse, con mille sfumature, ma molto di ciт che divide le due fazioni in questo dibattito puт ridursi al seguente interrogativo: и accettabile dire che le banche “detengono” capitale?

Quest’espressione и usata spesso da giornalisti esperti di finanza (anche se non da Bloomberg/BusinessWeek, ad esempio, che da tempo si muove con molta cautela in quest’ambito). “Le banche dovranno detenere piщ capitale” si dice spesso per descrivere l’impegno delle autoritа di regolamentazione – e, negli Stati Uniti, di alcuni legislatori – a che le istituzioni finanziarie si autofinanzino con piщ capitale netto e meno debito.
Usare il termine “detenere” in questo modo и tanto normale quanto fuorviante. Nell’uso comune, “detenere” и un verbo attivo che, a seconda del contesto, puт significare trattenere, tenere fermo, tenere con la forza, tenere da parte o tenere per sй.

Specificare questo и importante perchй l’espressione “detenere capitale” и diventata una sorta di metafora dissimulata o implicita. Ciт che viene implicato и la richiesta alle banche di “confiscare” parte dell’attivo del loro bilancio, cosa che porta naturalmente a percepire una “minore disponibilitа” per il prestito, ad esempio, all’economia reale (non finanziaria). Mi и capitato spesso d’imbattermi in una visione di questo tipo, anche in ambienti sofisticati come, ad esempio, Capitol Hill.
Tale interpretazione, perт, evidenzia un totale, e talvolta intenzionale, fraintendimento del concetto di patrimonio bancario e delle politiche seguite. (Anat Admati e Martin Hellwig hanno fatto notare che sono molte le idee sbagliate in quest’ambito e che, tra queste, quelle riguardanti il capitale sono sicuramente le piщ importanti).

Il capitale, in questo contesto, и sinonimo di equity e, pertanto, si colloca sul lato passivo del bilancio di una banca (o altro istituto). Si riferisce a come una banca (o un’altra impresa) finanzia le proprie attivitа, non a come utilizza i fondi che ha a disposizione.
Requisiti di capitale piщ elevati significano, in sostanza, piщ equity funding e – come suggerisce il buonsenso – meno debito per una determinata dimensione del bilancio. Questa и una politica interessante e saggia, perchй le banche globali di oggi fondano le proprie operazioni su porzioni di equity abbastanza ridotte.
Gli standard di capitale bancario sono quelli contenuti nel Global Capital Index realizzato da Thomas Hoenig, vice presidente della Federal Deposit Insurance Corporation. Hoenig prende in considerazione la quantitа di patrimonio netto posseduto dalle banche avvalendosi di un indicatore semplice e trasparente, anche conosciuto come leva finanziaria. Sei anni dopo la piщ grande crisi finanziaria mondiale, le nostre grandi banche hanno un patrimonio netto pari a non piщ del 5% del loro bilancio. (In realtа, alcune banche superano appena il 3% del patrimonio netto). Ciт significa che il 95% delle loro transazioni sono finanziate dal debito – e che, pertanto, basterebbe un piccolo shock negativo per renderle insolventi.

Per risolvere questa vulnerabilitа servono molte altre misure, fra cui la formalizzazione della cooperazione internazionale per la gestione delle imprese finanziarie in via di fallimento. Queste imprese devono poter fallire senza causare il panico globale, magari redigendo dei “testamenti biologici” ben studiati, in cui illustrano il loro piano in tal senso; di fatto, tale piano и un requisito, non ancora implementato, della riforma finanziaria Dodd-Frank negli Stati Uniti.
Ma c’и un passo molto piщ semplice che farebbe una grande differenza: un policy maker di grande esperienza, ad esempio un membro del consiglio dei governatori della Federal Reserve o il presidente della Fed di New York, dovrebbe fare un discorso in cui spiega chiaramente cos’и il capitale di una banca (e cosa non и).

I giornalisti che ignorano i criteri terminologici utilizzati in questo discorso dovrebbero essere convocati separatamente dalla Fed. La Fed dedica molto impegno per garantire che il pubblico comprenda la sua politica monetaria; ebbene, altrettanto impegno dovrebbe essere prodigato per spiegare in modo chiaro e dettagliato la politica di regolamentazione.
E l’indice di Hoenig andrebbe ripreso e pubblicizzato da una grande organizzazione, come il Fondo monetario internazionale. Abbiamo bisogno non solo di scegliere piщ accuratamente le parole, ma anche di misurare in modo esatto e tempestivo i livelli di patrimonializzazione delle banche.

Fonte – Project Syndicate
Traduzione – Federica Frasca

1 Ottobre 2020 – di Enrico Franceschini
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LONDRA – Specchio delle mie brame, quale и la piщ importante capitale finanziaria del reame? Parafrasando le fiabe, и questa la domanda posta dal Financial Times in un’inchiesta che mette a confronto New York e Londra. La risposta? Al momento, New York. Ma Londra и seconda di poco e comunque и la prima se si considerano determinate categorie piuttosto che altre. Insomma, quasi un pareggio. Minacciato in futuro, ammonisce il quotidiano della City, dall’ascesa delle capitali della finanza asiatiche: Hong Kong, Singapore, Shanghai. Anche se nel breve o medio termine (azzardiamo: fino al 2050? per tutto il 21esimo secolo?) il predominio della coppia New York-Londra, le due metropoli del capitalismo occidentale (“NyLon” le chiamava qualcuno con un riuscito acronimo), sembra assicurato.
Sette anni fa l’allora sindaco di New York Michael Bloomberg affermava che la Big Apple era a rischio di essere sorpassata da Londra come capitale della finanza mondiale. Lo diceva sulla base di uno studio della societа di analisi McKinsey che indicava un declino economico-sociale per la cittа americana. Oggi, sei anni dopo il crollo della Lehman Brothers diventato sinonimo della grande crisi finanziaria globale, entrambi i centri appaiono trasformati. Le banche tornano ad assumere e a fare ricchi profitti. Una stretta di regulation pare avere messo al sicuro dai rischi di nuovi terremoti e dalla lunga catena di corruzione, scandali, errori del recente passato sulle due sponde dell’Atlantico.

Ma chi delle due и in testa? Chi и la prima capitale finanziaria del mondo? New York vince come capitalizzazione di mercato. Le sue due borse (Nyse e Nasdaq) hanno registrato Ipo (offerta pubblica iniziale, ovvero collocamento di azioni) per 77 miliardi di dollari dall’inizio del 2020, pari al 41 per cento dei 186 miliardi di dollari di Ipo globali. Londra ne ha prodotte soltanto per 25 miliardi di dollari, pari al 14 per cento del totale.
Altre cifre a favore di New York: ha piщ gente che lavora nell’industria finanziaria (439 mila persone contro 360 mila a Londra); dа bonus piщ alti a banchieri e broker (164 mila dollari di media a testa contro 96 mila dollari a Londra); ha piщ miliardari (103 contro i 72 di Londra).
Ma Londra и in vantaggio nel campo dei mercati delle valute, in cui ospita il 41 per cento delle contrattazioni globali contro il 19 per cento di New York, e dei derivati, di cui tratta il 49 per cento contro il 23 di New York. Inoltre Londra ha la prima banca al di fuori dell’Asia per la compravendita di renminbi, la valuta cinese, e ha emesso i primi bond islamici al di fuori del mondo arabo. Altri vantaggi della City rispetto a Wall Street: un fuso orario migliore per trattare con i mercati asiatici; una maggiore globalizzazione. Gli stranieri di ogni parte del mondo si sentono “a casa” piщ a Londra che a New York, in particolare i musulmani dopo l’attentato terroristico contro New York dell’11 settembre 2001.
Il dato che piщ emerge dal confronto, in realtа, и quanto le due piazze della finanza occidentale si somiglino: quasi lo stesso numero di abitanti (8 milioni e 300 mila New York, 8 milioni e 400 mila Londra), quasi lo stesso prezzo per una camera in un albergo di lusso (450 dollari a notte a Londra, 400 a New York). Sono due facce della stessa medaglia. L’unico rischio, per Londra, и politico: se la Gran Bretagna decidesse di uscire dall’Unione Europea, nel referendum sulla Ue che il premier conservatore David Cameron vuole fare nel 2020, la City ne risentirebbe. Alcune banche potrebbero traslocare. L’immagine di capitale globale pagherebbe un prezzo. Per questo i banchieri e i broker londinesi dicono che il Regno Unito deve restare nella Ue, un auspicio condiviso dal Financial Times.

Fonte – La Repubblica

02 ottobre 2020 – di La Repubblica
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Lehman Brothers poteva essere salvataI primi rumors erano cominciati a circolare giа nelle settimane successive al crac. Ma stavolta le indiscrezioni avrebbero una matrice autorevole e cioи fonti interne alla Federal Reserve di New York. In base a un’inchiesta del New York Times, proprio queste fonti avrebbero ammesso, a sei anni dal fallimento, che il colosso bancario Lehman Brothers poteva essere salvato.
L’inchiesta del quotidiano americano cerca di far luce sui giorni immediatamente precedenti al lunedi 15 settembre, giorno in cui la storica banca di investimento americana ha dichiarato il fallimento: nel week end precedente, un gruppo di esperti della Federal Reserve di New York che era stato chiamato d’urgenza a esaminare il delicatissimo dossier, avrebbe concluso la propria relazione arrivando alla conclusione che Lehman Brothers aveva le tutte le caratteristiche per richiedere il piano di salvataggio di Washington, esattamente come avrebbero poi chiesto, ed ottenuto, per salvarsi dal naufragio finanziario altri colossi quali, per esempio, Bank of America, Citigroup, e Goldman Sachs.
Il problema, sempre secondo le fonti interne della Fed, и che gli esiti di questa analisi non sono mai stati tradotti in un rapporto scritto. Le fonti, tuttavia, non spiegano le motivazioni di questa scelta che, di fatto, ha impedito che l’analisi potesse influire sulle decisioni delle autoritа americane competenti per le operazioni di salvataggio all’ora in carica e cioи il governatore della Fed, Ben Bernanke, il segretario americano al Tesoro, Henry Paulson, e il capo della stessa Fed di New York, Timothy Geithner.
Se fosse andata cosм si tratterebbe di una imperdonabile omissione perchй il fallimento Lehman Brothers и stato un crac di dimensioni gigantesche con oltre 400 miliardi di dollari di attivo in bilancio. Perchй se и vero che proprio oggi parte la distribuzione di una nuova tranche di 10,4 miliardi di dollari ai creditori (con quelli italiani che sono stati rimborsati delle perdite al 46% e potrebbero arrivare presto anche fino al 50%), и altrettanto vero che il fallimento della banca d’affari USA ha avuto pesanti ripercussioni su tutto il sistema finanziario provocando l’attuale crisi che tutto il mondo (e L’Europa in particolare) sta ancora cercando affannosamente di superare.

Fonte – La Repubblica

Mercoledм 01 Ottobre 2020 . Giovedм 02 Ottobre 2020 . Venerdм 03 Ottobre 2020
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2/10/2020 | 14:30 – di Sara Silano
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Gli investitori europei hanno girato l’interruttore sul “risk off” ad agosto. Secondo l’ultimo Morningstar asset flow report, i fondi a lungo termine (azionari, obbligazionari, bilanciati, commodity, convertibili e alternativi, ecc. esclusi i monetari), hanno registrato flussi netti per 19,39 miliardi di euro, livello che, seppur positivo, и il piщ basso da dicembre 2020. Il cambiamento di atteggiamento и testimoniato dai riscatti su molte categorie azionarie e obbligazionarie piщ volatili a vantaggio dei bilanciati prudenti e degli obbligazionari governativi.

Bene gli obbligazionari
Il reddito fisso и l’asset class che ha raccolto di piщ ad agosto (9,24 miliardi), seguito dai bilanciati (9,18 miliardi). Gli alternativi (fondi conformi alla direttiva Ucits, che usano strategie simili agli hedge fund) hanno ricevuto flussi netti per 1,75 miliardi, grazie ai multi-strategy, che hanno controbilanciato i riscatti dagli azionari europei long-short. Il segno meno, invece, и ricomparso davanti ai fondi equity per la prima volta da giugno 2020 (-311 milioni). E’ negativo anche il saldo dei convertibili, -873 milioni, il peggiore risultato da settembre 2020.
L’avversione al rischio ha riportato gli investitori sui monetari, che hanno registrato una raccolta netta pari a 11,56 miliardi, poco meno del mese precedente.

Raccolta mese Agosto 2020 . . . . . . . .

Fonte – Morningstar

Fuori dalle Borse europee
Tra gli azionari, le categorie piщ penalizzate sono state quelle europee. 12 delle 13 coperte da Morningstar hanno subito deflussi per circa 3,1 miliardi in tutto. L’unica positiva и stata quella degli Azionari Europa – Reddito. Ad agosto, gli investitori hanno confermato l’interesse per le Borse emergenti (+1,56 miliardi) e l’Asia-Pacifico escluso il Giappone (+1,53). Sono andati bene anche gli Azionari internazionali large cap blend. In assoluto, i maggiori deflussi hanno riguardato gli obbligazionari high yield. Quelli in dollari hanno avuto riscatti netti per 2,15 miliardi, i globali per 1,17 miliardi e i denominati in euro per 829 milioni. Sul fronte opposto, gli Obbligazionari diversificati in euro hanno ricevuto ingenti capitali (+2,39 miliardi), in parte per un “cambiamento nell’asset allocation dei fondi pensione”, si legge nel report Morningstar. Segno piщ anche per la categoria dei fondi sui bond globali, grazie al ritorno di popolaritа di Franklin Templeton Global bond (Morningstar Analyst rating pari a Silver) e Global total return (Bronze).

Ancora cedola
E’ tutta italiana la storia dei comparti che rientrano nella categoria Bilanciati-altro, che comprende i fondi a cedola. La raccolta dei soli domiciliati nel Belpaese и stata di 1,57 miliardi su un totale europeo di 1,75. Le case di investimento che piщ ne hanno beneficiato sono state Eurizon Capital, Aletti Gestielle e Anima.
JP Morgan fa il pieno
Della popolaritа dei fondi bilanciati e obbligazionari ha tratto vantaggio JP Morgan, che и stata la societа con i flussi netti piщ alti nel mese. In particolare, 700 milioni di euro sono fluiti nei comparti del reddito fisso, mentre 575 milioni nei bilanciati (soprattutto nel JP Morgan Global income, 5 stelle Morningstar). Al secondo posto, si и posizionata Hsbc, grazie ai fondi azionari, in particolare gli internazionali large cap. Pioneer Investments e Eurizon Capital sono rispettivamente al quarto e sesto posto, con flussi netti per 1,09 miliardi e 891 milioni. Ad agosto, и tornata positiva la raccolta di Pimco (+409 milioni), per la prima volta da maggio 2020, nonostante il comparto di punta, Pimco Gis Total return bond abbia continuato a registrare deflussi. Il fondo ha subito recentemente un abbassamento del rating da Gold a Bronze a seguito delle dimissioni del fondatore della societа, Bill Gross. E’ stato, invece, un mese con il segno meno per BlackRock, il primo da giugno 2020, a causa principalmente delle prese di profitto sui fondi azionari europei non indicizzati.

2 Ottobre 2020 – di Rossana Prezioso
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Dopo la mossa dell’Arabia Saudita, che ha abbassato il prezzo del suo petrolio con tagli che vanno da a 20 centesimi ed 1.2 dollari per barile secondo autorevoli fonti. In molti sono rimasti perplessi anche perchи, in contemporanea, giungeva la notizia di un sorpasso ormai praticamente certo degli Usa sulla prestigiosa concorrente.
E intanto il prezzo del petrolio sta scendendo, toccando i 90 dollari al barile, il minimo nel giro di 17 mesi.
Cosa sta succedendo?
Molti i fattori che stanno contribuendo a questo calo. Il rallentamento delle economie principali, Cina ed Europa insieme puт essere giа un primo indizio, unito, magari, anche al rifiuto del rischio, non piщ tanto amato, che nelle borse internazionali sta serpeggiando. Oppure, cosa da non escludere, anche una sovrapproduzione (o comunque una minore richiesta, il che si ricollegherebbe al punto uno).
Alla base di tutto la scoperta del secolo e cioи la capacitа di estrarre petrolio liquefatto attraverso la tecnica del fracking ovvero la fratturazione idraulica. In altre parole iniettare acqua, sabbia e agenti chimici permettendo al gas di salire in superficie e di essere piщ facilmente estraibile. In realtа si tratta di una tecnica conosciuta da diversi anni ma che и stata resa accessibile solo recentemente grazie all’applicazione di nuove tecnologie.
Il boom del gas naturale, perт, si inserisce in un quadro molto piщ ampio che vede una serie di rivoluzioni ulteriori anche nel campo delle cosiddette rinnovabili: Cina inaspettatamente leader del solare, mentre gli Usa hanno giа dichiarato la loro intenzione di tagliare del 30% le emissioni di gas serra, dando innegabile impulso alla ricerca delle fonti alternative. Ma in contemporanea, anche allo sfruttamento di petrolio non convenzionale che, al di lа del fracking, sfrutterebbe le risorse presenti negli abissi marini e nel substrato piщ profondo della terra. Un primo caso si и avuto con la scoperta di un maxi giacimento nella zona del mare Artico, favorita anche dall’assottigliamento dello strato di ghiaccio della calotta polare, che potrebbe facilitare il lavoro di estrazione. Paradossale il fatto che proprio l’inquinamento causato dal petrolio invece di far rallentare il suo sfruttamento (anche davanti a un clima impazzito) ne favorisca invece una maggiore estrazione. cosм come и paradossale anche il fatto che l’unico ostacolo finora incontrato sono state le sanzioni inflitte alla Russia da parte dell’Europa e degli Usa. Infatti la scoperta del maxi giacimento, avvenuta dopo anni di ricerche, и stata messa in stand by da parte della Exxon, multinazionale petrolifera che si и ritrovata letteralmente con le mani legate (in questo caso con le trivelle bloccate), proprio a causa delle sanzioni alla Russia.
Ad ogni modo il settore petrolchimico statunitense ha registrato u aumento incredibile negli ultimi anni, 10 per la precisione permettendo di registrare quasi 9 milioni di barili estratti contro i poco meno di 5 precedenti. Non solo, malo stesso shale gas rappresentava nel 200 solo l’1% degli energetici made in Usa, mentre adesso si avvia sulla soglia dei 34% del totale gas naturale estratto. da qui un export che, a questo punto, diventa quasi una necessitа. Di (KSE: 003160.KS – notizie) queste ore la notizia che l’Italia ha ricevuto per la prima volta nella storia un carico di petrolio dagli Usa.
Intanto il prezzo crolla. Proprio mentre la guerra infuria. Ma и sufficiente spiegare tutto questo con la produzione Usa in aumento? No, perchи dietro c’и dell’altro. L’Isis. O per la precisione il Kurdistan iracheno, che ha iniziato a vendere petrolio a prezzi bassissimi, sostenuto anche dalla comunitа internazionale. Al momento, dopo un lungo tira e molla fatto di guerriglia e sconfitte, Kirkuk e le sue raffinerie, sono in mano ai curdi. Ma c’и di piщ: in molte zone controllate dall’Isis si produrrebbe petrolio e lo si metterebbe anche in commercio a prezzi inferiori anche della metа rispetto a quelli ufficiali. In altre parole: contrabbando.
Chi li compra? I mercati asiatici (spesso simpatizzanti di movimenti antioccidentali), in via di sviluppo ma non in grado di reggere i prezzi occidentali, che approfitterebbero dello snodo su territorio turco, per approvvigionamenti continuati.
Ma altri numeri parlano anche piщ chiaro: tra i 20 e i 40 dollari al barile il prezzo fatto dall’Isis contro quello ufficiale di circa 100 che a sua volta puт contare su una stima di 50mila barili di petrolio al giorno provenienti per lo piщ dalla Siria e da alcune zone dell’Iraq sotto il controllo dei miliziani.
Ma al di lа di questo, e tornando nuovamente al petrolio made in Usa, resta una sola certezza: le mappe dei giacimenti convenzionali e non, quindi anche quelli shale,devono essere ridisegnate anche alla luce delle nuove tecnologie come la trivellazione orizzontale controllata (Toc), che permetterebbero l’estrazione di oltre 58 miliardi di barili di petrolio shale e altri 17,8 miliardi di metri cubi di gas, secondo le stime dell’Eia.

