Crisi è la volta degli elettrodomestici

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E se la crisi da coronavirus segnasse la fine del sovranismo?

* IdeeCommento

È presto per dirlo, ma gli elementi sono tutti sul tavolo: dal ritorno dei “competenti” al vedere un destino collettivo oltre confine. Il nemico comune ha bisogno di uno sforzo comune, e con la “movida” proibita per gli statisti del Papeete si annunciano tempi duri

Il mondo vive ore concitate – eufemismo – per quello spettro che si aggira per l’Europa, il cui nome risuona nelle conversazioni pubbliche e private di qualsiasi angolo di mondo, con ogni accento: il coronavirus fa segnare dati sempre più allarmanti, e la psicosi è una prospettiva con cui le nostre vite si trovano a dover fare i conti quotidianamente. In pochi però – data l’urgenza di altre domande – finora si sono chiesti quali saranno le conseguenze di medio o lungo periodo di questa crisi sulla scena politica internazionale. Quel che è certo è che gli effetti saranno sensibili: fino a un momento prima della grande epidemia l’ordine internazionale, pur con un certo grado di imprevedibilità e con le sue new entry, andava in una direzione piuttosto definita. Ma alla fine del contagio? Intanto pare di intravedere già abbastanza elementi per porsi un primo, fondamentale interrogativo: nell’era della lotta al virus, c’è ancora spazio per il sovranismo?

Sì, ciò che state pensando è del tutto vero: in Europa il responso comunitario dell’Ue ha tardato a farsi sentire, e gli stati membri finora hanno proceduto in ordine sparso (“più una cacofonia che un coro”, per usare la formula sintetica del corrispondente del New York Times da Londra Mark Landler), chi imponendo chiusure su tutto il territorio nazionale, come l’Italia, chi sostanzialmente capendo il da farsi, come Germania e Francia. E gli Stati Uniti, di certo, non hanno assunto il ruolo di guida internazionale che tradizionalmente gli compete. È corretto anche pensare alla più immediata fra le obiezioni all’assunto: siamo tutti chiusi in casa, gli stati nazionali sono sigillati, i voli vengono gradualmente bloccati, gli spostamenti sempre più ridotti; se non è una vittoria della chiusura dei confini questa, cosa lo è?

Avete ragione, eccome. Ma provate a pensare al rovescio della medaglia: quel che fino a poco fa è stato un problema eminentemente italiano, diventerà inevitabilmente sempre più un problema europeo. E a un problema europeo non può rispondere con efficacia che l’Europa, come continente: la storia – dalle guerre dell’età classica alla resistenza al nazifascismo negli anni ’40 – ci ha insegnato che un nemico comune unisce i popoli come niente altro; e il nemico comune che stiamo affrontando ha già ampiamente dimostrato di fregarsene del rispetto dei confini, non facendo distinzioni tra porti aperti o chiusi. Se anche nelle prossime ore Francia e Germania non decidessero di inasprire le loro misure di contenimento seguendo l’esempio dell’Italia, rimane indubbio che l’Ue non potrà sottrarsi a un ruolo di coordinamento della gestione della pandemia e soprattutto della fase che seguirà, quando tutto questo sarà finito e qualcosa di simile a un piano Marshall di Bruxelles sembra nell’ordine delle cose per recuperare il terreno perso.

E non parliamo per forza solo di Europa: il coronavirus finora ha colpito 114 paesi del mondo, ed è naturale e scontato che gli sforzi per contenerlo e curarlo siano sovranazionali: in Italia i medici impegnati nella lotta al patogeno sono al lavoro per la compilazione di dataset sui modelli di contagio in grado di aiutare i colleghi di ogni latitudine, come ha raccontato anche il New York Times citando il caso di Raffaele Bruno, primario del reparto malattie infettive al San Matteo di Pavia. E la cooperazione internazionale sarà ulteriormente incoraggiata mano a mano che gli altri paesi si avvicineranno al loro picco di contagi, scoprendo uno stato d’emergenza più o meno simile al nostro.

