Auto nonostante la crisi salgono gli stipendi

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Auto: nonostante la crisi salgono gli stipendi

Il settore delle auto motive è in crisi, il crollo delle vendite e delle immatricolazioni è soltanto il sintomo più evidente di una crisi strutturale delle aziende che sono attive nel settore. Eppure qualche “buona” notizia sembra esserci.

Il settore auto in Europa come in Italia è in crisi, da mesi,anzi potremmo dire anche da anni. Il fatto è che le vendite continuano a scendere e non è solo una questione di Fiat. Anzi, tutto sommato l’azienda torinese, capito con anticipo il tracollo ha operato una mossa strategia: ha affidato a Sergio Marchionne la guida dell’azienda.

L’uomo dai legami vantaggiosi, Sergio Marchionne che ha portato subito a casa un successo interessante: la “fusione con Chrysler”. Questa scelta di americanizzare l’azienda non è che sia stata proprio un successo su tutti i fronti. Il guadagno in termini di management sembra indiscusso ma in termini di fatturato non si può dire lo stesso.

Il gruppo Fiat ha chiuso con profitti di 1 miliardo il 2020 e, ad un anno di distanza, ha chiuso il 2020 con un buco equivalente da un miliardo di euro. La reazione sembra scontata: si faranno dei sacrifici. Tutti ma non Marchionne che tra il 2020 e il 2020 ha visto aumentare del 47,7 per cento il proprio stipendio con il passaggio da 5 a 7,4 milioni di euro di remunerazione.

Come cambiano gli stipendi degli statali

Salgono gli stipendi. Nella manovra, un po’ a sorpresa, è stato inserito un comma che potrebbe comportare aumenti in busta paga, anche consistenti. Una buona notizia? Non proprio. Il punto, infatti, è che del beneficio ne potranno godere solo una parte dei funzionari dei ministeri e della Presidenza del Consiglio dei ministri. Come riporta Il Messaggero, l’articolo 15 della legge di bilancio prevede una “armonizzazione” dei trattamenti accessori dei ministeriali e dei dipendenti di Palazzo Chigi che comporterà una bella spesa per lo Stato. Nella manovra sono stati stanziati 100 milioni di euro. Di questa ingente cifra, 90 sono destinati ai funzionari e gli altri 10 ai dirigenti.

Ma cosa è l’”armonizzazione”? In pratica, l’ultimo contratto firmato dagli statali ha ridotto i comparti di contrattazione a quattro e uno di questo riguarda proprio i ministeriali. Con l’unione dei comparti è emersa una disparità di trattamento tra i vari ministeri per quanto riguarda l’”indennità di amministrazione”, una voce dello stipendio che varia a seconda del ministero in cui si lavora.

Un funzionario di prima area di categoria F1 del ministero della giustizia, ad esempio, gode di una indennità di amministrazione di 308 euro mensili. Un collega che lavora alla Difesa o alla Salute, ne prende soltanto 152. L’obiettivo è quello equiparare l’indennità facendo salire quanti si trovano nei livelli più bassi.

Ma non è tutto. Nell’operazione è stata inserita anche la Presidenza del Consiglio che non fa parte del comparto dei ministeri. C’è anche un altro aspetto da sottolineare. I dipendenti della stessa Presidenza del Consiglio in media già guadagnano più dei ministeriali.

Su questo tema che comporta una spesa per le casse dello Stato non indifferente, non tutti nel governo sono d’accordo. “Sono certo sia uno scherzetto di Halloween”, ha scritto su Facebook il sottosegretario Stefano Buffagni che ha suggerito di impiegare quei soldi in un altro modo: “Cento milioni aggiuntivi per le indennità accessorie dei dirigenti dei Ministeri? Mettiamoli per le imprese per creare nuovi posti di lavoro e per l’ occupazione giovanile!”. Lo stesso Buffagni ha affermato “il M5S si è fatto garante per l’ eliminazione del fondo da 100 milioni per i dirigenti dei ministeri”.

Nella manovra sono stati stanziati anche 15 milioni di euro per armonizzare il trattamento economico dei vigili del fuoco a quello delle altre forze dell’ordine. Previsto anche l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di acquistare soltanto auto ecologiche in misura non inferiore al 50% in occasione del rinnovo dei relativi autoveicoli in dotazione, Da questa norma, però, sono esclusi vigili del fuoco, servizi di ordine e sicurezza pubblica, servizi sociali e sanitari, difesa e forze di polizia.