Fonte – Trend Online

Pubblicato il 03 ottobre 2020| Ora 16:04 – di Alessandro Fugnoli

Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist Kairos Partners SGR

MILANO (WSI) – La Grande Guerra del 1914- 1918 causт la morte di 17 milioni di persone (10 milioni di soldati e 7 di civili). La pandemia di influenza che iniziт nel gennaio del 1918 e terminт nel dicembre del 1920 ne provocт molti di piщ. Colpм infatti piщ di un quarto degli esseri umani (500 milioni su 1900). Ne morirono, secondo il Cdc, tra i 50 e i 100 milioni di persone, tra cui Gustav Klimt, Egon Schiele, Max Weber e Guillaume Apollinaire.

All’inizio della pandemia il Dow Jones era a 76. Alla fine, alla metа del dicembre 1920, stava a 75. Nel 1919 la borsa celebrт la pace con un rialzo fino a 120, ma tornт sui suoi passi quando cominciт a farsi sentire la severa recessione globale del 1920. La caduta della produzione fu causata da un eccesso di scorte accumulate negli anni precedenti, dalla dislocazione tipica di ogni dopoguerra, da un’ondata di fallimenti tra le imprese, da un aumento della disoccupazione e da una lunga caduta dei prezzi agricoli.

Alla pandemia, nella letteratura sulla crisi del 1920, non viene attribuito un ruolo significativo. Un secolo fa gli esseri umani avevano una percezione diversa delle malattie e dei pericoli. La guerra, nel suo modo crudele, aveva poi abituato le moltitudini a un contatto quotidiano con i rischi estremi. Oggi siamo invece impreparati. Ebola ha provocato 4mila vittime in Africa, ma и bastato un solo caso negli Stati Uniti per diffondere il panico, anche sui mercati.

Le autoritа sanitarie ripetono costantemente che tutto и perfettamente sotto controllo e che si puт stare assolutamente tranquilli. И giusto fare appello alla componente razionale, ma la legge dei grandi numeri induce a pensare che altri casi si produrranno nel mondo. Gli Stati Uniti, del resto, sono in questo momento teatro di un’epidemia di enterovirus, mentre in Florida si и ormai insediata stabilmente la chikungunya, una malattia virale acuta ed epidemica che si sta estendendo dall’Africa e dai Caraibi.

No al panico, dunque, ma sм a una giusta attenzione, proporzionata all’entitа del fenomeno e ai limiti inevitabili della nostra capacitа di controllo. Per i mercati Ebola cade in una fase delicata, ma certamente non drammatica. La stagione и propizia alle correzioni, l’Europa gira a vuoto, la Cina и in affanno. Come scrive Bruce Kasman, l’economia globale applaude con una mano sola, quella americana. E per dirla tutta, anche negli Stati Uniti si vede qualche piccolo segno di perdita di slancio. E poi ci sono Hong Kong paralizzata, l’Iraq, la Siria e un’Ucraina in cui il conflitto и ripreso, sia pure sottotraccia.

Probabilmente (e augurabilmente) molti di questi problemi si riveleranno alla fine gestibili. In Ucraina la minaccia di altre sanzioni incrociate rende molto caute le parti in gioco. A Hong Kong la Cina sceglierа forse la strada che il potere sceglie spesso in questi casi, aspettare e non fare nulla. In Iraq e Siria l’Isis riesce nel miracolo di fare cooperare tutto il resto del mondo.

Sul piano economico la Cina procede sulle riforme (in particolare quelle del settore pubblico) e questo conta di piщ delle difficoltа congiunturali. Gli Stati Uniti sono comunque avviati anche per il quarto trimestre sulla strada di una crescita vicina al 3 per cento. Quanto all’Europa, c’и quanto meno la consapevolezza che i problemi non sono figli della recessione del 2008 e colpa dell’America. Ormai и chiaro a tutti che и il modello generale europeo a essere in crisi e ad avere bisogno di un energico rinnovamento.

A tutti i paesi in affanno corrono poi in soccorso due potenti fattori positivi, il dollaro forte e il petrolio debole. Sono due fenomeni recenti e non hanno ancora dispiegato pienamente i loro effetti sui consumi e sulle esportazioni. Presto, in ogni caso, li vedremo nelle statistiche.

Lo spazio per una buona chiusura d’anno non si и dissolto, soprattutto se l’Europa si mostrerа piщ attiva nella risposta alla crisi. И perт innegabile la sensazione che ci stiamo avvicinando a una fase nuova, che caratterizzerа probabilmente i prossimi due-tre anni. Ci aspetta una fase di ritorni di borsa molto piщ bassi rispetto a quelli che abbiamo avuto dal 2008 a oggi. La volatilitа tornerа tra noi. In compenso i bond di buona qualitа avranno meno a patire di quello che abbiamo pensato.

A lungo termine il problema и quello di evitare di limitare la crescita nel timore che i tassi alti creino gravi difficoltа ai debitori piщ deboli. Il Geneva Report di cui molto si parla in questi giorni mette bene in rilievo le sabbie mobili in cui rischiamo di cadere e soffocare se non riusciremo ad alzare il livello della crescita o, quanto meno, l’inflazione.

Le narrazioni che si sentono in giro in questo periodo sono quattro. Secondo la prima cresceremo di piщ ma pagheremo questo con l’inflazione. Per la seconda cresceremo di piщ con poca inflazione. Per la terza tutto continuerа come и oggi e le borse continueranno inerzialmente a salire per effetto dell’espansione dei multipli. Per la quarta gli sforzi di riaccelerazione falliranno e precipiteremo nella deflazione.

Fino a tempi recenti il mercato si и diviso tra le prime due narrazioni. L’aggiunta di due nuove ipotesi complica il quadro. Avremo spostamenti di paradigma piщ frequenti, il che и un altro modo per dire che avremo piщ volatilitа.

In una situazione cosм fluida sarа bene concentrare gli investimenti sull’economia piщ solida, quella americana, e sulla valuta che ne и espressione, il dollaro. La borsa andrа meglio degli altri asset nei primi tre scenari, i Treasuries lunghi andranno sufficientemente bene negli ultimi tre, il dollaro in tutti.

Il resto del mondo sarа piщ volatile e piщ fragile. Avrа momenti di gloria ma avrа anche cadute, dislocazioni e momenti di preoccupazione su questo o quel debitore. Andrа quindi inserito nella componente speculativa del portafoglio.

Fonte – WallStreetItalia.com

07 Ottobre 2020 – di Daniel Gros

Daniel Gros is Director of the Brussels-based Center for European Policy Studies. He has worked for the International Monetary Fund, and served as an economic adviser to the European Commission, the European Parliament, and the French prime minister and finance minister.

BRUSSELS – Mentre la curva dell’inflazione nella zona euro si mantiene ostinatamente verso il basso, cresce la pressione sulla Banca Centrale Europea perchй faccia “qualcosa” per evitare una deflazione vera e propria. Per questo “qualcosa” di solito si intende l’acquisto massiccio di titoli finanziari, o quantitative easing (QE). Ma il QE puт davvero fare miracoli?
Il dibattito finora ha seguito schemi nazionali facilmente prevedibili: i paesi creditori non si oppongono alla deflazione, perchй aumenta il valore reale del loro investimento, laddove gli oneri di rimborso dei paesi debitori tendono a diventare piщ gravosi.
In un’economia chiusa, per ogni credito ci deve essere un debito corrispondente. Ma si consideri ogni paese singolarmente: alcuni gestiscono un ampio debito estero, mentre altri mantengono un’ampia posizione creditoria.

Gli Stati Uniti e la Germania sono agli estremi opposti della scala “creditore-debitore”. Gli Stati Uniti, beneficiando del “privilegio esorbitante” di poter emettere debito denominato nella propria valuta, per piщ di 30 anni hanno operato in regime di disavanzo delle partite correnti. Il debito estero totale dei residenti negli Stati Uniti (la maggior parte del quale и in dollari statunitensi) и superiore ai 7 mila miliardi di dollari. Ciт implica che qualsiasi riduzione dei tassi di interesse degli Stati Uniti andrebbe a vantaggio del paese nel suo complesso, al contrario dei paesi creditori, come la Germania, per cui gli interessi attivi crollerebbero.
Anche all’interno della zona euro, dove fino a poco tempo fa i conti con l’estero erano quasi in equilibrio, и emerso un simile spettro “creditore/debitore”, con la Germania e l’Olanda ad una estremitа, e gran parte della zona euro meridionale all’altra. Questo spiega in parte sia l’atteggiamento ostile verso l’adozione del QE sulla stampa finanziaria tedesca, sia le richieste sempre piщ disperate dei paesi periferici sovra-indebitati di ulteriori azioni da parte della BCE.
Nella zona euro, tuttavia, il QE и una risposta discutibile a tali richieste. Esso и infatti uno strumento speciale utilizzato quando i tassi della politica a breve e medio termine di una banca centrale sono giа a zero e si vuole abbassare i tassi di interesse a lungo termine. Questo implica che il QE puт essere efficace solo nelle economie dove i cambiamenti nei tassi d’interesse a lungo termine (mercato) giocano un ruolo significativo nel settore privato.

Questo non и il caso dell’Europa, dove la maggior parte degli investimenti и finanziata attraverso prestiti bancari che non hanno in genere delle scadenze a lungo termine – spesso meno di cinque anni – perchй le stesse banche hanno capacitа finanziarie incerte a lungo termine. Inoltre, i tassi di interesse applicati a questi prestiti non sono legati al mercato, ma piuttosto al costo di rifinanziamento della banca, che и giа vicino allo zero.
Nella zona euro, и improbabile quindi che tassi a lungo termine piщ bassi per i titoli di Stato migliorino il fabbisogno finanziario del settore aziendale e aumentino la domanda di investimenti. Per contro, negli Stati Uniti, una percentuale molto maggiore di investimenti и finanziata mediante l’emissione di obbligazioni, che possono avere una scadenza piщ lunga dei prestiti bancari. Inoltre, questi titoli sono valutati in modo differenziale in riferimento alla curva dei rendimenti dei titoli di stato, il che implica che il QE avrа un impatto immediato sui costi di finanziamento delle imprese.
Per le famiglie, l’impatto principale di tassi di interesse piщ bassi si fa sentire attraverso i mutui. Ma gran parte dell’Europa meridionale si basa principalmente su tassi fluttuanti. Ciт implica che il QE non raggiungerebbe, ad esempio, le famiglie spagnole, i cui mutui sono indicizzati ai tassi a breve termine, giа prossimi allo zero.

Negli Stati Uniti, dove le famiglie hanno un’opzione di prepagamento sui loro mutui, i tassi di interesse possono calare. Inoltre, i mutui di solito sono cartolarizzati. Questo implica che un calo del tasso, al quale pacchetti di mutui possono essere venduti sul mercato, puт avere un forte impatto sulla spesa delle famiglie, perchй tassi a lungo termine piщ bassi in genere portano a ondate di rifinanziamento ipotecario, portando cosм le famiglie ad avere pagamenti mensili inferiori – e quindi un maggiore reddito disponibile.
Quando la banca centrale acquista grandi quote di titoli, tutti i prezzi dei beni, compresi gli alloggi, tendono ad aumentare. Anche in questo caso, gli Stati Uniti, dove i prezzi piщ alti delle case hanno stimolato i consumi, sono un esempio fuorviante per l’Europa. I livelli di occupazione delle residenze da parte dei proprietari sono alti negli Stati Uniti, e il sistema finanziario permette alle famiglie di mantenere l’assetto delle loro case a costi relativamente contenuti, con ipoteche aggiuntive o con il rifinanziamento dell’intero mutuo.

Questo non и praticabile in gran parte dell’Europa, e soprattutto in Germania, dove i limiti di copertura del finanziamento rimangono prudenti, il rifinanziamento и costoso, e la maggior parte delle banche si preoccuperebbe per ogni tentativo di monetizzare i “finanziamenti sulla casa” per pagare una vacanza o una macchina nuova. Inoltre, i prezzi e gli affitti piщ alti delle case ridistribuiscono reddito da famiglie piщ povere (che in genere vanno in affitto) alle famiglie piщ ricche (che possiedono le case). Ma i poveri-hanno una propensione a spendere molto piщ alta rispetto ai ricchi. Un boom edilizio in una nazione di affittuari potrebbe alla fine comportare un piщ basso consumo aggregato.

Le differenze nella struttura finanziaria hanno cosм una grande importanza nel tentativo di impedire la deflazione. Anche se il QE potrebbe funzionare in un’economia debitrice con un sistema finanziario flessibile, come gli Stati Uniti, potrebbe ritorcersi contro in un’economia creditrice con un sistema finanziario piщ rigido. Questo, piuttosto che la paura che la BCE possa finire per comprare le obbligazioni di governi inaffidabili, и il vero argomento contro il QE nell’Eurozona.