Senza contare, poi, che questo non sembra un momento particolarmente adatto ai populisti di destra, e per accorgersene basta guardare alle reazioni antitetiche dei leader di due paesi che si trovano nella stessa fase del contagio: Donald Trump e Angela Merkel. Il primo ha interpretato sé stesso, esibendosi in un degradante teatrino che ha prima chiamato il coronavirus “una montatura“, per poi minimizzare spiegando che “un giorno, come per miracolo, i contagi scompariranno” e infine trovarsi, più di recente, a tirare il freno a mano in corsia d’emergenza, dicendo che “i media dovrebbero vedere questo come un momento di unità e forza. Abbiamo un nemico comune, il nemico del mondo, il coronavirus”. Merkel ha scelto una linea molto più sobria e basata sui dati scientifici: ieri ha detto al popolo tedesco che al momento non esiste vaccino per il virus, che l’obiettivo comune dev’essere ritardarne la marcia, e che tantissime persone potrebbero essere contagiate: “L’opinione diffusa fra gli esperti è che tra il 60 e il 70% della popolazione sarà infettata, se la situazione rimane questa”.

La parola competente, da qualche tempo diventata una specie di fantoccio da esibire per il sollazzo di intellettuali quali Daniele Capezzone, sembra tornata drammaticamente di moda: certo, Trump stesso è apparso in una conferenza stampa al Center for Disease Control and Prevention – il centro federale americano che coordina il contenimento delle malattie infettive – mentre diceva compiaciuto “mi piace questa roba. La capisco davvero. La gente si sorprende che sono in grado di comprenderla. Forse ho un talento naturale”, ma il dottor Anthony Fauci, il più grande esperto di contagi d’America, l’ha già rimesso al suo posto: prima smontando la bufala dell’è poco più che un’influenza (ricorda qualcosa? Appunto), poi spiegando in audizione davanti al Congresso che: “Con tutto il rispetto, ho servito sotto sei presidenti diversi, e non ho mai fatto altro che raccontare l’esatta evidenza scientifica e raccomandare politiche basate sui dati scientifici”. Sottinteso: continuerò a farlo, che vada bene o no alla Casa Bianca.

In Italia la situazione appare del tutto assimilabile a quella d’oltreoceano: esperti specializzati in virologia come Roberto Burioni, Ilaria Capua e Massimo Galli sono i volti a cui la nazione si sta rivolgendo per affrontare il momento di crisi, presenze fisse sui giornali e nei talk show, dove hanno gradualmente rimpiazzato i sovranisti (con conseguenze deleterie per questi ultimi: la Lega di Matteo Salvini non è mai stata così poco popolare nei sondaggi). Lo stesso pacato ed elegante fu avvocato del popolo Giuseppe Conte, accostato alle urla sguaiate e alle retoriche incendiarie di certi suoi avversari politici, si riscopre magicamente fit to lead, anzitutto perché equilibrato nelle valutazioni e, apparentemente, in grado di cambiare idea e correggere le sue politiche per rifarsi al parere dei competenti di cui si è attorniato. Ha chiuso l’Italia – attuando la più grande privazione delle libertà personali dai tempi della seconda guerra mondiale – ma è riuscito a farlo nel perimetro di una democrazia liberale, ascoltando il parere delle opposizioni, e dando un volto misurato e parole soppesate alla crisi di questi giorni.

Here’s the coronavirus data, overlayed with the dates offset by the amounts shown. One of these countries is not like the rest. Everyone else will be Italy in 9-14 days time. pic.twitter.com/VESY54X1gP

C’è anche una questione più attinente alla psicologia sociale, che è bene citare. Leggendo un qualunque giornale estero si scopre che molti paesi sono esattamente al punto in cui l’Italia si trovava due settimane fa, come se il coronavirus fosse un temibile cammino da affrontare in fila indiana: milioni di persone oggi nel mondo affrontano la negazione collettiva, il già citato improprio paragone con l’influenza, le varie sfumature degli inviti a ripartire subito, le polemiche politiche sui test e i tamponi. Il nostro paese si trova più avanti sul piano inclinato, ma chiunque può riconoscere in questi report una condizione con cui identificarsi, quasi un destino comune, che trascende i confini degli stati per restituire una volta di più la vera dimensione della lotta all’epidemia. Siamo, in fondo, tutti animali della stessa specie – e possibili ospiti dello stesso virus – come mi ha detto l’autore americano David Quammen. E tutti – dove più, dove meno, per adesso – ci troviamo in città improvvisamente deserte, dove le luci delle finestre illuminano le vie di una resistenza silenziosa.