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CRISI AUTO/Un’altra settimana di cassa integrazione alla Fiat di Melfi

POTENZA – Si allunga il calendario della cassa integrazione alla Fiat di Melfi. L’azienda ha comunicato che si fermerà dal 6 dicembre in poi. A conti fatti, alla Sata a dicembre si lavorerà solo 5 giorni.

28 Novembre 2008

di GIOVANNI RIVELLI

Una settimana in meno. Ancora una settimana in meno. O meglio, la Fiat di Melfi, nel mese di dicembre oramai alle porte, resterà aperta una sola settimana.

Alla lunga catena di cassa integrazione annunciata nel tempo, ieri, se n’è aggiunta altra. Non si lavorerà nemmeno nella settimana dall’8 al 12 dicembre. Sabato sei dicembre, la maggiore fabbrica lucana spegne i motori e conclude in anticipo il 2008. Con la speranza che questo maledetto anno bisestile sia seguito da un 2009 più generoso.

«In conseguenza di questa nuova comunicazione da parte della Fiat – ha detto ieri il segretario regionale della Fiom-Cgil , Giuseppe Cillis, il primo a rilanciare la notizia – lo stabilimento lucano resterà chiuso dal 6 dicembre all’11 gennaio. La Fiat – ha spiegato il sindacalista – ci ha comunicato che, nonostante a Melfi ci sia la produzione del segmento B (la “Grande Punto”), quello con maggior presenza sul mercato, si vede costretta a decidere un’altra settimana di cassa integrazione. Questo – ha aggiunto – accadrà anche per Termini Imerese e per alcune linee di Mirafiori. Insomma, Melfi è ora nelle stesse condizioni di tutti gli altri stabilimenti italiani della Fiat».

Ma il male comune è ben distante da essere un mezzo gaudio. La Fiom chiede «un intervento forte e profondo da parte della Fiat, del Governo nazionale e di quelli delle regioni dove sono presenti gli stabilimenti». La Fim Cisl fa eco. «È evidente – dice il segretario generale lucano Antonio Zenga – che la dimensione della crisi va ben oltre le più pessimistiche previsioni e la contrazione del mercato in tempi di produzione snella just in time si scarica immediatamente sulle fabbriche e sul lavoro. La preoccupazione è doppia – aggiunge – per l’indotto e per le tante aziende del territorio regionale che producono componentistica e che scontano più della stessa Fiat gli effetti della crisi di mercato».

Fiat, insomma, è solo il problema più evidente. Ma non l’unico problema. Quando si parla di oltre 4mila lavoratori interessati, nell’anno in corso, dagli ammortizzatori sociali straordinari (in Fiat siamo alla cassa integrazione ordinaria), il problema è evidentemente più grande. Lo sanno bene i sindacati che (quasi in parallelo a Confindustria) in incalzano la giunta regionale per avere risposte in tempi stretti a partire dalla legge Finanziaria e hanno chiesto di «di accelerare l’utilizzo delle risorse in capo ai dipartimenti regionali e la cantierizzazione delle opere infrastrutturali e pubbliche».

I segretari generali della Basilicata di Cgil, Cisl e Uil (Antonio Pepe, Roberto Falotico e Michele Delicio) hanno sottolineato «il momento delicatissimo nel quale vivono lavoratori e pensionati lucani per la crisi economica», sostenendo «la necessità di ampliare il sostegno al reddito a partire dalla cittadinanza solidale, intervenendo sui redditi da lavoro ormai falcidiati da cassa integrazione e mobilità» chiedendo, tra l’altro, «il proseguimento della stabilizzazione dei lavoratori precari di Regione ed enti sub-regionali».

Rispetto alle tante situazioni di difficoltà che attraversano il sistema produttivo regionale, insomma, i lavoratori Fiat corrono quasi il «rischio» di essere considerati «fortunati». Nonostante gli stipendi «falcidiati» dalla cassa integrazione. Nonostante le circa cento giornate lavorative «bloccate» in un anno, quasi una su due in un tempo di lavoro normale.

Per loro mille difficoltà, ma la certezza che un posto di lavoro c’è e quando la crisi «globale» sarà passata sapranno da dove ricominciare. Per molti altri non c’è nemmeno questo.

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