Fonte – Project Syndicate

3 Ottobre 2020 – di Borsaprof Gerbino
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La giornata borsistica di ieri, che ha stupito i media ed ha occupato i titoli di testa dei tiggм, и andata esattamente come avevo previsto nel commento pubblicato ieri mattina, che Renzi avrebbe definito “da gufo”.
A me pareva invece l’ipotesi piщ sensata sull’andamento della riunione BCE (Toronto: BCE-PA.TO – notizie) . Le conseguenze negative su borse illusoriamente ottimistiche, sono state la naturale traduzione finanziaria del messaggio inconcludente di Draghi.
Non и esatto perciт affermare che Draghi abbia “deluso” i mercati. Draghi, in una conferenza stampa un po’ surreale, tenuta a Napoli sotto l’assedio di No Global, disoccupati ed arrabbiati di ogni genere, ha plasticamente mostrato, con grande chiarezza, la momentanea inefficacia delle misure fin qui adottate, quando ha dovuto ammettere che la situazione nell’economia europea и in via di progressivo deterioramento. Ha messo in mostra anche la sua impossibilitа attuale a fare di piщ, stretto tra i capricci dei mercati che invocano sempre nuove misure accomodanti, come il bambino pretende il lecca lecca dallo zio in visita mensile, e gli altolа dei rigoristi tedeschi, che lo accusano di essersi spinto fin troppo in avanti con le coccole monetarie. Non ha nemmeno pronunciato la parola Quantitative Easing e si и sentito in dovere di rassicurare i falchi tedeschi richiamando ancora una volta i paesi a rispettare i patti e fare le riforme. E’ la versione burocratica e senza fare nomi dell’invito a “fare i compiti”, che la Merkel il giorno prima ha bruscamente rivolto a Francia e Italia.
Non и Draghi che ha deluso. Non ha certamente deluso chi con realismo ha preso atto nei giorni precedenti che “il re и nudo”. Ha deluso solo chi si era incautamente illuso che anche la riunione di ieri avrebbe portato l’ennesimo lecca lecca monetario (il QE sui titoli di stato), prima ancora di attendere che il bambino speculatore abbia finito di gustare il precedente (TLTRO e acquisto di ABS).
La reazione isterica dei mercati и stata la classica dimostrazione di quanto essi siano ormai mentalmente dipendenti da sempre nuovi aiutini monetari. Appena hanno capito che stavolta non c’erano regali, hanno scaricato il loro disappunto con una bordata di vendite, che si и abbattuta su tutto quel che si poteva vendere e soprattutto sui titoli del settore bancario, che nei giorni precedenti avevano mostrato una discreta forza proprio per le attese speculative di nuovi omaggi da parte di Draghi.
La nostra Borsa и stata la peggiore in Europa, con un calo che non si vedeva da parecchi mesi (-3,92% il Ftse-Mib, arrivato a 19.895), ma anche la Spagna (-3,15%) e la Francia (-2,81%) non hanno scherzato.
Tutto ciт era appena capitato quando il nostro piazzista fiorentino, che ormai vive solo in tv e dorme dentro un tweet, al termine di una allegra scampagnata a Londra per raccontare a Cameron che la riforma del lavoro и praticamente giа fatta, alla faccia della minoranza PD, ha incontrato circa 300 tra investitori e manager di banche d’affari londinesi per comunicare che possono stare tranquilli e venire ad investire in Italia, poichй “stiamo lavorando per rendere l’Italia un posto straordinario”.
Una bella barzelletta che coloro che hanno venduto titoli italiani per tutto il pomeriggio hanno mostrato di apprezzare, almeno quanto apprezzavano le barzellette scollacciate del Berlusconi dei tempi d’oro.
Venendo al quadro tecnico grafico, la durissima reazione ribassista che si и abbattuta sul nostro Ftse-Mib ha prodotto lo sfondamento del supporto dei 20.240 punti. Siccome и avvenuta con volumi in forte crescita il segnale non va sottovalutato, anche perchй il cedimento del supporto produce anche il completamento di un modello ribassista (testa e spalle) che ha ora un obiettivo grafico coincidente con l’area dei 19.000 punti, che, guarda caso, и proprio quella dei minimi raggiunti al termine della scivolata di inizio agosto.
Va detto perт che la violenza del ribasso del nostro indice ha raggiunto il suo culmine a fine seduta, proprio quando l’indice americano SP500, ieri, sembrava lasciarsi travolgere dalla spirale delle vendite. A mercati europei chiusi si и assistito al progressivo recupero dell’azionario americano, che и riuscito a chiudere la seduta in sostanziale pareggio ed ha realizzato una figura grafica (spike rialzista) che potrebbe oggi estendere il rimbalzo tecnico e far chiudere la settimana assai meglio di come ieri sembrava, ad quel punto, procedere.
Data la sostanziale tenuta di nervi delle borse asiatiche nella notte, il rimbalzo tecnico degli indici europei (il mercato tedesco non c’и per festivitа) e del nostro Ftse-Mib, и oggi probabile, almeno in mattinata e fino a quando Wall Street riaprirа i battenti. Perт, per riportare un po’ di sereno, esso dovrа estendersi fino a negare il segnale ribassista di ieri, cioи ben oltre 20.240. Ciт equivale a dover recuperare metа del calo di ieri, ed и impresa non facile. Se riuscisse ci troveremmo di nuovo a fare i conti con un falso segnale ribassista. E’ giа capitato altre volte recentemente. Ma se l’impresa fallisse avremmo una conferma ribassista certificata anche dai grafici settimanali, oltre che da quelli daily. E questa non sarebbe certo una barzelletta.

Fonte – Trend Online

06 ottobre, 2020 alle 16:10 – di Legg Mason
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Il mercato USA mostra ancora la presenza d’interessanti sacche di valore, nonostante l’indice S&P 500 abbia raggiunto picchi record, afferma Evan Bauman, co-manager del comparto da 3,2 miliardi di dollari, il Legg Mason ClearBridge US Aggressive Growth Fund.
Bauman, gestore del Fondo insieme a Richie Freeman, sostiene che, mentre alcuni segmenti del mercato si distinguono per le valorizzazioni elevate, possono offrire ottime opportunitа di crescita a prezzi allettanti.
“Le valorizzazioni, rispetto a tre o quattro anni fa, non sono economiche”, ci dice Bauman. “Alcune aree sono sopravvalutate, come ad esempio le Utility e le Telecomunicazioni, negoziate a 18-20 volte gli utili, mentre la crescita и scarsa o addirittura negativa. Sono tuttavia presenti sacche di opportunitа nei settori dei Media, dell’Energia, della Salute e della Tecnologia, dove le aziende attraversano una fase di consolidamento, con dividendi in espansione e i cui titoli azionari, in alcun casi, sono scambiati a circa 12-14 volte gli utili. Con la crescita organica condizionata al pagamento di un premio, la selezione titoli resta di primaria importanza, soprattutto laddove i multipli di valorizzazione siano ancora appetibili”.
Bauman sottolinea che, proprio come il mercato, i titoli del settore biotecnologico – un’area focale del comparto – rappresentano un miscuglio molto variegato: in parte sottovalutati e in parte “presumibilmente” sopravvalutati. “E’ importante distinguere tra le aziende a piccola e media capitalizzazione, dove potrebbero essere presenti titoli sopravvalutati, e le grandi blue-chip del settore delle Biotecnologie, complessivamente economiche e che compongono la maggior parte dell’esposizione del Fondo alle biotecnologie”, dichiara.
Le societа biotecnologiche blue-chip presenti in portafoglio costituiscono oltre il 16% della posizione totale in questo settore, pari a circa il 18%, riguardo alla quale i gestori mantengono un atteggiamento decisamente ottimistico. “Biogen Idec, ad esempio, и negoziata a meno di 22x le stime per il 2020 degli utili per azione corretti e vanta una nutrita pipeline di prodotti promettenti”, asserisce Bauman. “Si prevede che la societа registri quest’anno una crescita delle vendite e degli utili per azione corretti pari rispettivamente al 72% e al 42%. Anche Amgen, esibisce una pipeline promettente (incluse alcune terapie per il trattamento della psoriasi e del colesterolo) e tuttavia l’azienda и scambiata a sole 14,3x gli utili per azione corretti previsti nel corso del 2020, con un rendimento da dividendi del 2%. Amgen si и inoltre impegnata ad offrire agli azionisti un rendimento del 60% del reddito netto corretto, tramite la distribuzione dei dividendi e le operazioni di riacquisto azionario”.
Tra le altre grandi partecipazioni del Fondo, segnaliamo UnitedHealth Group negoziata a meno di 14x gli utili per azione stimati per il 2020 e Forest-Actavis (ora detenuta in portafoglio come Actavis), frutto di una recente fusione, scambiata a circa 13,5x gli utili per azione stimati per il 2020. Al contempo, SanDisk si scambia ad approssimativamente 14,5x gli utili per azione stimati per il 2020.
I quattro settori chiave del Fondo, principalmente difensivi dal punto di vista economico, sono Salute, Energia, Tecnologia e Media. I gestori sono ottimisti rispetto ai contenuti multimediali e sulle opportunitа presenti nel settore del Video in streaming, motivo che li ha spinti a detenere le posizioni in AMC, Discovery, Starz e MSG. In generale, si concentrano soprattutto sulle societа che ritengono possano impiegare i propri bilanci in maniera favorevole agli azionisti, oltre che per espandersi.
“SanDisk, ad esempio, sta rendendo agli azionisti il 100% del suo flusso di cassa disponibile e anche il team di gestione di Seagate si и dimostrato piщ vicino agli interessi degli azionisti”, evidenzia Bauman. “Le aziende in questo momento sono decisamente orientate a rendere liquiditа agli azionisti. Le societа finanziariamente molto solide stanno inoltre diventando piщ aggressive nello sfruttare i propri bilanci per attingere a fonti di finanziamento sui mercati meno costosi e realizzare acquisizioni accrescitive. Le grandi acquisizioni, come quella che ha interessato Actavis-Forest, sono considerate positivamente dal mercato e, in effetti, il calo dei tassi d’interesse fino ad ora depone a favore del proseguimento di un solido ciclo di operazioni di M&A, soprattutto nei settori Salute, Media ed Energia”.

Fonte – Borsa Inside

Martedм 07 Ottobre 2020 . Mercoledм 08 Ottobre 2020 . Venerdм 10 Ottobre 2020
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Pubblicato il 08 ottobre 2020| Ora 11:08 – di WSI
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MOSCA (WSI) – La performance contro il paniere di valute rivali – inclusi dollaro ed euro – parla da sola. Il rublo russo ha realizzato una serie di record negativi nei giorni scorsi.
Il declino inesorabile lo ha reso una delle monet piщ svalutate insieme alla hryvnia ucraina e il peso argentino, come ricordato ieri dagli economisti di Daiwa. La miscela esplosiva costituita dalle sanzioni occidentali, dal tonfo dei prezzi del petrolio e dall’indebolimento dell’economia russa stanno tenendo alla larga gli investitori.
E la maggior parte degli analisti и convinta che la discesa continuerа, nonostante le misure di emergenza intraprese dalla banca centrale.
Sui mercati il tasso di cambio tra dollaro Usa e rublo si и mosso sopra 40 per la prima volta dalla rivalutazione della moneta russa del 1998. Come ricorda Saxo Bank “anche contro l’euro, il rublo и andato indebolendosi da metа anno, anche se deve ancora raggiungere il record moderno di minimo contro l’Euro raggiunto durante la fase iniziale della crisi in Ucraina all’inizio di quest’anno, quando EURRUB veniva scambiato a 51.15 nonostante l’Euro sia stato particolarmente debole nelle ultime settimane (attualmente, EURRUB и scambiato a 50.00)”.

Tra i fattori negativi citati dalla banca figura anche la forza del dollaro statunitense, dovuta al programma di acquisto di asset QE3 della Fed in
corso di svolgimento. Questo intervento viene visto come “una minaccia per la liquiditа globale e, in particolare, per le economie dei mercati emergenti che hanno aumentato i tassi per difendere le loro valute e sono doppiamente minacciate dagli enormi prestiti” denominati in dollari contratti dal settore privato quando la liquiditа in dollari era molto rilevante.
Inoltre, come se non bastasse, il prezzo del petrolio и crollato nelle ultime settimane con il Brent calato di circa il 10% dall’inizio di settembre e ora negoziato al di sotto di 95 dollari al barile. “Il bilancio del governo russo и fortemente dipendente dai proventi delle esportazioni di petrolio – ricorda Saxo Bank in una nota – e il livello di pareggio fiscale per il petrolio greggio и ampiamente ritenuto essere ben al di sopra di 110 dollari al barile”.
Le persistenti tensioni nell’est dell’Ucraina non aiutano. “Gli investimenti diretti esteri in Russia dall’Occidente segnano una battuta d’arresto e l’uscita dei capitali russi и apparentemente abbastanza grave da spingere la banca centrale a far circolare l’ipotesi di controlli sui capitali – almeno secondo fonti credibili, anche se il governo russo ha negato che stia valutando controlli di questo tipo”.
Quest’ultimo fattore rende chiaro che “la Russia avrа un enorme problema a finanziare qualsiasi rischio di deficit di bilancio proveniente dalla debolezza delle entrate derivanti dal petrolio in quanto le fonti di capitale estere sono effettivamente chiuse fino ad una risoluzione sulla situazione ucraina, quindi fino a quando gli investitori non riusciranno a vedere una possibilitа di revoca delle sanzioni finanziarie e commerciali”.

Pubblicato il 09 ottobre 2020| Ora 13:18 – di WSI
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NEW YORK (WSI) – La decisione della Fed di lasciare i tassi allo zero fino a che i dati macro non garantiranno una ripresa solida e duratura della maggiore economia al mondo ha lasciato interdetti i mercati.
Come riassume bene Deutsche Bank non si capisce bene se le minute del braccio monetario FOMC sono relative al meeting di settembre o ad una riunione precedente, dal momento che sono molto piщ accomodanti delle dichiarazioni di tre settimane prima.
Dall’ultima riunione di politica monetaria il mercato ha riprezzato i tassi di interesse della Fed con scadenza 16 dicembre dall’1,67% all’1,82%.
И piщ chiaro adesso, tutavia, che alcuni dei membri del board vedono piщ rischi al ribasso piuttosto che al rialzo. “La ripresa – dicono le minute – potrebbe essere piщ lenta del previsto se la crescita dell’economia altrove si dovesse rivelare piщ debole delle aspettative”.
Il timore и che l’inflazione e la crescita in flessione nell’area euro porti a un rafforzamento del dollaro che avrebbe effetti avversi nel settore delle esportazioni Usa.
Lo stesso contratto con scadenza 16 dicembre ora scambia all’1,575%: il ribasso и stato netto negli ultimi giorni, come sottolinea l’analista Jim Reid della banca tedesca.
И i titoli Usa non sono gli unici ad aver visto i rendimenti calare a picco. Il rendimento del Btp decennale italiano и sceso fino a 2,253%, un livello frazionalmente piщ basso rispetto al precedente minimo storico di 2,255% toccato lo scorso 6 settembre.
L’Irlanda ha emesso Bond decennali al tasso minimo record dell’1,63%. La Germania ha visto i Bund decennali crescere di prezzo e il rendimento scivolare di 2 punti base allo 0,88%.
Il titolo analogo olandese ha visto i rendimenti scendere all’1,021%, un minimo storico. Il tasso sui Bond portoghesei si и abbassato al 2,942%, pure un record negativo. Il tasso sugli Oat francesi a dieci anni vale l’1,214%, nonostante i problemi di bilancio e dell’economia, la seconda potenza d’Europa.
Sui mercati il Treasuries decennale vale il 2,296%, i minimi da giugno 2020. Il tasso spagnolo a 10 anni vale 2,038%un minimo record, mentre il rendimeno del debito sovrano finlandese ha bucato la soglia dell’1% per la prima volta nella storia.
Insomma sui mercati gli operatori hanno riscoperto il trading della “caccia al rendimento”, il che favorisce la periferia dell’Eurozona.
Spread Btp-Bund in altalena, prima in restringimento nell’area di 135 punti, poi l’allargamento a 141 punti, complice la maggiore tenuta del Bund a 0,88% rispetto al Btp tricolore risalito al 2,29%.
“Diciamo che tra agosto e settembre sono decisamente peggiorate le prospettive di crescita mondiale a causa soprattutto della Cina, dell’Eurozona, confermata dalla frenata dell’export tedesco, e del Giappone. Sul sentiero della ripresa restano gli Usa ma anche qui la Federal Reserve, nei verbali diffusi ieri sera, и apparsa meno ottimista”, commenta Alessio Fontani, responsabile Servizio studi e analisi di Carifirenze.
Uno studio pubblicato ieri dalla Banca dei regolamenti internazionali (Bri) mostrava come sul debito sovrano a dieci anni della Germania e degli Usa il premio al rischio (comprensivo di quello di mercato e di inflazione attesa) dopo essere tornato positivo all’inizio del 2020, oggi viaggi in territorio ampiamente negativo: interno a -1,5% per la Germania e -0,5% per gli Stati Uniti.

13 Ottobre 2020 – di Martin Feldstein

Martin Feldstein, professore di Economia all’Harvard University e presidente emerito del National Bureau of Economic Research, ha presieduto il Consiglio dei consulenti economici del presidente Ronald Reagan dal 1982 al 1984.

CAMBRIDGE – La Federal Reserve degli Stati Uniti ha messo in risalto che la sua politica monetaria sarа definita da ciт che segnalano gli indicatori economici. Tuttavia, per modificare il tacito piano della Fed di porre fine nell’ottobre di quest’anno ai suoi acquisti di asset a lungo termine (con il cosiddetto alleggerimento quantitativo, il “quantitative easing”) e a un certo punto, nella prima metа del 2020, iniziare ad aumentare il tasso dei fondi federali dal loro attuale livello intorno allo zero sarebbero necessari dati estremamente inverosimili.

I mercati finanziari sono presi dalla smania di anticipare se i tassi aumenteranno a marzo o a giugno. Anche se io sono dell’opinione che la Fed inizierа piщ probabilmente ad aumentare i tassi a marzo, la data di inizio и meno importante del ritmo che assumerа l’aumento del tasso, e meno importante quanto capire a che punto si troverа tale tasso alla fine del 2020.

Tra i membri del Federal Open Market Committee (Fomc) che fissa il tasso vi sono le piщ svariate opinioni. Le opinioni raccolte al recente meeting della FOMC in media prevedono per la fine del 2020 un tasso dei fondi federali intorno all’1,25-1,5 per cento. Alla fine del 2020, la media prevista si aggira sotto al 3 per cento.
Dal mio punto di vista, tassi simili sarebbero troppo bassi. Nel momento in cui l’inflazione и giа vicina al 2 per cento, o и di poco piщ alta a seconda di come la si quantifica, il tasso reale dei fondi federali per la fine del 2020 sarebbe a zero. Invece di garantire la stabilitа dei prezzi, la politica monetaria incrementerebbe un ulteriore aumento del tasso di inflazione.

Anche se и possibile argomentare con precisione e adeguatezza il livello del tasso dei fondi federali, l’analisi della stessa Fed indica un tasso a lungo termine di circa il 4 per cento quando il tasso di inflazione a lungo termine и del 2 per cento. Il valore piщ recente dell’ indice dei prezzi al consumo (Pce) и cresciuto dell’1,7 per cento su base annua, e se si escludesse l’anomalo calo nell’ultimo mese il valore acquisito nei 12 mesi sarebbe ancora piщ elevato. Nel secondo trimestre di quest’anno, il tasso dell’inflazione su base annua и stato del 4 per cento.

La Fed predilige misurare l’inflazione per mezzo dell’indice dei prezzi per la spesa per i consumi personali. Il suo atteggiamento rilassato al riguardo dell’inflazione riflette il fatto che si focalizza sul passato a piщ lungo termine, con un’inflazione per il Pce di appena l’1,5 per cento per i 12 mesi dall’agosto 2020 all’agosto di quest’anno, proprio come il tasso di inflazione di fondo del Pce che esclude i generi alimentari e le spese energetiche. Ma anche l’inflazione del Pce sta aumentando, e il suo valore trimestrale piщ recente nel periodo aprile-giugno и stato del 2,3 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Se dunque la stabilitа dei prezzi fosse l’unico obbiettivo della Fed, al momento il tasso dei fondi federali dovrebbe essere prossimo al 4 per cento. La motivazione addotta dalla Fed per continuare la sua politica di alleggerimento monetario и che il suo “duplice mandato” le impone di occuparsi anche dell’occupazione. Le sue notifiche mensili evidenziano che sussiste ancora oggi “una significativa sotto-utilizzazione delle risorse lavorative”, che riflettono non soltanto il tasso di disoccupazione del 6,1 per cento, ma anche quei milioni di dipendenti part-time che cercano un lavoro a tempo pieno e coloro che non rientrano nel numero di chi и considerato disoccupato soltanto perchй da tempo non cercano piщ attivamente un posto di lavoro.