Nel mondo della chiusura e delle quarantene domiciliari, la società liberale paradossalmente pare più viva e vegeta di come lo era stata negli ultimi tempi. Nei giorni degli assembramenti off limits e della “movida” – il premier Conte stesso, chissà quanto freudianamente, ha usato proprio questa parola – vietata, per gli statisti del Papeete si preannunciano tempi duri.

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Crisi: è la volta degli elettrodomestici

Di Giovanni Giorgetti

Il parallelismo che vorrei evidenziare deve mettere la comunità internazionale contemporanea nella condizione di prepararsi agli eventi negativi che inevitabilmente arrivano periodicamente. Il mondo, così interconnesso, provoca infatti situazioni di possibili crisi e pandemie globali. Più velocemente che in passato. E questo lo è stato tanto nei primi anni del ‘900 e ancor più oggi, nell’era del digitale e delle diffuse relazioni interpersonali.

1920-2020: Spagnola e Covid-19. Ecco il parallelismo.

Due pandemie globali che se nei primi anni del 900 ci portò ad anni di grande sviluppo e alla cosiddetta Età del Jazz; quella attuale è destinata a produrre scenari non prevedibili. Di sicuro è che tutto il globo, per superare Covid-19, sarà coperto da montagne di nuovo denaro in un’economia già caratterizzata da tassi ai minimi. Bolle finanziarie speculative sono quindi alle porte. Ricordiamoci che appena 9 anni dalla fine della Spagnola entrammo nella grande Depressione del ’29! A buon intenditore…

Partiamo dalla pandemia di inizi ‘900.

Gli elementi che trasformarono l’influenza spagnola, tra il 1918 e il 1920, in una catastrofe pandemica, che portò al contagio di cinquecento milioni di persone, furono certamente straordinari: la concomitanza con la fine della Prima guerra mondiale durante la quale milioni di persone vissero ammassate in trincee anguste in condizioni igieniche precarie e il successivo movimento di massa che vide le truppe tornare a casa dopo la fine del conflitto.

Attualmente la situazione è differente. Se qualcosa ci sta insegnando questa vicenda di Covid-19 è quanto il mondo di oggi sia interconnesso e piccolo, quanto la relazione con gli altri, dentro e fuori dai nostri confini, implichi fragilità e inevitabile dipendenza.

E’ proprio l’interdipendenza diffusa che ci rende fragili in casi di emergenza come quello che stiamo vivendo ora, ma allo stesso tempo, in condizioni normali, costituiscono l’infrastruttura immateriale necessaria ai rapidi processi di sviluppo sociale ed economico.

Siamo tutti quindi connessi. E questa è la nostra forza, come comunità globale, sociale, economica e anche politica. Un livello di interdipendenza ormai elevatissimo. Così elevato che basta un niente perché certe prospettive si invertano, letteralmente, nel giro di pochi giorni.

Gli immigrati di ieri sono diventati oggi (paradossalmente) i popoli occidentali contaminati!

Questo livello di connessione ha anche altre conseguenze; tra queste, il fatto che sempre più il nostro comportamento è plasmato da ciò che fanno gli altri.

Siamo condizionati dai comportamenti altrui. Nelle scelte di vita quotidiana e anche in quelle economiche e sociali. Tendiamo ad imparare dai comportamenti degli altri, il più delle volte sotto influenze di cui neanche ci rendiamo conto.
Tutto questo potrebbe anche diventare un importante canale di regolazione delle scelte collettive affinché si producano risultati socialmente auspicabili.

Ecco perché sembrerebbe così difficile rispettare la cosiddetta distanza sociale in periodo di Covid-19. Vedere tante persone in giro a fare esattamente quello che si faceva prima dell’esplosione dell’epidemia può portare a una sottovalutazione del rischio di contagio e quindi ad un aumento delle occasioni di contagio. Del resto, in condizioni normali, tendiamo a preferire un ristorante affollato ad uno vuoto. I due effetti, biologico e psicologico, si inseguono e rafforzano a vicenda.

Ecco quindi la necessaria esigenza della leva della responsabilità individuale. Siamo di fronte a circostanze nelle quali ogni individuo, non solo è responsabile delle proprie azioni e delle conseguenze delle stesse, ma anche, in qualche misura, delle azioni degli altri e delle loro conseguenze.