La Fed ha sicuramente ragione quando afferma che le attuali condizioni del mercato del lavoro implicano un significativo spreco economico e molteplici sofferenze a livello personale. Ma gli economisti discutono per capire fino a che punto queste condizioni riflettano una ciclica penuria della domanda o problemi piщ strutturali, per porre rimedio ai quali non и sufficiente imporre uno stimolo monetario. Un recente studio di un gruppo di economisti della Fed и giunto alla conclusione che quasi tutto il calo che si denota attualmente nel tasso di partecipazione della forza lavoro riflette l’invecchiamento della popolazione e altre cause intrinseche e strutturali.

Anche una recente ricerca indica che gli aumenti nella domanda che provocherebbero una ulteriore riduzione dell’ attuale tasso di disoccupazione darebbero forte slancio al tasso di inflazione. Un importante studio cofirmato da Alan Krueger della Princeton University, che fino all’anno scorso ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio dei consulenti economici del presidente Obama, ha evidenziato che il tasso di inflazione riflette il livello di disoccupazione a breve termine (quella che dura meno di sei mesi), e non il tasso complessivo di disoccupazione. Una disoccupazione a piщ lungo termine implica uno spreco della produzione potenziale ed и causa di sofferenze a livello personale, ma non ha un impatto sul tasso di inflazione.

L’analisi di Krueger indica che il tasso di inflazione inizia ad aumentare quando il tasso di disoccupazione a breve termine scende al 4-5 per cento. Con una disoccupazione a breve termine che si colloca attualmente intorno al 4,2 per cento, il tasso di inflazione sta effettivamente salendo, e la ricerca di Krueger indica proprio che aumenterа ancor piщ nei prossimi mesi.

Analoghi studi condotti da Robert Gordon della Northwestern University e da Glenn Rudebusch e John Wiliams della San Francisco Federal Reserve Bank, convergono verso la medesima conclusione circa il ruolo della disoccupazione a breve termine e l’irrilevanza della disoccupazione a lungo termine nel processo di inflazione. Anche se non tutti i ricercatori concordano con questa analisi, io ritengo che ci siano prove sufficientemente solide da costituire un monito per la Fed e chi partecipa al mercato.

In veritа, non mi stupirei piщ di tanto se nel 2020 il tasso di inflazione facesse registrare un aumento continuo. In quel caso, la Fed probabilmente aumenterа il tasso dei fondi federali piщ rapidamente e lo porterа a un livello piщ elevato entro la fine dell’anno di quanto le sue dichiarazioni lascino intendere.

Fonte – Project Syndicate
Traduzione – Anna Bissanti

Pubblicato il 15 ottobre 2020| Ora 12:26 – di Elio Lannutti (Adusbef)

ROMA (WSI) – Il meccanismo di sorveglianza unico delle banche europee in capo a Bce, in vigore da novembre 2020, non и una “grande opportunitа”, come affermato oggi dal presidente Bce Mario Draghi in un discorso a Francoforte, ma per tutti gli altri Paesi Ue l’ennesima, ulteriore beffa, che esonerando ancora una volta le banche tedesche, sussidiate da 238 miliardi di euro dal Governo (anche con i 55,620 miliardi versati nel 2020 dall’Italia al Fondo Esm) per evitarne il default, dimostra la prevalenza della Germania sugli interessi dell’intera Europa.

Nei negoziati per l’unione bancaria dominati dai tedeschi, sono state escluse infatti dal meccanismo di vigilanza unica in capo alla Bce, le Landesbanken, casse regionali tedesche, alcune delle quali molto grandi e che in tutto rappresentano il 45% circa del settore bancario teutonico, banche a capitale pubblico, ad ulteriore dimostrazione di un’Europa egemonizzata dagli interessi egoistici della Germania.

Dal 1 novembre 2020 la Bce avrа l’autoritа di supervisore delle banche che aderiscono all’Unione bancaria, e sempre alla Bce passeranno molte delle competenze ora in mano alle autoritа nazionali, con il meccanismo che prevede un sistema di vigilanza per tutte le 6.000 banche dell’Unione Bancaria, con l’unica differenzia che per le banche piщ grandi, le prime 130, definite secondo gli asset di patrimonio e bilancio, c’и la supervisione diretta della Bce, mentre per le banche piщ piccole la vigilanza resta in capo alle banche centrali nazionali, come sancito dall’articolo 4 del meccanismo unico di vigilanza con la previsione che sia composto da Bce e dagli organi supervisori nazionali.

L’Unione Bancaria, che non ha tratto alcuna lezione dalla crisi sistemica e dal crack di Lehman Brothers, ha creato una gerarchia di responsabilitа nel caso di salvataggio, quali azionisti, obbligazionisti, depositanti.

Ma se azioni ed obbligazioni hanno una quantitа di rischio che l’investitore accetta per ottenere un rendimento, non si comprende perchй debbano rispondere anche i depositanti, salvo la garanzia di intangibilitа per i depositi sotto i 100.000 euro a persona qualora il conto sia cointestato.

Nel 2007 gli Stati Uniti propagarono il contagio della crisi sistemica, con l’esplosione di mutui sub-prime, bolla immobiliare, prodotti derivati tossici cartolarizzati ed immessi sui circuiti finanziari globali, quel denaro dal nulla edificato su piramidi finanziarie pari a 700.000 miliardi di dollari contro un Pil di 60.000, in una fase di crisi di leadership politica globale da parte dei governi, che specie in Europa avevano delegato importanti funzioni ad una ristretta cerchia di oligarchi, cleptocrati e tecnocrati irresponsabili, cedendo loro pezzi di sovranitа, con la costituzione di un mostro giuridico denominato Banca Centrale Europea.

Prima usare soldi pubblici i governi imporranno perdite per almeno l’8% degli attivi. Come protezione ulteriore, gli Stati dovranno creare fondi nazionali di liquidazione bancaria imponendo dei prelievi alle banche, mentre l’uso dell’ESM, il Fondo salvastati europeo, sarа utilizzato solo a precise condizioni.

Le banche si impegnano a costituire un fondo di 55 miliardi di euro entro otto anni per fronteggiare la crisi bancarie. Resta il tabщ di regolamentare la creazione del denaro dal nulla dei derivati e la separazione tra banche d’affari e banche commerciali, il ‘Glass Steagall Act’ istituito nel 1933 dal Presidente Roosvelt, che ha protetto per 66 anni gli Stati Uniti dalle bolle speculative, e di conseguenza anche gli altri paesi del mondo globalizzato.

Il Glass-Steagall Act, cancellato da Bill Clinton nel 1999, stabiliva la netta separazione tra le banche commerciali che investivano nell’economia reale meritevoli di protezione dagli Stati, da quelle di carattere finanziario speculativo, che in caso di default venivano abbandonate a se stesse.

Clinton abrogт la Glass Steagall Act, su pressioni delle lobby bancarie che avevano finanziato la sua campagna elettorale.

L’investimento di una banca di carattere commerciale in un progetto di economia reale, come il finanziamento di un’attivitа imprenditoriale, porta a dei risultati di guadagno con tempi di medio-lungo termine, al contrario delle attivitа speculative sui mercati, che arricchiscono pochi (manager bancari con stock option commisurate ai volumi prodotti e piazzati, banche, banchieri, ingegneri che strutturano con algoritmi possibilitа di guadagno o di perdite,ecc.) in breve tempo, intossicando i mercati e falcidiando il risparmio.

Fino al 1999, la gestione bancaria da territoriale (con il direttore di Agenzia che aveva facoltа di concedere prestiti, finanziamenti, scoperti di conto, ecc.), и stata centralizzata. Sono iniziate fusioni ed incorporazioni, le grandi hanno inglobato le piccole su pressioni della Banca d’Italia, la gestione del credito e del risparmio и stata globalizzata, i direttori sono stati espropriati dal potere di concedere prestiti e fidi, la restrizione del credito ha assunto dimensioni drammatiche.

Adusbef muove forti critiche a tecnocrati Ue che hanno negoziato al ribasso, una Unione Bancaria che non previene i crack bancari e finanziari, nи l’aviditа dei banchieri, mentre l’Europa avrebbe bisogno della Steagall Act ed una regolamentazione ferrea sui derivati, per ripartire dall’economia reale.

Fonte – WallStreetItalia.com

15 Ottobre 2020 – di Pierpaolo Molinengo
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Donatella Principe, Responsabile Institutional Business di Schroders Italia, spiega che il Giappone e il mercato azionario nipponico hanno recentemente mostrato non poche anomalie, indotte da una distonia tra l’andamento dell’economia reale e le performance di borsa.
La prima e piщ immediata spiegazione potrebbe ravvisarsi nella filosofia del “tanto peggio, tanto meglio”, confidando nel supporto del rilancio del QE da parte della BoJ – prosegue Donatella Principe -; con l’Abenomics che si riduce sempre piщ a un mercantilismo di Kuroda. Esistono perт motivazioni meno semplici e piщ precipue per spiegare questa apparente dislocazione.
Prima di tutto, a dispetto della debolezza del quadro economico, le aziende giapponesi hanno continuato a veder migliorare i propri profitti, tanto che la loro quota sul PIL и in stabile crescita – continua Donatella Principe -. Le societа giapponesi stanno beneficiando finalmente dei frutti di quel duro processo di ristrutturazione e taglio dei costi reso necessario negli anni passati per sopravvivere alla stagnazione unita alla deflazione. In particolare le societа che godono di pricing power sperimentano una crescita dei ricavi superiore a quella dei costi, con relativo miglioramento dei margini. Nй tanto meno appare un conundrum il fatto che i profitti continuino a crescere pur in concomitanza con la debolezza delle esportazioni: la riallocazione offshore delle produzioni ha reso i bilanci delle aziende nipponiche sempre piщ indipendenti dalla domanda estera e dal tasso di cambio. Per altro la liquiditа fornita dalla BoJ sta consentendo alle societа del Topix di attuare riacquisti di azioni proprie a un ritmo mai visto prima, per un controvalore di 25 mld $ solo nel primo semestre dell’anno; con effetto-sostegno agli EPS.
Ma sono i cambiamenti strutturali e culturali quelli che stanno veramente segnando il punto di svolta per il Giappone: due in particolare – continua Donatella Principe -. Primo il cambio di attitudine verso le azioni. Nei 10 anni pre-Abenomics i giapponesi sono stati venditori netti di azioni, il cui peso medio in portafoglio и appena del 7,9% (contro il 15% dell’Eurozona e ben il 34% degli Usa). Innanzitutto Abe, consapevole che in Giappone le riforme si fanno solo quando c’и un rally di borsa, ha avviato il NISA (Nippon Individual Saving Account) che dovrebbe aiutare a smobilitare gli oltre 8 Trl $ di liquiditа parcheggiata a tassi infruttiferi sui conti correnti, tramite la defiscalizzazione dei proventi da investimenti nei risky assets. Inoltre il neo-eletto ministro della salute e del welfare ha annunciato una maggiore diversificazione verso l’azionario del fondo pensione statale, la cui dimensione и pari a quella del PIL della Spagna.
Il secondo cambiamento и economico-culturale e riguarda il ruolo delle donne nella societа giapponese – conclude Donatella Principe -. Con il recente rimpasto di governo nel gabinetto sono entrate 5 donne, raddoppiandone il numero in posti senior di questa amministrazione. Un segnale esplicito di quella politica d’incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro che appare oggi come uno dei pochi fattori in grado di contrastare la spirale negativa in cui и avvitata la produttivitа giapponese, a causa del negativo trend demografico: infatti, se la popolazione nipponica si contrarrа dello 0,4% all’anno, la forza lavoro scenderа dell’1,3%. Il target del governo (30% di donne in ruoli di leadership entro il 2020) appare un obiettivo ambizioso, visto che nell’ultimo anno si и passati appena dal 6,9% al 7,5%. Ma un Giappone che segue l’esempio del Canada degli anni ’90, rimuovendo le barriere fiscali che limitano la partecipazione femminile al mercato del lavoro e investendo al contempo sul welfare per la famiglia, potrebbe invertire una delle M-Curve peggiori tra i paesi OCSE, attingendo a una fonte aggiuntiva di PIL stimata in quasi uno 0,5% all’anno. Solo cosм l’Abenomics si avvicinerebbe alle ambizioni di una Meiji-restoration.

Fonte – Trend Online

15 Ottobre 2020 – di La Repubblica
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La Repubblica – L’Aie taglia le stime sulla domanda, il petrolio crolla. Sollievo alla pompa di benzinaMILANO – Nuovo tonfo del greggio, che dopo il crollo di ieri (il Brent ha perso il 4,3% realizzando la piщ grossa perdita giornaliera da settembre 2020) oggi perde nuovamente terreno e si muove in area 85 dollari al barile. Giщ anche il Wti, che vede pericolosamente la soglia di 80 dollari al barile (segui le quotazioni delle materie prime). Anche se qualche influsso positivo c’и, per gli automobilisti alla pompa di benzina, non и una buona notizia e i mercati lo sanno: significa che la crescita economica latita tanto nei mercati avanzati che in quelli in via di sviluppo. Nella giornata di scambi, alla fine, l’indebolimento del dollaro sul mercato dei cambi frena il tracollo del greggio, con il Wti di New York che – alla chiusura dei mercati europei – lima 9 cent a 81,75 dollari al barile dopo aver toccato un minimo da oltre due anni a 80,01 dollari al barile. Il Brent di Londra cede 10 cent a 84,94 dollari dopo aver aggiornato il proprio minimo da quattro anni a 83,37 dollari al barile.

Crisi e boom dello shale gas: il petrolio и crollato . . . . . . . .

Fonte – Wti di New York

A spingere al ribasso le quotazioni del petrolio ci sono diversi fattori. Innanzitutto proprio il taglio delle stime sull’economia globale, il cui rallentamento tende a frenare la domanda di greggio. Al proposito, ieri, l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ha limato le previsioni sulla crescita della domanda di oro nero per l’anno in corso di oltre un quinto e al minimo in cinque anni, prevedendo che i consumi globali caleranno in modo drastico.
In particolare, l’Aie ha tagliato del 22% le stime sulla crescita della domanda, che aumenterа di 700mila barili al giorno, circa 250mila in meno rispetto alle precedenti previsioni. A ciт si aggiunge l’atteggiamento dell’Opec che, a fronte del calo dei prezzi del petrolio, non intende ridurre la propria produzione per non perdere quote di mercato. Una mossa tattica il cui obiettivo, secondo gli esperti del settore, и indurre gli Stati Uniti a chiudere parzialmente i rubinetti del greggio dopo il recente e consistente aumento della produzione americana.
Crisi e boom dello shale gas: il petrolio и crollato
In questa situazione, qualche riflesso benefico si ha anche per i consumatori: la discesa vertiginosa dei prezzi del petrolio, con la conseguente riduzione delle quotazioni internazionali di benzina e diesel, ai minimi da gennaio 2020, spinge al ribasso anche i listini dei carburanti. La verde, secondo le rivelazioni di Staffetta Quotidiana, и scesa oggi sotto 1,8 euro al litro (1,797 nei distributori Eni).
In controtendeza l’Italia: anche se timidamente, infatti, i consumi tornano a crescere. Stando alla rilevazione dell’Up relativa a settembre, l’aumento rispetto allo scorso anno и dello 0,2%, a circa 5,1 milioni di tonnellate: si tratta del primo segno piщ dall’estate 2020. La benzina, con un giorno di consegna in piщ, и cresciuta dello 0,9% e il gasolio autotrazione del 5,6%. A paritа di giorni di consegna, avremmo avuto un calo del 3,7% per la benzina e un aumento dello 0,8% per il gasolio.

Fonte – La Repubblica

Sabato 11 Ottobre 2020 . Mercoledм 15 Ottobre 2020 . Giovedм 16 Ottobre 2020
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16 Ottobre 2020 – di ASCA
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Borsa arriva a cadere del 10%, rendimenti bond schizzano sopra 7% (ASCA) – Roma, 15 ott 2020 – Apparentemente, e’ bastato che Atene provasse ad alzare po’ la testa, ipotizzando una uscita anticipata dalla protezione degli aiuti internazionali, che subito e’ arrivata la bastonata dei mercati. Sembra un sinistro ripetersi di sequenze gia’ viste, ma stavolta il Paese e’ anche vittima di una spirale di problemi piu’ ampi. Una pioggia di vendite si e’ abbattuta sui listini ellenici, arrivando a far sprofondare di oltre il 10 per cento la Borsa e proiettando al rialzo rendimenti e spread dei titoli di Stato. Sulla scadenza decennale, i tassi retributivi dei bond greci sono schizzati sopra la soglia del 7 per cento, livelli che non si vedevano dal marzo scorso. Sono 460 punti base piu’ in alto dei Btp italiani di scadenza analoga e 606 punti base in piu’ rispetto ai Bund tedeschi. Scene gia’ viste durante la crisi dei debiti pubblici, che hanno inevitabilmente richiamato alla memoria quelle fasi drammatiche anche perche’ il terremoto sui mercati ellenici sembra aver nuovamente creato quell’effetto contagio tipico del biennio 2020. Anche sugli altri mercati europei e a Wall Street i listini sono stati coinvolti da ondate di ribassi. A scatenare le vendite oggi sembra aver contribuito non poco un rapporto di Fitch sulle banche greche (e l’allarme di una agenzia di rating e’ un altro, l’ennesimo de’javu dalla crisi sui debiti). Restano appesantite da sofferenze e crediti deteriorati e l’analisi approfondita dei bilanci che la Bce si appresta a pubblicare (domenica 26 ottobre con anche nuovi stress test) rischia di evidenziare, secondo Fitch, altre carenze di capitale nelle banche elleniche. Tuttavia questi sono problemi abbastanza scontati in un paese che solo ora sta faticosamente uscendo da sei lunghi anni di recessione. Di piu’, lo stesso report di Fitch sotto altri aspetti e’ quasi rassicurante. L’agenzia puntualizza di attendersi che le banche siano in grado di reperire con le loro forze, sui mercati, i fondi supplementari di cui eventualmente avranno bisogno. E che anche se cosi’ non fosse, il fondo di emergenza pubblico che si potrebbe utilizzare ha un residuale disponibile di ben 11 miliardi di euro. In realta’ era gia’ da giorni, se non settimane che la Grecia sembrava tornata nel mirino dei mercati. A inizio settembre i tassi sui bond decennali ellenici erano scesi fino al 5,50 per cento, poi hanno cominciato a risalire. E questo sembrerebbe causato dalle semplice prospettiva di un suo futuro affrancarsi dall’ombrello degli aiuti internazionali. Il supporto dell’unione europea finira’ a fine anno, successivamente la Grecia continuera’ a ricevere un supporto del Fmi, che in questo modo contuinuerebbe ad effettuare uno stretto monitoraggio sull’attuazione dei piani di risanamento dei conti e di riforme da parte di Atene. Solo che alle recenti assemblee autunnali di Fmi e Banca Mondiale, la scorsa settimana a Washington, il premier ellenico Antonis Samaras, forse sentendo la pressione del calo di popolarita’ nei sondaggi, ha lasciato piu’ esplcitamente trapelare l’intenzione del governo di chiudere anticipatamente il supporto del Fmi. Forse gia’ da inizio 2020. una ipotesi per ora solo evocata a livello mediatoco, senza formalizzarla all’istituzione. Magari per vedere cosa accadeva. E la riposta degli operatori non e’ stata certo incoraggiante. Atene ha chiuso gli scambi al meno 6,25 per cento, i rendimenti dei bond al 7,05 per cento. Certo pero’ che la Grecia non e’ stata molto fortunata nella scelta dei tempi in cui “allungare il muso”. Ha finito per scontare un quadro piu’ generale in cui l’indebolirsi delle prospettive di crescita economica, non in Grecia ma di tutta l’area euro se non addirittura globale, stanno spingendo molti investitori a riposizionarsi. Vengono ritirati fondi da tutte le attivita’ a maggior rendimento, e ritenute piu’ a rischio, tra cui ad esempio azionario e titoli di Stato ellenici, per piazzarli su asset ritenuti lidi sicuri. Come i Bund tedeschi o i treasuries americani, che infatti hanno visto i rendimenti schiacciati ai minimi. In questo quadro generale sfavorevole, la Grecia ha finito per trovarsi esposta al cambio di rotta dei listini, che alcune settimane fa invece procedevano al rialzo e magari erano allora poronti ad accogliere in maniera diversa “l’emancipazione” ellenica. Ora invece dominano volatilita’ e nervosismo e Atene patisce fondamentali che restano problematici, a cominciare da un debito pubblico che secondo le ultime previsioni del Fmi tocchera’ un record el 174,2 per cento del Pil quest’anno, per poi iniziare una moderata limatura.

17/10/2020 | 10:57 – di Valerio Baselli
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In un mondo (finanziario) sempre piщ difficile da decifrare, i mercati danno almeno una certezza agli operatori: ci si prospetta davanti un lungo periodo caratterizzato da bassi tassi d’interesse e inflazione contenuta. Questo, ovviamente, ha delle conseguenze sulle scelte operative degli investitori, in un contesto in cui и diventato molto piщ difficile trovare valore.
Da una parte, infatti, il rally dei mercati azionari sembra ormai essere arrivato agli sgoccioli, con alcuni dei principali indici ai loro massimi storici (come ad esempio il Dow Jones negli Stati Uniti), mentre dall’altra i titoli di Stato offrono rendimenti ai minimi. Per trovare bond con yield piщ interessanti bisogna abbassare la qualitа creditizia (rischiando di piщ), o allungare la scadenza (esponendosi cosм alle oscillazioni future dei tassi d’interesse). Che fare, dunque? Come muoversi?
A queste e ad altre domande si cerca di dare risposta durante la tavola rotanda dal titolo Strategic and Tactical Asset Allocation in a Low-Yield Environment, in programma alla Morningstar Investment Conference di Milano, l’11 novembre. Al dibattito partecipano tre gestori di alto profilo: Micheal Schoenhaut, money manager di JP Morgan AM, Stephen Docherty, responsabile azionario globale di Aberdeen AM e Didier Saint-Georges, membro del comitato d’investimento di Carmignac Gestion.
Nelle mani di Draghi
I mercati europei sono in preda ai sussulti di un’economia malata curata con elettroshock, che grazie a una serie di trattamenti mirati nutre ancora qualche speranza sebbene la prognosi di guarigione globale sia molto incerta. “Il movimento altalenante che ha caratterizzato i mercati azionari nel corso dell’estate non и piщ un evento eccezionale”, commenta lo stesso Saint-Georges in una recente nota. “Come и ormai abitudine, il ribasso provocato inizialmente dall’addensarsi di varie minacce – tensioni geopolitiche e dati deludenti sulla crescita – и stato seguito da un rally di fiducia, alimentato dal pieno sostegno delle principali banche centrali e ribadito alla riunione annuale di Jackson Hole”.
Con ogni probabilitа, quindi, l’ago della bilancia resterа anche in futuro la Bce, la quale finora и riuscita a rassicurare i mercati con la sua politica monetaria accomodante. A quanto sembra, piщ i banchieri centrali sono lucidi riguardo alle sfide che devono affrontare, come dimostrato da Mario Draghi, piщ gli investitori sono convinti che il necessario sarа fatto e tutto si risolverа.
Banche in maggior salute ed euro giщ
Il settore finanziario и forse quello che piщ di tutti sta beneficiando delle decisioni di Francoforte. D’altraparte, la grande quantitа di denaro che и stata immessa sul mercato a tassi vicino allo zero sta generando da un lato la riduzione del costo del debito degli Stati e dall’altro il risanamento proprio del sistema bancario. Tali effetti, perт, saranno visibili sull’economia reale solo nel momento in cui la liquiditа verrа trasmessa a famiglie e imprese che in caso contrario non riescono a far ripartire i consumi.
“La divergenza tra l’economia statunitense e quella europea rafforza la view di un euro materialmente indebolito rispetto al dollaro e infatti ci siamo posizionati in tal senso”, prosegue Saint-Georges. “Ma non illudiamoci: come conferma l’andamento deludente della ripresa giapponese, il deprezzamento della moneta, da solo, non basterа a rilanciare la crescita dell’economia europea. Il suo impatto sulle esportazioni dipende dalla domanda globale, e, rendendo le importazioni piщ costose, il suo effetto sulla domanda interna potrebbe perfino rivelarsi recessivo se non coincide con l’aumento dei salari, prospettiva ancora ben lontana in Europa considerata l’alta disoccupazione”.

16 Ottobre 2020 – di Howard Davies

Howard Davies, a professor at Sciences Po in Paris, was the first chairman of the United Kingdom’s Financial Services Authority (1997-2003).

LONDRA – Il sistema globale di regolamentazione finanziaria и straordinariamente complesso e, anche per questo motivo, poco compreso. Per spiegarlo ai miei studenti di Sciences Po Paris ho ideato una sorta di schema elettrico che mostra i collegamenti tra i diversi organismi responsabili delle varie componenti della vigilanza. Questo schema fa sembrare semplice persino una scheda elettronica.

Molte persone hanno una vaga idea di cosa sia il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, che stabilisce gli standard di capitale per le banche. Magari hanno anche sentito parlare della Banca dei regolamenti internazionali, la banca centrale delle banche centrali, presso cui opera il Comitato di Basilea. E l’Organizzazione internazionale delle commissioni di controllo sui valori mobiliari (International Organization of Securities Commissions – IOSCO), che fissa gli standard per le autoritа di regolamentazione degli scambi e dei valori mobiliari, и conosciuta almeno per nome in alcuni ambienti. Ma quando si arriva a parlare dell’Associazione internazionale degli organi di vigilanza nel settore assicurativo (International Association of Insurance Supervisors – IAIS), un’espressione interrogativa si dipinge sui volti.

Esistono molti altri raggruppamenti simili. L’International Accounting Standards Board (IASB), ovvero l’organismo che emana i principi contabili internazionali, fa piщ o meno quello che ci si potrebbe aspettare, anche se gli americani, pur facendone parte, non utilizzano questi standard, che ora vengono confusamente chiamati IFRS (International Financial Reporting Standards). Ma lo IASB ha prodotto altre commissioni finalizzate alla supervisione dell’auditing. Esiste perfino – e ciт ricorda l’ultimo romanzo di Hermann Hesse, Il gioco delle perle di vetro – un organismo internazionale che supervisiona gli organismi che supervisionano i supervisori.
Il Gruppo d’azione finanziaria internazionale (Financial Action Task Force) ha un nome che ispira dinamismo e fa pensare a un’unitа di risposta rapida, come quelle che vengono inviate nei paesi in difficoltа. In realtа, и quel ramo dell’Ocse che controlla l’applicazione delle norme anti-riciclaggio. Il motivo per cui fa parte dell’Ocse nonostante abbia un mandato globale и un mistero che pochi riescono a spiegare.

Questa elaborata architettura (che contiene molto altro) и stata costruita pezzo dopo pezzo negli anni ’80 e ’90. Fino alla crisi finanziaria asiatica, somigliava a una ragnatela senza il ragno al centro. Quando Hans Tietmeyer, ex capo della Bundesbank, fu incaricato dai ministri delle finanze del G-7 di verificarne l’efficacia, raccomandт di collocarvi il ragno che mancava, ovvero il Forum per la stabilitа finanziaria (Financial Stability Forum – FSF), un organismo che avrebbe esaminato il sistema finanziario nel suo complesso e cercato d’individuare le vulnerabilitа che potrebbero causare problemi futuri.

Sono stato membro del FSF per cinque anni – e confesso di avere un certo timore dei ragni – ma, pur essendo aracnofobo, non ho mai avuto motivo di preoccuparmi. Il FSF non era una creatura spaventosa, e le singole autoritа di regolamentazione, nazionali e internazionali, venivano lasciate libere di agire, con tutte le tristi conseguenze che abbiamo avuto modo di sperimentare.
Prima del 2007 c’era poco interesse politico per la creazione di standard globali piщ severi, e i singoli paesi erano contrari all’idea di un organismo internazionale che interferisse con il loro diritto sovrano di vigilare su un sistema bancario malato. Cosм, quando scoppiт la crisi successiva, il FSF si rivelт insufficiente e, nel 2009, i governi del G-20 decisero che c’era bisogno di un modello piщ severo – il Financial Stability Board. Il FSB и operativo da cinque anni e attualmente sta lavorando ad alcune nuove proposte per affrontare la questione delle banche troppo grandi per fallire, che saranno sul menu della prossima riunione del G-20 a Brisbane (insieme a surf e manti erbosi, torte pavlova e altre prelibatezze australiane).

Non c’и (ancora) un gruppo internazionale preposto a verificare l’efficacia del FSB. Qualora vi fosse, perт, cosa direbbe della performance del FSB fino a oggi, sotto la guida di Mario Draghi prima e di Mark Carney poi, che hanno entrambi svolto l’incarico nel tempo libero, mentre gestivano importanti banche centrali?
Sul lato attivo del bilancio, i revisori sarebbero tenuti a notare che il Board ha fatto molte cose utili. Le sue relazioni periodiche al G-20 mettono insieme i diversi aspetti della regolamentazione in modo chiaro e comprensibile. Non esiste una fonte d’informazioni migliore.
Gli stessi revisori testimonierebbero, inoltre, che, grazie alle pressioni del FSB, il lavoro delle autoritа di regolamentazione settoriali ha registrato un’accelerazione. C’и voluto piщ di un decennio per concludere il secondo accordo di Basilea; Basilea 3, invece, и stato redatto in poco piщ di 24 mesi (anche se la sua attuazione sta richiedendo abbastanza tempo). La performance della IOSCO e della IAIS и altresм migliorata grazie alla necessitа di documentare i progressi compiuti tramite il FSB.
Il Board ha, inoltre, lanciato importanti avvertimenti attraverso le sue cosiddette “valutazioni delle vulnerabilitа”, evidenziando sм le tensioni emergenti nel sistema, ma senza cadere nella trappola di preannunciare crisi a tutto spiano. E il suo meccanismo di revisione tra pari sta spingendo i singoli paesi a rafforzare le proprie istituzioni di regolamentazione.

Tuttavia, una valutazione franca riconoscerebbe che finora questo ragno ha catturato poche mosche. Per usare un’altra metafora animale, и un cane da guardia senza denti. Non puт nй dire agli altri regolatori cosa fare (o non fare) nй costringere i paesi membri a rispettare le nuove norme.
Di fatto, l’intero edificio della regolamentazione finanziaria globale poggia sul principio del “massimo impegno”. L’atto costitutivo del FSB, riveduto nel 2020, dice che i firmatari non sono soggetti ad alcun obbligo legale. A differenza dell’Organizzazione mondiale del commercio, ad esempio, alla base del FSB non vi и alcun trattato internazionale, il che significa che i paesi non possono essere sanzionati per la mancata implementazione degli standard che si sono impegnati a rispettare.

Pertanto, una giusta conclusione sarebbe che il FSB ha fatto, nй piщ nй meno, quello che i suoi padroni politici erano disposti a lasciagli fare. Manca la volontа politica di creare un organismo realmente in grado di supervisionare gli standard internazionali e impedire ai paesi di scivolare in una deregolamentazione competitiva – nonchй alle banche di ricorrere all’arbitraggio normativo. Sembra che dovremo attendere la prossima crisi per vedere emergere una simile volontа. Nel frattempo, il FSB, con tutti i suoi limiti, и lo strumento migliore che abbiamo.

Fonte – Project Syndicate
Traduzione – Federica Frasca

23 Ottobre 2020 – di Gloria Grigolon

Un intervento in due parti quello tenuta da Nouriel Roubini nelle scorse giornate che, dopo aver toccato il tema della precaria stabilitа statunitense (parte prima ), si и poi concentrato sul sistema bancario e sulle economie emergenti, Cina in primis.
Proiezioni negative. Ma la realtа forse и peggio
“Abbiamo iniziato l’anno con proiezioni che erano simili a quelle che ha oggi l’FMI. Siamo stati piщ ribassisti rispetto all’effettivo consenso sulla crescita economica globale e abbiamo visto maggiori debolezze di quelle che si sarebbero manifestate in molte parti del mondo, specie sui mercati emergenti, sulla zona euro e in maniera piщ lieve in Giappone”. Nel dubbio, secondo Roubini, и sempre meglio aspettarsi il peggio.
L’evoluzione dello scenario economico mondiale ha dunque superato anche le attese del Fondo Monetario Internazionale, dal cui rapporto и emerso come taluni dei maggiori rischi globali derivino dalla stabilitа del sistema bancario non tradizionale, altrimenti conosciuto come sistema bancario ombra. Questo, presente e sviluppato soprattutto in Cina, coinvolge l’operato di hedge funds e fondi del mercato monetario, la cui influenza potrebbe intaccare anche il tessuto finanziario tradizionale.
Leva finanziaria: una piaga non sconfitta
“Dopo Basilea III, naturalmente, la quantitа di leva finanziaria e di assunzione di rischi nelle banche tradizionali si и ridotta, anche se i leverage rimangono ancora piuttosto alti negli Stati Uniti”. “Specie nella zona euro, nel Regno Unito e per la banche tradizionali” ha proseguito lo stesso, “la leva sul bilancio и calata, ma ci sono molte voci fuori bilancio e le posizioni in derivati ??sono ancora incompatibili con gli standard”. “Di certo posso dire che il sistema bancario ombra и un sistema non regolamentato o regolamentato troppo poco e la maggior parte della sforzo normativo si и concentrato sulle banche tradizionali, tralasciando le banche ombra”.
Il sistema ombra fa tremare le banche standard
Le shadow banks, insomma, potrebbero compromettere la stabilitа delle attuali principali potenze mondiali. Queste, muovendosi dietro al sistema tradizionale, muovono infatti margini di capitale sempre piщ elevati non solo in Cina (fulcro dal quale il problema del sistema ombra и nato), ma anche in occidente, dove questo potrebbe diventare alternativa ad un sistema finanziario sempre piщ stringente a livello di regolamentazione.
“Non voglio generalizzare, perchй bisogna essere precisi quando si guarda alla quantitа di leva finanziaria che il mercato sta assumendo e suddividere ciт che sta accadendo (per quanto riguarda il re-leveraging) tra che tipo di fondi hedge siano, che tipo di private equity facciano e che tipo di altri istituzioni finanziarie coinvolgano”. Il fenomeno del re-leveraging sarebbe dunque giа ripartito nel mondo d’impresa, che, a detta del Dr. Doom, preferisce ora correre maggiori rischi tramite la leva finanziaria piuttosto che accontentarsi di un rapporto tradizionale ma dettato da regole piщ restrittive (e dispendiose).
Cina e USA: i due fuochi di una realtа (ombra) bancaria
“Quindi, forse” ha affermato l’esperto, “non c’и oggi una bolla nel mercato azionario. La questione non и di oggi”. In vista della conclusione del QE statunitense e del futuro aumento del livello dei tassi di interesse “il rischio cui stiamo andando in contro и la riattivazione delle attivitа inflattive; un’inflazione inconsistente, che diventa inconsistenza patrimoniale ed inconsistenza patrimoniale che porta ad una bolla speculativa e del credito”. La domanda da porsi non и quindi cosa succeda oggi, ma come avverrа l’uscita molto lenta dall’attuale tasso dello zero, giustificato ora dal fatto che le economie sono ancora deboli (bassa crescita, alta disoccupazione, bassa inflazione). Una situazione che, a detta di Roubini, puт portare effettivamente ad un rinnovo della bolla del credito nei prossimi due anni.
“Ora le banche centrali ci dicono ‘non ti preoccupare, ci occuperemo delle bolle speculative’. Ma se (tale piano) non funziona, allora si ha un solo strumento su cui agire, il tasso di interesse, e due obiettivi, la ripresa economica e la stabilitа finanziaria”. Se si esce lentamente dallo schema economico in vigore, il rischio che si corre и avere “la madre di tutte le bolle”; se si irrompe in modo piщ vigoroso, invece, si rischia una caduta del mercato obbligazionario ed un atterraggio duro nei confronti dell’economia reale. “Sta per realizzarsi il piщ grande dilemma che la Fed e tutte le altre principali banche centrali dovranno affrontare nei prossimi anni. Non и il problema di quando finirа il QE: c’и un problema piщ fondamentale rispetto a come raggiungere la stabilitа finanziaria e questo и un problema non solo per la federazione statunitense”.
L’effetto contagio nel mondo bancario esiste, e non solo in ambito americano. L’influenza della Cina e delle dinamiche ad occidente si colpiscono l’una con l’altra e, entrambi con problematiche differenti, sono finite per dare vita ad un sistema con delle zone d’ombra, che, se non tenute sotto controllo, potrebbero avere non solo un ruolo penalizzante rispetto al sistema standard, ma addirittura essere vanificatrici degli sforzi sostenuti nel corso degli ultimi anni.