Essere più responsabili, in questo frangente, può voler dire stare in casa, evitare i contatti, ridurre il rischio di esposizione, ma certamente non può consegnarci all’inazione. Significa sentirsi vicini, anche a distanza, uniti anche nella separazione, solidali anche nella diversità di condizioni.

Dopo appena 9 anni dalla Pandemia della Spagnola ecco arrivare la grande Depressione del 1929.

Alla fine degli anni Venti il mondo sembrava avviato a superare i traumi della Grande Guerra, anche perché i rapporti fra le potenze mondiali attraversavano una fase di distensione.
Ma in questo quadro di apparente stabilità politica e sociale, nel 1929 si abbatté, prima negli Stati Uniti e poi nel mondo intero, una crisi economica tanto imprevista quanto catastrofica destinata a cambiare le sorti del Novecento.

La crisi del 1929 inaugurò il periodo della cosiddetta Grande Depressione e innescò una serie di eventi che portarono alla Seconda Guerra Mondiale.

La crisi del 1929 mise in ginocchio l’economia mondiale per la prima volta nella storia del capitalismo e la storia dell’intero pianeta risulta dunque incomprensibile se non si comprende a pieno l’enorme impatto che la crisi economica ha avuto da lì in poi.
Il periodo iniziale degli anni Venti rappresentava la realizzazione del famoso sogno americano: gli Stati Uniti vivevano un momento di grande prosperità: l’Eta del Jazz.

Quando ormai la Prima Guerra Mondiale era terminata, il dollaro americano era la nuova moneta forte dell’economia mondiale.

Durante gli anni Venti si diffuse il grande fenomeno industriale della produzione in serie che favorì notevolmente un aumento della produttività e del reddito nazionale. Questa nuova espansione industriale portò anche notevoli mutamenti nell’organizzazione della vita quotidiana.

Nasceva la società dei consumi fondata sul debito e sulle rate. A metà degli anni Venti, infatti, tra le strade di New York e Chicago circolavano le famose Ford, una ogni cinque abitanti (in Europa, invece, solo una su ottanta) e l’uso degli elettrodomestici come radio, frigoriferi e aspira polveri si era largamente diffuso nelle famiglie grazie anche alla facilitazione finanziaria della rateizzazione.

La borghesia americana nutriva una profonda fiducia nell’euforia speculativa che regnava a Wall Street. Il diffuso clima di incontenibile euforia speculativa, che aveva teatro a Wall Street sede della Borsa di New York, poggiava su fondamenta assai fragili. Ecco perché la crisi che presto sarebbe seguita fu il più grande terremoto mondiale che i maggiori storici dell’economia abbiano mai registrato sulla scala Richter. Il 24 ottobre del 1929 si registrò la precipitazione del valore dei titoli; il 29 ottobre (29.10.1929) ci fu il crollo definitivo della Borsa di Wall Street.
La crisi economica fu uno degli eventi più disastrosi di quel periodo, secondo solo alla Grande Guerra.

>>Indesit, la crisi in bianco

Quasi 1500 dipendenti in esubero e due stabilimenti italiani che si avviano verso la chiusura. Per cercare di risolvere la crisi della Indesit, che rischia di essere esplosiva, servirebbe un’alleanza con un produttore asiatico e un programma di interventi da parte dei poteri pubblici per sostenere le attività di ricerca e innovazione

La crisi dell’Indesit è un brutto segnale, perché mostra quali grandi difficoltà si frappongano oggi all’opera delle nostre imprese anche in settori che una volta erano all’avanguardia delmade in Italy. L’industria nazionale degli elettrodomestici bianchi è stata in effetti a lungo il principale polo produttivo europeo per tali attività. Comunque, anche dopo tutte le difficoltà degli ultimi anni, il settore impiega ancora oggi 130.000 addetti tra occupati diretti ed indiretti e appare al secondo posto, dopo l’auto, nella classifica delle attività manifatturiere più importanti del nostro paese. Ma esso, come quello dell’auto, è minacciato di una sostanziale estinzione.

I processi di globalizzazione e di evoluzione tecnologica, l’evoluzione dei mercati internazionali, le debolezze e i ritardi delle strategie imprenditoriali nazionali, la mancanza di politiche industriali adeguate alla sfide del presente, si coniugano per ottenere una miscela che potrebbe rivelarsi esplosiva.