Fonte – Trend Online

20 Ottobre 2020 – di Gloria Grigolon
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Il mondo deve allontanarsi dalla sua dipendenza dal dollaro statunitense: l’economia globale puт trarre maggiore beneficio da un sistema monetario piщ diversificato.
E’ questa l’idea espressa dal Primo Ministro russo, Dmitry Medvedev , il quale ha affermato in un’intervista alla CNBC la necessitа di un’economia mondiale non piщ dollaro centrica.
Basta col dollaro: и tempo di cambiare
Secondo l’esperto, il dollaro ha avuto un “atteggiamento particolarmente negativo” sulle finanze mondiali, specie se visto in chiave di moneta di riserva mondiale.
Utilizzando un diplomatico plurale, Medvenev ha proseguito: “Non abbiamo nulla contro il dollaro, ma crediamo che il sistema monetario di oggi dovrebbe essere piщ equilibrato”. Lo stesso ha dunque richiamato alla mente come nella realtа non esista una sola divisa di riserva, ma vi siano diverse valute estere nei caveau delle maggiori banche centrali del mondo, utilizzate anche nel commercio internazionale.
Un chiaro segnale, insomma, che la Russia, al pari di molte altre potenze orientali, inizia a sentirsi scomoda sotto il peso di una moneta estranea e dominata da un’altra economia che in tal modo, indirettamente, tiene le redini dei traffici mondiali.
Credere nell’America, ma non troppo
Medvedev ha specificato come Paesi quali la Russia “in realtа dipendono” sia dal dollaro, che dall’economia statunitense e giocano, in quanto tali, a sconto rispetto ai veri valori che potrebbero raggiungere sul mercato.
“L’economia statunitense sta migliorando, ma non abbiamo la prova che non andrа giщ di nuovo e che tutti torneranno a soffrirne”, ha ammonito lo stesso, continuando: “Crediamo che si debba abbandonare tale dipendenza nel sistema finanziario mondiale”.
Se tale situazione si verificasse ed il sistema internazionale passasse da una dipendenza “verde” ad una maggior platea di monete solide di riferimento, chi ne trarrebbe beneficio?
La risposta a tale domanda delinea chiaramente la motivazione per la quale gli Stati Uniti, all’oggi, non nascondono la paura legata ad un distaccamento delle maggiori economie del est asiatico (e quindi, dell’intero oriente). Non и infatti solo la Russia che potrebbe trarre beneficio da un tale cambiamento: secondo Medvedev, tutte le economie emergenti guadagnerebbero terreno su scala internazionale, acquisendo una maggiore autonomia.
Russia e Cina fanno tremare gli USA
Negli ultimi mesi, il deterioramento delle relazioni tra la Russia e l’Occidente per via della crisi ucraina ha portato Mosca ad interessarsi sempre piщ all’Oriente. Fin da prima dell’acuirsi degli scontri con la provincia di Kiev, tra l’economia del rublo e quella del renminbi esisteva giа una forte connessione politica ed economica, reciprocamente principali partner commerciali.
Nel 2020 l’espansione economica della Russia ha rallentato drammaticamente dopo le tensioni sorte con l’Unione europea e gli Stati Uniti. Il Paese sta combattendo da marzo la piaga delle sanzioni da parte dell’Occidente, quando la penisola della Crimea и stata annessa alla Russia (dall’Ucraina). Le sanzioni hanno preso di mira i settori piщ produttivi dell’economia russa, vale a dire quello dell’energia, della difesa e delle finanze del paese, ed hanno reso difficile per le imprese russe raccogliere fondi in Occidente.
Nel corso di un anno il rublo и sceso di oltre 20 punti percentuali contro il dollaro USA, affiancato da un incremento dei deflussi di capitali dalla Russia. All’inizio del mese di ottobre, il Fondo Monetario Internazionale ha dimezzato le sue previsioni di crescita per la Russia dello 0,5% nel prossimo anno.
Lo scorso lunedм, il Primo Ministro Medvedev e il Premier cinese Li Keqiang hanno firmato un accordo commerciale e finanziario in ambito energetico e hanno concordato un ammontare pari a circa 150 miliardi di yuan ($ 25 miliardi di dollari) in currency swap.
Medvedev, riferendosi al distaccamento dal dollaro e alla maggiore liberа valutaria negli scambi internazionali, ha affermato che tale mossa permetterebbe alla Russia di commerciare con la Cina direttamente, bypassando il vincolo del dollaro. “Questa и una buona dimostrazione che se qualcuno (gli USA) lascia il proprio posto, qualcun altro occupa il loro posto”, ha aggiunto. Tra i progetti spicca inoltre la sottoscrizione (siglata a maggio) di un accordo trentennale di alto profilo per la fornitura di gas Gazprom dal valore di 400 miliardi di dollari nei confronti della Cina.
Innovazione russa: non solo gas
Tornando a guardare alla propria situazione, l’autoritа ha ammonito: “Ad ogni modo, dobbiamo tener conto di tutto ciт che sta succedendo attorno alla Russia e se una parte dei progetti in essere con gli europei, gli americani o qualcun altro si arresta, dovremo per certo spostare quei progetti ad altri luoghi”. Inoltre, nonostante la leadership assoluta delle societа di rifornimento energetico russo su scala mondiale, aziende quali Gazprom e Rosneft necessitano di un piano di innovazione ed investimento, volto a modernizzare strutture produttive vetuste e metodi di trasporto di gas non ottimali e penalizzanti.
Medvedev ha ammesso che la Russia, per crescere, dovrа guardare al di lа dei propri confini e diversificare i settori del petrolio e del gas, che dominano la sua economia. Uno spostamento dell’economia russa verso l’innovazione sta perт effettivamente avvenendo, anche per quanto riguarda la categoria delle aziende statali. “L’ambiente che si sta formando, si compone di piccole start-up private,” ha detto il Ministro.
Basta al dollaro-centrismo e via libera alle monete forti sui mercati quotati: sebbene dovrа essere chiarito con maggiore approfondimento in che modo Medvedev intenda uniformare gli scambi plurivalutari al fine di non creare situazioni di arbitraggio, il Primo Ministro ha concluso: “Alla fine vorrei dire: da questo, l’economia mondiale potrebbe trarre beneficio in generale”. La Cina sicuramente concorda.

Fonte – Trend Online

20 ottobre 2020 – di La Repubblica
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MILANO – Avrebbe dovuto essere un volano per le industrie. Invece la Borsa Italiana continua a essere un luogo dal quale, se possibile, и meglio stare lontani. Da sei anni a questa parte, da quando la crisi ha avvinghiato l’Eurozona, la capitalizzazione della Borsa in Italia si и quasi dimezzata: dal 47,8% del Pil del 2007 al 28,6% alla fine dello scorso anno quando si confrontava con il 57% dello stesso rapporto in Francia e con il 42% in Germania. Oggi il mercato vale 460 miliardi di euro (Ftse Italia All share) e ne ha bruciati altrettanti. Numeri impietosi messi in rilievo dalla Consob che ha iniziato a tirare le somme del progetto “Piщ Borsa” lanciato dall’autoritа di Via Martini guidata da Giuseppe Vegas. Il progetto mira a favorire una convergenza di interessi attorno alla quotazione in Borsa. Dai tavoli tecnici del progetto sono emersi, tra i vari problemi, gli alti costi diretti per la quotazione ma anche gli indiretti: il mantenimento dello status di quotata puт costare oltre 3 milioni l’anno. L’operazione di per sй costa tra 600mila euro e 8 milioni di spese organizzative e di documentazione, cui si somma un corrispettivo tra l’1,8 e il 4,5% del valore dell’offerta per spesare i servizi di collocamento.

“Per molte aziende l’opacitа и meglio della trasparenza e l’assetto casalingo и preferito alla corporate governance”, ha sottolineato il presidente di Borsa Italiana Massimo Tononi che ha illustrato la “arretratezza culturale” dell’imprenditoria italiana, allergica alla quotazione in Borsa, parlando al Seminario celebrativo del 40mo anniversario della Consob. Tononi ha detto che “la carenza di capitali non и legata solo alla carenza dell’offerta, ma anche a quella della domanda: le imprese sono sottocapitalizzate perchй preferiscono questo aspetto rispetto alla perdita del controllo e perchи hanno una naturale diffidenza verso gli investimenti esterni”. Insomma, ha concluso, si puт parlare proprio di “una arretratezza culturale del nostro tessuto industriale”.
Tra le industrie “allergiche” al mercato, ci sono soprattutto le Pmi che pure costituiscono la stragrande maggioranza del tessuto produttivo italiano. La percentuale di Piccole e medie imprese sul totale delle non finanziarie quotate in Borsa и solo al 61%, rispetto al 96% rappresentato nel totale del mondo imprenditoriale. Eppure l’incapacitа di finanziarsi и alta: i dati mostrano che la leva finanziaria delle imprese italiane и al 48%, contro il 42% della Germania e il 34% della Francia. Ma l’esposizione и tutta verso le banche, pressochй assenti le altre fonti di finanziamento: il 66,5% dei debiti finanziari delle imprese italiane и con gli istituti, si scende sotto il 30% in Regno Unito e Usa.
Cosм dopo l’ultima celebre fuga, quella di Fiat, la Consob ha deciso di lavorare per introdurre anche in Italia il voto maggiorato, giа introdotto con il dl Competitivitа dalla politica. L’Authority avvierа una consultazione pubblica con la bozza del nuovo regolamento emittenti, che recepirа le novitа in materia di voto. Il decreto Competitivitа, varato l’estate scorsa, hanno ricordato i funzionari Consob, ha previsto per tutte le societа (quotate e non) la possibilitа di emettere azioni a voto maggiorato. Questa non и una nuova distinta categoria di azioni; se previsto dallo statuto il diritto al voto maggiorato spetta a tutte le azioni detenute per un congruo periodo di tempo (almeno 2 anni) da un medesimo azionista e a tutti gli azionisti che ne facciano richiesta. Il decreto competitivitа ha modificato un articolo del Tuf e delegato alla Consob le disposizioni attuative.

Fonte – La Repubblica

Venerdм 17 Ottobre 2020 . Martedм 21 Ottobre 2020 . Mercoledм 22 Ottobre 2020
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Pubblicato il 22 ottobre 2020| Ora 09:59 – di WSI
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NEW YORK (WSI) – Uscire dal mercato azionario e accodarsi alla massa quando tutti fuggono? Non sempre и una buona idea, anzi a volte si tratta di una decisione pessima. E’ almeno questo l’esito dell’analisi dei dati dello S&P 500 effettuata da Capital IQ e pubblicata sullo Usa Today.
Il rifermento и al crash del lunedм nero di 27 anni fa, ovvero del 19 ottobre del 1987.
“Molti investitori rinunciarono a investire. Fu un grande errore”, scrive l’articolo del quotidiano americano. Di fatto, “ci sono dodici azioni quotate attualmente sullo S&P 500, che includono la societа di prodotti per la salute UnitedHealth (UNH), la biotech Amgen (AMGN) e la societа di vendite al dettaglio discount Ross (ROST), che da quel giorno hanno guadagnato piщ del 10.000%. E in media, rispetto al prezzo di chiusura del Black Monday, dodici titoli sono balzati di ben +21.278%”.

I titoli dello S&P 500 che hanno guadagnato di piщ dal crash di borsa del 1987. Al primo posto UnitedHealth . . . . . . . .

Fonte – Capital IQ

Giusto per capire, un investimento di $10.000 in una di queste azioni frutterebbe oggi $2,1 milioni. Si tratta di una “corsa impressionante se si considera che il Dow Jones Industrial Average и in rialzo +843% dal valore di chiusura del Black Monday”.
E il miglior titolo non и stato neanche un “oscuro titolo hi-tech”. Il grande vincitore и stato infatti UnitedHealth, con un guadagno +59.493% dal 1987. E per chi crede che si sia trattato di pura speculazione, l’analisi di S&P Capital IQ mostra una storia di crescita esplosiva in tutti gli anni ’90 e 2.000. Tanto che il fatturato totale dell’azienda dagli inizi degli anni ’90 и balzato di ben +58.139%. Ancora, le quotazioni di Amgen hanno messo a segno un rally +27.893% dal crash del 1987.
Una precisazione: importante sottolineare che quasi la metа delle azioni attualmente quotate sullo S&P 500 non era oggetto di trading nel 1987. Ci sono stati inoltre titoli che hanno perso parecchio del loro valore a causa di quel terribile Black Monday.

24/10/2020 | 09:38 – di Marco Caprotti
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Il gruppo non pedala piщ compatto: mentre Bce e Bank of Japan si muovono all’unisono, la Federal Reserve potrebbe tentare la fuga in solitaria. Il paragone fra ciclismo e scelte delle Banche centrali и usato spesso dagli economisti secondo cui, anche in termini di politiche monetarie, viaggiare da soli rende piщ faticoso pedalare. Stare con gli altri corridori, infatti, permette di ridurre la resistenza all’aria (cioи, in termini economici, l’apprezzamento di una sola valuta). Fino a poche settimane fa l’incapacitа di raggiungere una buona velocitа (la crescita economica), li ha costretti a stare insieme (tassi vicino allo zero).
La Fed prepara la fuga?
Ora, invece, secondo diversi osservatori la Fed si starebbe preparando alla fuga, alzando i tassi di interesse. La Banca centrale Usa, da parte sua, sta facendo di tutto per dissimulare la strategia. Dopo l’ultima riunione in cui il Fomc (Federal open market committee, il braccio operativo della Fed) ha deciso di non abbandonare la politica accomodante, il governatore Janet Yellen ha detto che i tassi resteranno vicino allo zero “per un periodo considerevole di tempo” dopo la fine del Quantitative easing. Una espressione che dice poco sul calendario di eventuali aumenti del costo del denaro e che nasconde insidie per gli investitori. Qualche pericolo и celato anche dietro un’altra formula usata da Yellen quando, illustrando le linee della sua politica monetaria, ha detto che un atteggiamento “fortemente accomodante”, и ancora appropriato.
Non и chiaro, cosa questo significhi in un momento in cui i Federal fund rate sono compresi fra 0% e 0,25%, ma la questione per i mercati и rilevante, considerando che le scelte della Banca centrale Usa influiscono sulle decisioni dei trader piщ che sull’andamento dell’economia reale. “Le mosse future della Fed condizioneranno i prezzi degli asset che, al momento, sono prezzati al netto dei tassi di interesse”, spiega Robert Johnson, responsabile della ricerca economica di Morningstar. “I cambiamenti di politica della Fed sono spesso stati dei market mover. L’anno scorso le voci che la Banca fosse in procinto di alzare i tassi ha mandato a tappeto bond ed equity”.
C’и poi un altro problema. Le carte della riunione della Fed mostrano che alcuni governatori che formano il Fomc non condividono le previsioni economiche e sul futuro dei tassi della maggioranza. Cosa succederebbe se il loro numero dovesse aumentare? “I mercati odiano le situazioni di incertezza e opinioni troppo divergenti rischiano di disorientare gli operatori”, dice Johnson.
La gara della Bce
Restando al paragone con il ciclismo, intanto, i tattici della Bce hanno consigliato al governatore Mario Draghi di non cambiare condotta di gara: l’Eurotower ha tagliato il costo del denaro allo 0,5% e ha portato il tasso sui depositi ancora in territorio negativo a -0,2%. Piщ rilevante и stato l’annuncio di un piano di acquisto di titoli Abs (asset backed securities) garantiti da prestiti. Ma la vera sorpresa и stato l’inserimento di titoli Mbs (Mortgage backed securities) garantiti da ipoteca, a patto che ci siano le garanzie (probabilmente da parte della Banca europea degli investimenti). Anche la riapertura di un piano di acquisti di covered bond и giunta inaspettata.
L’obiettivo dichiarato dall’Eurotower и di incrementare la situazione patrimoniale della Bce riportandola ai livelli di fine 2020 (mille miliardi di euro). “L’annuncio della Bce sul suo programma di acquisti di Abs non solo apporterа fondi all’economia reale, ma renderа le Abs europee piщ appetibili per gli investitori”, spiega uno studio firmato da Matthias Wildhaber, gestore del fondo JB Multibond Abs (Swiss&Global). “Dall’inizio della crisi finanziaria, le Abs europee sono state accostate ingiustamente alle obbligazioni statunitensi, sebbene i tassi d’insolvenza in Europa tra la metа del 2007 e la metа del 2020 fossero in realtа piщ di dieci volte inferiori, secondo Standard & Poor’s. Noi preferiamo le tranche vintage (quelle emesse prima della crisi), perchй questo spazio offre obbligazioni di buona qualitа con un rischio di credito limitato e spesso vengono scambiate sotto la pari. Tuttavia и importante essere selettivi, evitando quei titoli con elementi svantaggiosi, come la possibilitа degli emittenti di estendere il periodo di rimborso”.
Cautela resta comunque la parola d’ordine per chi investe in Eurolandia. “Ci troviamo in un momento critico in cui o i governi aiutano la BCE a rafforzare gli effetti dei recenti annunci monetari (allentamento quantitativo e garanzie sugli acquisti di asset), o l’unica azione possibile che potrа intraprendere la Bce sarа l’acquisto di bond sovrani (eventualmente anche l’acquisto di titoli di Stato stranieri)”, spiega un report firmato da Pierre Olivier Beffy, Chief Economist di Exane Bnp Paribas. “Nel breve termine, dato il sentiment negativo sull’Eurozona fra gli investitori, non sono nemmeno necessari grossi miglioramenti da un punto di vista macro per sorprenderli al rialzo. Tuttavia, dati ciclici migliori per l’Eurozona sono improbabili prima di novembre”.
La BoJ non cambia passo
Non vuol cambiare pedalata nemmeno la Banca del Giappone, dopo che l’economia del Sol levante, a causa di una tassa sui consumi, si и contratta a livelli che non vedeva dall’inizio del 2020.
Il governo nipponico ha tagliato le sue previsioni sulla crescita congiunturale reale per l’anno fiscale 2020, portandole da +1,4% a +1,2%, a seguito dei timori che il rialzo dell’Iva dal 5 all’8%, il primo in 17 anni e operativo da aprile, possa continuare a pesare sulla domanda interna. L’Ufficio di gabinetto, tuttavia, ha detto che il Prodotto interno lordo nominale и destinato a crescere del 3,3% nell’esercizio in corso, invariato sulla stima fatta a dicembre, con la Bank of Japan (BoJ) impegnata nel sostenere un maxi allentamento monetario per rilanciare la ripresa. Se si concretizzassero le proiezioni, il Pil reale avrebbe la crescita piщ ampia degli ultimi 17 anni, suggerendo che la terza economia del pianeta и sempre piщ vicina alla uscita dalla deflazione che dura da quasi vent’anni. “A dispetto della debolezza del quadro economico, le aziende giapponesi hanno continuato a veder migliorare i propri profitti, tanto che la loro quota sul Pil и in stabile crescita. Le societа stanno beneficiando dei frutti di quel duro processo di ristrutturazione e taglio dei costi reso necessario negli anni passati per sopravvivere alla stagnazione unita alla deflazione”, spiega un report firmato da Donatella Principe, Responsabile Institutional Business di Schroders Italia. “In particolare le societа che possono agire sui prezzi sperimentano una crescita dei ricavi superiore a quella dei costi, con relativo miglioramento dei margini. Non и un enigma nemmeno il fatto che i profitti continuino a crescere pur in concomitanza con la debolezza delle esportazioni: la riallocazione offshore delle produzioni ha reso i bilanci delle aziende nipponiche sempre piщ indipendenti dalla domanda estera e dal tasso di cambio. Per altro la liquiditа fornita dalla BoJ sta consentendo alle societа del Topix di attuare riacquisti di azioni proprie a un ritmo mai visto prima (un controvalore di 25 miliardi di dollari solo nel primo semestre dell’anno) con un effetto di sostegno agli utili per azione”.

Pubblicato il 28 ottobre 2020| Ora 14:49 – di Legg Mason

Legg Mason и una societа di gestione patrimoniale che opera su scala globale, con attivi in gestione (AUM) pari a 711 mld USD al 31 agosto 2020. Legg Mason offre soluzioni di gestione attiva degli asset presso numerosi centri d’investimento presenti in tutto il mondo. La sede ufficiale si trova a Baltimora, Maryland, e le azioni ordinarie della societа sono quotate alla borsa di New York (simbolo: LM).

NEW YORK (WSI) – La maggior parte degli investitori e degli osservatori dei mercati finanziari globali si aspetta un rialzo dei tassi d’interesse. Pur condividendo queste aspettative, i Chief Investment Officer delle societа affiliate del Gruppo Legg Mason ritengono che saranno necessari un altro paio d’anni circa, se non di piщ, prima che il movimento si concretizzi.
In occasione dell’Investor Day, organizzato da Legg Mason a New York i CIO del Gruppo hanno discusso delle sorti dei mercati mondiali nel breve e lungo periodo, in due tavole rotonde moderate da Consuelo Mack of WealthTrack. L’argomento cardine: dove investire in un contesto di rialzo dei tassi d’interesse.

“La strada verso il rialzo dei tassi и ancora lunga”, ha dichiarato Ken Leech, CIO di Western Asset, una delle societа di gestione degli investimenti obbligazionari piщ grandi e importanti del mondo. Vale a dire un periodo ipoteticamente compreso tra i 18 e i 24 mesi. Leech ha aggiunto che cinque anni fa nessuno avrebbe potuto prevedere gli attuali sviluppi sui mercati globali. La complessitа della situazione renderа arduo per la Federal Reserve USA mettere in atto la preannunciata intenzione di rialzare i tassi nel breve periodo.
“Le autoritа di politica monetaria avranno bisogno di parecchio tempo prima di cambiare direzione”, ha affermato Leech. Per questa e altre ragioni, “siamo attirati dalla parte lunga della curva Usa”. Si и inoltre dimostrato ottimista sui titoli corporate per gli investimenti globali, dove persiste un divario di valutazione. Leech prevede una crescita delle strategie obbligazionarie di tipo unconstrained, le quali offrono agli investitori la possibilitа di accedere a uno svariato numero di prodotti e aree geografiche diverse.

“Abbiamo adottato una posizione lunga sui bond statunitensi trentennali negli ultimi nove mesi”, ha commentato David Hoffman di Brandywine Global, altra boutique di Legg Mason specializzata negli investimenti value del segmento obbligazionario e azionario. “Il rischio piщ grave и che la Fed non faccia quello che dovrebbe”, ha sottolineato.
“Quest’anno si и rivelato decisamente migliore di quanto ci aspettassimo e il prossimo non dovrebbe essere diverso”. Hoffman и stato piщ aggressivo sui mercati emergenti e ha evidenziato l’importanza del segmento obbligazionario messicano.
A questi commenti hanno fatto eco le dichiarazioni di Isaac Souede, CIO di Permal, una delle piщ storiche societа di asset management su vasta scala, con oltre 40 anni di esperienza nel settore.

“La duplice missione della Fed riguarda la crescita e l’inflazione”, ha dichiarato Souede. “Gli Usa godono di una pausa sul secondo fronte”, a suo avviso riconducibile ai trend globali. “La Cina attraversa una fase di rallentamento secolare di lungo periodo e il sensibile rafforzamento del dollaro rappresenta un fattore deflazionistico per gli Usa. Assisteremo di certo a un rialzo dei tassi d’interesse ma ad un ritmo decisamente moderato”.
Souede ha sollevato un argomento che и ormai diventato una preoccupazione diffusa: “La produttivitа aumenterа insieme ai salari?”. Interrogato su quelle che sono le sue previsioni in merito, si и dichiarato ottimista.

“Le misure adottate dai policymaker hanno mantenuto bassa la volatilitа”, ha detto Souede. Il CIO di Permal и persuaso che i mercati maturi privilegeranno gli investimenti event-driven e le operazioni di M&A. Si и inoltre detto convinto che l’atteso rialzo dei tassi provocherа negli USA un’accelerazione delle operazioni di fusione e acquisizione durante i prossimi 12-24 mesi, con i tassi ancora cosм bassi. Ottimo il potenziale anche per operazioni di arbitraggio, ristrutturazioni e conseguente attivismo degli investitori volto a migliorare l’efficienza delle aziende.
Per ciт che concerne i mercati emergenti, il consiglio и quello di “investire nelle societа che vanno nella stessa direzione intrapresa dai rispettivi governi”. Il Messico sta facendo bene, il Brasile и in calo, ma non ci sono evidenti segnali di “schiuma” sui mercati. “A livello globale, gli investitori hanno dato prova di maggiore prudenza di quanto non si crederebbe”, ha commentato Souede.

“Sono moderatamente ottimista riguardo agli sviluppi futuri”, ha concluso Scott Glasser di ClearBridge Investments, le cui strategie azionarie core si distinguono per active share elevato, orientamento all’income e bassa volatilitа. Ha nettamente escluso l’eventualitа di un’altra recessione. “I mercati sono tornati alla normalitа. Per l’indice S&P 500 и attesa una crescita tra il 6% e l’8%”.
Secondo Glasser и difficile individuare nuovi titoli da acquistare, considerato anche il suo focus sulle large cap. Tuttavia, cercando con attenzione, и ancora possibile identificare le giuste opportunitа d’investimento. Ha citato il settore della Tecnologia, in particolare il campo degli hardware; la Salute, soprattutto le assicurazioni; e l’Energia, anche se prima di considerare le opportunitа presentate da quest’ultimo settore, Glasser preferisce attendere un clima di maggiore stabilitа sui mercati delle commodity.

Un altro aspetto degno di particolare nota и rappresentato dal potenziale aumento di efficienza all’interno delle aziende e Glasser segue con attenzione le mosse delle societа e degli investitori attivisti. Ha infatti continuato a individuare interessanti opportunitа di guadagno in aziende di qualitа: “la qualitа и diventata un figlio non amato”.
“Non ci sembra di essere in presenza dell’esuberanza o dell’autocompiacimento che in genere conducono ad un tracollo”, ha affermato Rosemary Macedo, CIO di QS Investors, in accordo con le previsioni di Glasser. QS gestisce strategie multi-asset, strumenti alternativi liquidi, azionario e soluzioni customizzate nei mercati emergenti e sviluppati.

“Gil investitori in titoli azionari stanno prezzando il rischio”, ha detto Macedo, sottolineando come sia possibile utilizzare strategie protettive di portfolio insurance per gestire il rischio senza dover sacrificare i rialzi”. “Esistono strumenti atti a incorporare sistematicamente crescita e protezione nei portafogli”, ha dichiarato. “Gli investitori stanno trovando altri modi per ottenere i benefici un tempo offerti dal segmento obbligazionario”. Il suo messaggio: “la miglior difesa и la diversificazione”.
Un mercato in cui i tassi d’interesse stanno salendo, a prescindere dalla rapiditа con cui avviene il movimento, dovrebbe dimostrarsi favorevole a quella tipologia di aziende di qualitа small-cap seguite dal leggendario CIO Chuck Royce. La societа fondata da quest’ultimo, la Royce Funds, и specializzata in portafogli di piccole societа gestite con un rigoroso approccio value in un orizzonte temporale di lungo termine. Secondo Royce, molti dei provvedimenti adottati dalla Federal Reserve in questi ultimi anni “hanno avuto un impatto positivo sulle societа a piccola capitalizzazione e, dunque, non possiamo lamentarci”.

Tuttavia, l’allentamento quantitativo si и rivelato iniquamente vantaggioso per “le societа di qualitа inferiore”, grazie alla notevole disponibilitа di risorse destinate ai finanziamenti, soprattutto di debito high-yield. “Il QE ha avuto profondi effetti sulla loro capacitа di sopravvivere e prosperare. Le aziende di qualitа sono rimaste svantaggiate in termini relativi, non avendo bisogno di rinsaldare i bilanci o ricevere obbligazioni high-yield”.

Quale esempio di aziende di qualitа che non hanno riportato il buon andamento atteso nel contesto attuale, ha menzionato Reliance Steel e Aluminum Co. A suo avviso, le small cap estere offrono maggiori opportunitа di reddito, derivanti dalle diverse tipologie d’imprese familiari presenti sui mercati internazionali. Royce preferisce la volatilitа, che afferma dovrebbe aumentare con il rialzo dei tassi d’interesse. Un cambiamento forse piщ lento di quanto atteso da alcuni osservatori ma che sicuramente non mancherа di verificarsi.
“E’ la psicologia umana”, ha dichiarato Royce. “Un piccolo cambiamento del modo di pensare e subito si avrebbero previsioni di un cambiamento dei tassi d’interesse. Ciт darebbe ai tassi un ruolo di leadership sui mercati”.

Fonte – Borsa Insidee

30 Ottobre 2020 – di Giovanni Maiani

Le proposte d’investimento vengono ormai equiparate alle slot o ai grattini.
Un fratello maggiore darebbe al proprio fratellino un fucile carico?
Probabilmente no, anche se il fratellino deve capire che un’arma и pericolosa.
Un amico direbbe ad un altro di buttarsi da una certa altezza convincendolo di poter volare?
Probabilmente no, anche se l’altro amico deve imparare a non fidarsi ciecamente.
Un genitore direbbe al proprio figlio che lo studio и inutile?
Probabilmente no, anche se il figlio non deve credere nell’impossibile.
Se io da “fornitore” propongo una fregatura ad un cliente, cosi mi accadrа quando sarт io ad essere cliente?
A quel punto avrei praticamente concluso il post.
Dove volevo arrivare?
Ovviamente, alcuni strumenti finanziari non possono essere proposti ai privati in modo indiscriminato se non viene accertata la loro piena conoscenza della materia.
Penso che un’azienda abbia il dovere morale di non offrire un’ovvia fregatura ad un cliente non professionale anche se ci troviamo nella sfera commerciale. Quindi una pubblicitа di massa ed impersonale come quella che puт essere visibile su internet, letta da chiunque, non puт essere ammissibile. Non ho niente di ridire se i prodotti che elencherт vengono proposti ai professionisti del settore che sono in grado di valutarli. Diversamente servono dei limiti.
Vediamo qualche esempio:
Una volta sfornavano 50/100 covered warrants alla volta e, di certo, non era per fare gli interessi dei privati. Non se ne parla piщ molto di questi giorni. Le opzioni sui titoli azionari spingono i privati ad operare in quanto il capitale necessario per investire и basso. Vediamo che, spesso, hanno volumi scarsissimi e, pertanto, casualmente, non interessano ai professionisti. Come mai? I vari tipi di certificates non sono da meno ed offrono una serie di condizioni quasi impossibili da realizzare per un compenso incerto ed imprecisato al momento dell’operazione.
Gli strumenti derivati, che hanno distrutto l’economia mondiale per farla breve, sono di facile accesso ai comuni mortali (in quanto il capitale minimo, o meglio margine iniziale, и molto basso) e vengono proposti come strumenti facili da usare e poco rischiosi, visto che il margine iniziale и ridotto, ma occorre ragionare a livello di controvalore del contratto. A mio modesto parere gli unici usi accettabili di un derivato, per esempio azionario, per un privato non professionista sono solo due:
– va venduto a copertura di un portafoglio o di una posizione rialzista,
– va acquistato come investimento tenendo conto del valore nominale. Ossia, se voglio investire 100 in azionario utilizzerт solo 20 per l’acquisto di un derivato con leva 5 (ad esempio il future sul Ftsemib) per un totale investito di 100 come deciso in precedenza, mentre il restante 80 andrа impegnato in un investimento sicuro che mi offrirа un rendimento basso, ma pure sempre un extra rendimento.
Pertanto, da evitare assolutamente ai non professionisti; se ho 100 da investire nell’azionario non devo investire 100 con leva 5, quindi 500. In questo molto avrei aumentato di 5 volte la mia esposizione ed il rischio.
I conti forex (valutari) con effetto leva a 3 cifre cosi facili da aprire, anche online. Come fa un privato ad investire per esempio 1000 euro in un conto valutario e gestire un’operazione con per controvalore potenziale di 100/400 mila euro? Ma se il mio vicino di casa avesse realmente questa cifra farebbe lo stesso investimento senza la leva speculando sulle divise o acquisterebbe una casa? E’ come dare il fucile carico al fratellino.
Le opzioni binarie sono tra le ultime fregature dove l’utile potenziale и limitato a priori (ma perchй?), l’intervento puт esaurirsi in un arco temporale strettissimo e si vince o si perde senza via di mezzo. Praticamente punto alla roulette sul rosso o sul nero. La stessa identica cosa. Preciso.
Viene offerto anche uno sconto, o un bonus, a chi apre un conto di trading per operare online. Lo fanno anche i siti di scommesse… Analogia o caso?
Non regge l’idea che se un cliente и ingenuo in un determinato contesto io sia autorizzato a fregarlo. In questo modo io faccio dei soldi facili e lui impara la lezione che li servirа per diventare piщ furbo per la prossima volta. Quindi, in pratica, se ti butti e non sai di non poter volare son c…i tuoi.
Siamo in una societа apparentemente libera, benissimo, ma serve un inquadramento diverso. I piщ deboli devono tuttavia essere maggiormente tutelati.
Spesso facciamo passare il messaggio ai privati che i loro problemi economici possono essere risolti con un’unica operazione o che potranno fare una barca di soldi in poco tempo e senza competenze ed esperienza professionali.
La baghetta magica non esiste e non esisterа mai.
Anche le slot ed i gratta e vinci si rivelano sempre, per definizione e nascita, prodotti ingannevoli dove il cliente non ha il tempo di ragionare, spende inizialmente poco (margine iniziale basso), le viene fatto credere che in pochi secondi i suoi problemi svaniranno (effetto leva) e crea dipendenza.
Da “bravo analista”, ed oggi aggiungo di lungo corso, affermo che l’ingegneria finanziaria и spesso impegnata a creare prodotti per giocatori d’azzardo e non prodotti da investimento e, inoltre, molte societа sono in assoluta malafede in quanto alcune proposte mirano ai privati in modo indiscriminato e non a professionisti che, giustamente, le evitano perchй in grado di analizzarle o le utilizzano in modo consapevole ed efficace.
Non siate creduloni. Nessuno regala nulla. Non posso diventare un astrofisico o una ballerina dall’oggi al domani. La ballerina neanche dopo domani. Solo anni di studi, anni di esperienza professionale e un pizzico di fortuna possono aiutare un privato ad investire con alcuni strumenti finanziari. Il 95% delle proposte sono fregature. Imparate a discernere e abbiate l’umiltа di chiedere consigli, principalmente, a chi non deve vendervi nulla perchй non coinvolto finanziariamente.
Perт, anche il privato, senza una massima conoscenza finanziaria, non deve andare a cacciarsi nei guai. Occorre essere giusti ed obiettivi nell’analizzare una situazione.