Il progetto di ristrutturazione

La notizia che sta sullo sfondo è nota. Qualche settimana fa il gruppo Indesit ha presentato un piano per “la salvaguardia e la razionalizzazione dell’assetto di Indesit Company in Italia”. In tale quadro, l’azienda ha dichiarato che 1425 lavoratori su di un totale di 4300 dipendenti del gruppo in Italia erano in esubero e che due stabilimenti sarebbero perciò stati chiusi. Per affrontare in qualche modo la vertenza, la società marchigiana parla di contratti di solidarietà e contemporaneamente di nuovi investimenti per portare gli stabilimenti nazionali residui all’avanguardia con produzioni di alta gamma.

Indesit ha giustificato le drastiche misure annunciate, tra l’altro, con il fatto che in Italia, dove la società produce il 30% dei suoi elettrodomestici, dal 2007 ad oggi i ricavi sono diminuiti del 25%. Da notare che l’Indesit vende soltanto il 15% della sua produzione nel nostro paese. Per altro verso, l’azienda ha dichiarato che in Italia sarà concentrata la produzione dei modelli a maggiore contenuto tecnologico, mentre verrà trasferita, in particolare in Polonia ed in Turchia, quella dei modelli per la fascia meno elevata. Naturalmente la Borsa ha subito festeggiato per la bella notizia ed il valore del titolo il giorno dopo è aumentato.

Non sono prese in conto nel calcolo degli esuberi le probabili ricadute occupazionali sulla rete di imprese della componentistica, molto importante nel settore e che contribuisce a mantenere un adeguato livello di competitività all’attività delle imprese finali.

Le ragioni della crisi e il mercato degli elettrodomestici bianchi

La Indesit Company è specializzata nella produzione di lavabiancheria, lavastoviglie, frigoriferi, ecc. Essa è la principale realtà nazionale nel settore, con una concentrazione pressoché totale delle vendite e della produzione nel nostro continente.

Il gruppo occupa oggi 16.000 dipendenti, possiede 16 stabilimenti, oltre che in Italia, in Polonia, Regno Unito, Russia, Turchia. Il 27% degli occupati si trova nel nostro paese, il 29% in Russia, il 19% in Polonia, il 15% in Gran Bretagna e Irlanda, il 6% in Turchia.

Il fatturato complessivo è stato nel 2020 pari a 2.886 milioni di euro, sostanzialmente analogo a quello dell’anno precedente. Il risultato economico netto si aggira sui 60 milioni di euro di utili, di nuovo sostanzialmente come nel 2020. Dal punto di vista finanziario l’impresa appare ben capitalizzata e con relativamente pochi debiti. Essa non sembra quindi sulla carta come un’azienda da buttare.

I volumi produttivi del settore nel nostro paese sono stimati a fine 2020 in 14 milioni di pezzi, meno della metà dei 30 milioni raggiunti nel 2002. La pesante riduzione, se dipende in parte dalla saturazione del mercato e dalla crisi, è in relazione anche alla progressiva dislocazione delle fabbriche verso l’Est Europa, alla ricerca di costi più bassi del lavoro e comunque di prossimità ai grandi centri di consumo. I big coreani, Samsung e LG, hanno collocato i loro impianti europei in Polonia, mentre la cinese Haier ha varato uno stabilimento nella Repubblica Ceca. Si teme che gli impianti di altri produttori ora collocati in Italia facciano la stessa fine. Del resto, già adesso nei principali stabilimenti nazionali, oltre che della Indesit, della Electrolux, della Whirlpool, della Candy, i lavoratori usufruiscono da parecchio tempo degli ammortizzatori sociali (Possamai, 2020). Sono in crisi praticamente tutti i distretti di produzione degli elettrodomestici.

Il mercato mondiale è comunque in continuo sviluppo, sia pure con delle oscillazioni congiunturali. Così, secondo una stima, esso è passato dai 130 miliardi di dollari del 2005 ai circa 180 che dovrebbero registrarsi nel 2020. Come in molti altri settori, tale crescita è alimentata per una parte consistente dallo sviluppo dei paesi emergenti, in particolare della Cina. Su di un totale di 490 milioni di pezzi usciti dalle linee nel 2020 a livello globale, le imprese di tale paese sono responsabili per la produzione di circa 250 milioni di unità.

Anche a livello di imprese, alla tradizionale dominazione di quelle statunitensi (Whirlpool, General Electric) ed europee (Bosch, Electrolux), con qualche presenza giapponese (Toshiba), si va sostituendo una crescente penetrazione di quelle coreane (Samsung, LG) e cinesi (Haier), che tendono a conquistare i primi posti nella classifica dei produttori. Va peraltro sottolineato che il maggiore tra essi, la Haier, controlla intorno all’8% del mercato mondiale, che rimane quindi ancora abbastanza frammentato e soggetto a ulteriori processi di accorpamento.

Ad un business tradizionalmente costituito da produttori specialisti su base nazionale e continentale se ne va ora in effetti sostituendo uno in cui sono fortemente presenti imprese molto grandi e molto diversificate, per le quali gli elettrodomestici bianchi rappresentano solo un parte dell’attività totale; le imprese che dominano il mercato hanno poi delle presenze commerciali e produttive su basi mondiali.

Un’azienda come la Samsung nel 2020 dovrebbe ottenere profitti netti complessivi per più di 30 miliardi di dollari, contro un fatturato Indesit di soli 2,8 miliardi di euro ed utili per 60 milioni.

Sui mercati maturi come quello europeo la domanda è eminentemente di sostituzione. Ci troviamo comunque in una situazione con una debole differenziazione di prodotto, con basse barriere all’entrata, con un’offerta frammentata, un forte potere del consumatore. Per sostenere la pressione competitiva, accentuata dalla presenza di un eccesso strutturale di capacità produttiva, i vari gruppi tendono a puntare sul riconoscimento della marca, sull’efficienza energetica, sull’innovazione tecnologica, che porta in particolare ad un crescente contenuto di elettronica, su di un adeguato servizio alla grande distribuzione, nella quale si concentra una fetta crescente delle vendite.

Nei prossimi anni si dovrebbe progressivamente affermare il settore degli elettrodomestici “smart”, caratterizzati da interconnessione, intelligenza, longevità. In ogni caso, appare già oggi evidente una crescente polarizzazione dei prodotti tra quelli “premium” e quelli da primo prezzo.

L’azienda non sembra aver reagito con adeguata forza e tempestività ai mutamenti del mercato che si andavano delineando nell’ultimo periodo e quindi l’attuale situazione della Indesit appare strategicamente molto difficile da governare.

Si registrano delle dimensioni ridotte del gruppo rispetto alla gran parte dei concorrenti principali, una presenza rilevante soltanto in alcuni mercati europei, un suo inserimento in una fascia di mercato non sufficientemente caratterizzata per prodotti “premium”, come invece, ad esempio, la Bosch e la Miele, né, d’altro canto, l’azienda è nota per politiche di prezzo aggressive. Essa per di più non è in grado di presentarsi al mercato con una gamma di produzioni molto diversificata, come diversi grandi produttori asiatici. Questo con l’aggravante di essere collocata in un paese che funziona molto male.

Servirebbe probabilmente un’espansione anche verso altri continenti, una più forte presenza nella fascia alta del mercato – ciò che comporterebbe grandi investimenti sulla qualità, sull’innovazione tecnologica, sulla distribuzione -, mentre sarebbe comunque necessaria una rilevante crescita delle dimensioni aziendali.

Probabilmente l’azienda non potrebbe riuscire a fare tutto questo da sola. Per migliorare la sua collocazione sul mercato sarebbe presumibilmente importante, tra l’altro, l’alleanza con un medio produttore asiatico. Si potrebbero così unire le forze per raggiungere una massa critica sui fronti della ricerca ed innovazione, della diversificazione dei mercati, delle risorse finanziarie.

Naturalmente sarebbe poi necessario un programma di interventi per il settore da parte dei poteri pubblici, che dovrebbe prevedere, oltre che incentivi alla vendita per i prodotti a più elevato livello tecnologico (misura già in parte messa in campo), un forte sostegno alle attività di ricerca e di innovazione, una riduzione del carico contributivo sul costo del lavoro; esso dovrebbe anche incoraggiare una politica di alleanze con altri produttori.

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