Fonte – Trend Online

Pubblicato il 27 ottobre 2020| Ora 14:54 – di WSI
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NEW YORK (WSI) – Il sistema bancario europeo gode di una salute migliore delle attese. E’ questa l’idea generale dei grandi fondi americani sui risultati degli “esami” della Banca centrale europea. Anche se c’и chi fa notare come sotto il capitolo dei prestiti non performanti, gli esami sono da considerare decisamente lassi.
“L’aspetto piщ significativo emerso dalla recente analisi del sistema bancario europeo и l’aver riscontrato una carenza di capitale in un numero ridotto di banche Europee. In uno scenario economico avverso и indubbiamente una posizione decisamente migliore di quanto si sarebbe pensato appena due anni fa”, ha osservato Paras Anand, Responsabile Azionario Europa di Fidelity Worldwide Investment.
“Da allora la situazione и profondamente cambiata, con il crollo dei costi di finanziamento, il miglioramento dei margini di interesse netti e, in alcune economie, segnali che gli accantonamenti per i crediti problematici potrebbero rivelarsi eccessivamente prudenti. Dopo svariati trimestri di riduzione dell’indebitamento delle banche, il sistema и oggi meno strettamente correlato di quanto non lo fosse prima della crisi e certamente le probabilitа di contagio transnazionale si sono ridotte in quanto le Banche Centrali nazionali hanno utilizzato la liquiditа immessa dalla BCE per rafforzare i rispettivi sistemi bancari”.
“La sfida che si prospetta al settore bancario и profondamente legata al futuro dei mercati sviluppati: finchй la fascia di clienti a cui le banche sono disposte a concedere credito non crescerа significativamente, difficilmente il sistema finanziario potrа sostenere la ripresa economica come и invece accaduto in passato. La maggiore credibilitа in termini di adeguatezza di capitale и evidentemente un passo positivo, cosм come la definizione di un quadro normativo omogeneo”.
Complessivamente positivo anche il giudizio degli esperti di Pimco. “Gli esiti della Banca centrale europea sugli stress test sono buoni per il sentiment del mercato se si pensa che sono solo dodici le banche che devono raccogliere ulteriori capitali. Il numero su cui concentrarsi non и dunque 25, in quanto questo non contempla gli istituti che hanno completato l’aumento di capitale nel 2020”, scrive Philippe Bodereau, head of global financial research di PIMCO.
“Tutte le banche della zona euro hanno superato il test con un margine abbastanza grande. Nelle banche delle economie periferiche dell’eurozona abbiamo visto sorprese negativa per l’Italia con Mps rivelando il piщ grande deficit di capitale e una sorpresa positiva in Grecia, dove non ci sono stati significativi deficit di capitale. Le banche spagnole ne sono venute fuori molto bene come ci aspettavamo”.
Per altri analisti come Mike Shedlock, gli esami si possono considerare una mezza farsa: come si vede nella tabella a fianco si attestano a Ђ879 miliardi i prestiti non performanti (4% del totale), ma la Bce ha riportato solo 48 miliardi di attivi sottocapitalizzati.
“Ci vogliono far credere che ci siano approvvigionamenti adeguati per far fronte alla differenza tra la somma riportata in eccesso dalla banca e la cifra iscritta a bilancio”, scrive l’esperto di sistemi finanziari e mercati sul suo blog.
Chi seriamente puт credere che 48 miliardi sia una somma credibile con la Francia, l’Italia e la Spagna sull’orlo della recessione e la Germania che stenta? “Io non ci credo”.
“Improvvisamente le banche spagnole si sono liberate del 100% dei loro prestiti tossici? E i bond sovrani? Si presume che siano 100% senza rischio? La Grecia non aveva dimostrato come i pagamenti dei bond non siano sacrosanti?”, si chiede retoricamente Shedlock, secondo cui gli istituti di credito tedeschi sono destinati a pagare le conseguenze di una eventuale crisi del sistema bancario.
Non sono mancati commenti anche dalla agenzie di rating internazionale e da analisti che hanno messo sotto esame gli stessi stress test.
Standard & Poor’s ha fatto sapere che saranno “limitati”, sempre che ve ne siano, gli interventi sui rating delle banche a seguito degli esami dei bilanci e stress test condotti dalla Banca centrale europea. Semmai, anche se la maggioranza degli istituti di credito ha superato gli esami, disponendo delle soglie patrimoniali previste, l’esercizio “ha mostrato che permangono vulnerabilitа. Complessivamente – nota l’agenzia – la valutazione approfondita dei bilanci ha svalutato gli attivi per 48 miliardi di euro mentre ha aumentato del 18 per cento, ovvero di 136 miliardi, la consistenza dei crediti deteriorati”. Inoltre, con una nota di commento S&P rileva che per 31 delle banche sotto esame non sono attesi utili nemmeno nello scenario piщ favorevole degli stress test.
“A prima vista il numero di banche che hanno fallito il Comprehensive Assessment della BCE e il capitale che queste banche sono costrette a raccogliere sul mercato appare sorprendentemente ridotto. Gli investitori non dovrebbero guardare alle valutazioni della Banca Centrale slegandole dal contesto, ma prendendo in considerazione ciт che и accudo nel corso dell’ultimo anno. Le banche dell’aera Euro hanno reagito per tempo alla revisione della BCE: individuando i crediti deteriorati, aumentato le scorte e la raccolta di capitale (sia ordinario che ibrido), procedendo alla ristrutturazione dei business piщ datati e alla razionalizzazione degli asset attraverso la vendita delle attivitа non core in portafolio” ha aggiunto Matthew Williams, analista finanziario di Carmignac Gestion. Che ha aggiunto “Dando uno sguardo al futuro, l’elenco di banche che ha fallito i test e con necessitа di rafforzare il capitale rappresenta solo l’inizio di un processo di avanzamento nella regolamentazione. Le banche che hanno sforato l’obiettivo di capitale entro la percentuale dell’1% dovranno probabilmente fare i conti con restrizioni sui rispettivi capitali e business plan. La BCE и stato molto chiara. La ripresa economica non sarа ostacolata dai bilanci delle banche. Ci saranno sempre ostacoli nel processo, ma si tratta comunque di un passo positivo per il settore bancario europeo”.

30 Ottobre 2020 – di Gloria Grigolon
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L’analisi di Michael Snyder (analista e fondatore del blog The Economic Collapse ) lascia poco spazio all’immaginazione riguardo al contesto finanziario globale e ai numeri che lo muovono.
In un periodo in cui la stabilitа delle banche europee ha attirato l’attenzione dell’intero mercato finanziario, l’esperto ha rilevato come la crisi europea, per quanto identificabile in una nuova e drammatica Grande Depressione, sia solo un componente irrisorio del disastro economico in atto, del quale tuttavia se ne percepisce solo una piccolissima parte.
Le 5 big del mercato implodono di derivati
Tutto origina dagli Stati Uniti e in particolare da quegli istituti definiti “too big too fail”, che nella realtа hanno mostrato come il vero problema, piщ che la “fallibilitа” (arginata tramite aiuti liquidi esterni), sia la pericolositа dell’interconnessione tra banche, ove, saltata una, arriva il collasso dell’intero sistema finanziario.
Le analisi di Micheal Snyder hanno portato alla luce come i 5 piщ grandi istituti finanziari statunitensi abbiano complessivamente all’attivo un totale superiore ai 40 trillion di dollari ciascuno in strumenti derivati, l’equivalente di 40 mila miliardi. Piщ che la cifra in sй, a spaventare и il rapporto tra il totale di questi in confronto al debito statale USA, circa pari ai $17,7 trillion.
Tra le Top Five delle piщ esposte ai derivati risultano: JP Morgan Chase (con 2,5 trillion di attivi e oltre 67 trillion in derivati), Citibank (con 1,9 trillion in Total Assets e circa 60 in derivati), Goldman Sachs (rispettivamente a 0,9 e 54 trillion), Bank of America (con 2,1 trillion attivi e 54 in derivati) e Morgan Stanley (a 0,83 trilion in attivitа e 44 trilion in derivati).
Too big to fail: una favola che non convince piщ
La favola dei derivati non ha mai avuto buon fine: tali strumenti, consistenti in attivitа cartacea dal valore intrinseco nullo, agiscono da rigonfiatori di poste attive, che, detenuti in larga misura, sporcano gli investimenti effettivi tramite scommesse dall’esito incerto.
Il reticolo finanziario mondiale si regge sulle banche e le banche, a loro volta, si reggono su puntate a rialzo e ribasso, senza fondamenti tangibili nй patrimoniali. E’ il classico esempio di una casa costruita in assenza di fondamenta, in cui gli inquilini vivono senza sapere il rischio che corrono.
“Troppo grandi per fallire” o, forse, troppo libere di agire rispetto a regole dettate da loro stesse che, come in ogni oligarchia, hanno potere regolamentare su terzi ma non su di sй. I grandi istituti, attraverso i prodotti derivati traggono enormi profitti, che se da un lato rafforzano i ritorni netti patrimoniali, dall’altro minano la soliditа del patrimonio che, facilmente, puт vedere finire in fumo migliaia di poste attive. E la carta, si sa, brucia molto in fretta.
Poca sostanza e rischio elevato
Da un’indagine condotta dal New York Times, i 5 maggiori istituti finanziari statunitensi “contano circa 280 mila miliardi di dollari in derivati ??sui loro libri contabili”, nonostante le vicende avute luogo nel corso della crisi finanziaria 2008 avrebbe dovuto rendere palese la pericolositа di tale sistema.
Sul fronte politico-sociale, gli scontri internazionali sono progressivamente peggiorati col passare dei mesi, aggiungendo alla giа acuta conflittualitа nelle aree del Medio Oriente, gli scontri aperti con la Russia e il dramma dell’ISIS (con una situazione che, grazie alla mediazione dei mass media, si mantiene ancora ad un livello d’equilibrio precario).
Se in un contesto di instabilitа sistemica simile a quella attuale dovesse scagliarsi sul mercato un nuovo elemento in grado di lanciare l’allarme su piщ livelli, l’evento “ cigno nero ” (sia questo un crollo finanziario, una guerra, un’epidemia o una catastrofe naturale), porterebbe i sistemi operativi informatici delle maggiori banche a non essere in grado di far fronte all’allarmismo generalizzato, che andrebbe ad intaccare immediatamente le attivitа finanziarie, scoprendo il buco sul quale l’architettura economica и stata edificata.

Lehman avrebbe dovuto insegnare…
Snyder riporta alla memoria un estratto di Forbes (riportato anche dal sito ZeroHedge ), il quale, in merito alla crisi dei derivati del 2008, sosteneva: “L’America stava festeggiando: l’economia era in piena espansione, tutti sembravano essere sempre piщ ricchi, anche se i segnali di pericolo erano dappertutto.
Troppi prestiti, investimenti fuori misura, banche affamate, regolatori distratti, politici che proponevano una casa di proprietа anche a chi non poteva permetterselo e analisti a predire tutto questo. Non poteva che finire male”. E continuando: “Quando Lehman Brothers и caduta, il sistema finanziario e l’economia mondiale sono quasi crollate. Perchй? La causa principale non era solo il prestito sconsiderato e l’assunzione eccessiva di rischi. Il problema era la mancanza di trasparenza. Dopo il crollo di Lehman, nessuno riusciva a capire i rischi che comportava la negoziazione di derivati ??e quindi nessuna banca voleva prestare o scambiare con qualsiasi altra banca. Dato che non si sapeva quanto le grandi banche (tutte) erano state coinvolte nel commercio di derivati ??rischiosi, nessuno poteva dire quale potesse essere il prossimo istituto finanziario ad implodere”.

La storia passata non и maestra
Raggelante? Sм, ma solo alla luce di quel che successe in seguito. Il passato dovrebbe essere monito per il futuro, sebbene gli istituti bancari, forse eccessivamente positivi o forse senza altre vie d’uscita, paiono discostarsi ancora una volta dagli insegnamenti che la realtа ha impartito.
A seguito dell’ultima crisi finanziaria, tali concomitanze di eventi sarebbero dovute scomparire, accompagnate da una maggior trasparenza non solo del venduto, ma anche de posseduto.
Il valore dei derivati и cresciuto in maniera esponenziale soprattutto a seguito dello scoppio della bolla dei mutui sub prime, che hanno visto gli istituti finanziari alla disperata ricerca di un modo rapido per rifocillare i propri bilanci: la via che и stata scelta dopo il 2007 (quella di un’ulteriore aumento della voce oggetto dello scandalo) ha rigonfiato il mercato derivato globale portandolo ad oltre 500 miliardi di dollari, diventati oggi complessivamente 710 trillion dollars . Questi, finiti direttamente in capo agli istituti finanziari, riempiono la pancia di Wall Street, la vera incubatrice di quella che, se scoppiasse, diverrebbe la piщ grande disgrazia finanziaria mai verificatasi: la bolla mondiale dei derivati.

Fonte – Trend Online

Lunedм 27 Ottobre 2020 . Giovedм 30 Ottobre 2020 . Venerdм 31 Ottobre 2020
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30 Ottobre 2020 – di Gloria Grigolon
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La Federal Reserve non sarа in grado di uscire dalla sua politica monetaria accomodante senza provocare turbolenze sui mercati finanziari. E’ questa l’opinione di Alan Greenspan, ex Presidente della Federal Reserve statunitense, espressa Mercoledм alla vigilia della decisione sui tassi di interesse.
Nel (Oslo: NEL.OL – notizie) corso di un’apparizione al Council of Foreign Relations di New York, a Greenspan и stato chiesto (in maniera forse provocatoria) se la Fed potrа pianificare un’uscita dal Quantitative Easing e dalle politiche accomodanti statunitensi senza scatenare una nuova crisi.
“Non mi piace la parola crisi” ha dichiarato l’ex Presidente, sottolineando tuttavia come il termine agitazione sia un valido sostituto.
QE? Greenspan lo boccia
Secondo Greenspan NO, non и possibile: gli Stati Uniti sono stati abituati per troppi anni a dipendere dalle dinamiche federali centrali e, assieme ad essi, l’intero costrutto economico si и adattato alla comoditа del supporto esterno. Con un livello di tassi di interesse mantenuti vicino allo zero dal dicembre 2008, i membri della Fed prevedono oggi che si vedrа un rialzo degli stessi nel corso del prossimo anno; a tal proposito, l’ex Presidente, (forse titubante sull’avvenire) ha rifiutato di fare una previsione su quando la Fed agirа nuovamente, sostenendo: “Casi recenti in cui i funzionari della Fed hanno accennato ad uno spostamento verso l’altro dei tassi di interesse, hanno scatenato una significativa volatilitа sui mercati, quindi non c’и motivo di sospettare che l’effettivo processo di crescita che li interesserа avrа influenza diversa”.

Gli obiettivi raggiunti (ma solo in parte)
La Banca Centrale statunitense ha annunciato ieri, Mercoledм 29 ottobre, che l’acquisto di obbligazioni и ormai volto al termine, lasciando trapelare come gli obiettivi prefissati a monte della politica monetaria ultra espansiva siano per lo piщ stati raggiunti. Opinioni divergenti a tal proposito? Greenspan, senza mezzi termini, ha affermato come il Quantitative Easing della Fed (con l’acquisto di Treasury e titoli garantiti da ipoteca) abbia fallito in uno dei suoi obiettivi principali, vale a dire stimolare la domanda, provocando invece un rialzo disordinato delle attivitа finanziarie, dettato dalla necessitа di impiegare un eccesso di moneta troppo consistente.
L’inflazione и “morta annegata” perchй la domanda effettiva и anch’essa “morta annegata”, ha affermato lo stesso, rilevando perт come il QE abbia sortito un “successo formidabile” nell’ottenere tassi reali di rendimento contenuti sulle attivitа a lungo termine, aumentando tutti gli assets a maggiore rapporto rischio/rendimento (in altre parole, l’equity).
“Il Quantitative Easing non и stato un successo sul lato della domanda”, ha proseguito, “perchй le banche sono diventate un semplice parcheggio di liquiditа”. Queste “L’hanno lasciata riposare e appena la domanda ripartirа non bisognerа gioire troppo della ripresa dell’attivitа economica”. “Quando ciт avrа inizio, potrа accadere di tutto, e non tutto avrа buoni risultati”.
Politica monetaria? Un territorio ancora sconosciuto…
Secondo Greenspan la politica monetaria in generale, anche quella intrapresa per 3 volte dalla FED statunitense, и ancora un territorio inesplorato. Lo stesso si и detto preoccupato alla luce del fatto che la “pressione reale” arriverа quando i mercati richiederanno alti tassi da parte della Fed, aggiungendo come la sostenibilitа dell’euro (avvaloratosi oltre misura nel corso del 2020) sia poco affidabile. Secondo l’ex Presidente, senza la piena integrazione politica in Europa, la zona euro potrebbe crollare e, di rimando, portare via un sostegno sul quale gli USA contano da anni.
Come comportarsi dunque di fronte a tale mercato? La passione di Greenspan per l’oro l’ha preceduto anche rispetto alla sua esperienza a capo della FED statunitense ed ora sembra ben intenzionata a tornare: “il Gold”, ha sostenuto Greenspan, “и un buon posto per mettere i soldi in questi giorni, dato che il suo valore come moneta sta al di fuori delle politiche condotte dai Governi”.

Fonte – Trend Online

31 Ottobre 2020 – di Stefano Masa
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