Ancora rischio default per l’Italia

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L’Italia è davvero a rischio default?

L’ex ministro e banchiere Jim O’Neill spiega che cosa sta succedendo sul Financial News

22 Ottobre 2020 alle 11:49

Il direttore di Chatham Hose ed ex ministro del Tesoro britannico Jim O’Neill (Foto Wikipedia)

“Ho un affetto speciale per l’Italia, perché è stata il primo paese che ho studiato quando, nel 1982, sono entrato nel mondo della finanza”, scrive Jim O’Neill, ex presidente di Goldman Sachs Asset Management ed ex ministro del Tesoro britannico, oggi presidente di Chatham House. “All’epoca lavoravo per una grande banca americana e ricordo ancora le discussioni sul rapporto debito-pil dell’Italia. La domanda nella mente di tutti era: quando il paese sarebbe stato inadempiente; ma non è mai successo. Ora che il governo italiano sembra pronto per una situazione di stallo con la Ue, non sarebbe sorprendente se riemergessero le preoccupazioni per un default.

Da lungo tempo l’Italia ha avuto una scarsa produttività per gli standard europei e ciò si è tradotto in una crescita tendenziale relativamente bassa nei decenni precedenti l’euro. Ci sono alcuni che ora rimpiangono i giorni in cui la lira poteva essere indebolita per ripristinare la crescita. Non è più un’opzione. Tuttavia, i principali partiti politici che hanno governato l’Italia fino a oggi non hanno prodotto la crescita del pil di cui il paese ha bisogno. Ciò di cui l’Italia ha bisogno è un ampio programma di riforme strutturali per migliorare la produttività. Questo è l’unico modo per ottenere un più alto tasso di crescita a lungo termine, visti i dati demografici del paese. Da parte sua, la Ue dovrebbe fare di più per aiutare l’Italia a compiere i passi difficili di cui ha bisogno.

La Commissione europea, la Banca centrale europea e il governo tedesco hanno commesso un errore insistendo sulla rigida applicazione del patto di stabilità e crescita della Ue. Sebbene alcuni paesi siano stati autorizzati a violare il deficit durante i periodi di difficoltà, l’Italia non lo ha quasi mai ottenuto a causa dei suoi alti livelli di debito. Tuttavia, come mostra l’esperienza del Belgio e del Giappone, l’alto debito pubblico può essere ridotto solo attraverso una crescita economica sostenuta. Alcune riforme volte ad aumentare la produttività a lungo termine possono effettivamente ridurre la crescita a breve termine. Un altro problema riguarda la politica monetaria. La Bce potrebbe essere più di larghe vedute su come perseguire l’obiettivo di una inflazione di poco inferiore al 2 per cento.

Questo lascia l’Italia bloccata in uno stato di bassa inflazione, anche quando potrebbe trarre beneficio da ulteriori stimoli di politica monetaria. In queste condizioni, le autorità della Ue farebbero bene a non opporsi troppo aggressivamente agli attuali piani del governo italiano. Se i liberali tradizionali sono preoccupati per le implicazioni di un governo populista eletto democraticamente, allora dovrebbero preoccuparsi ancora di più su cosa potrebbe accadere se le circostanze economiche peggiorassero. In questa fase, l’Italia ha bisogno di una crescita del pil più forte, chiara e semplice. Coloro che hanno il potere di stabilire e applicare le regole fiscali e monetarie della Ue sanno bene che la zona euro non potrebbe sopravvivere a una crisi di stampo greco in Italia”.

Rischio Default Italia: Ultime News

Articolo aggiornato il 9 ottobre 2020

Perché l’Italia è a Rischio Default

La legge di stabilità 2020 impone seri rischi al nostro Paese. Le misure promesse in campagna elettorale dai partiti di maggioranza (superamento della legge Fornero e erogazione del reddito di cittadinanza) rischiano di portare il rapporto deficit/Pil al 2,40%. Oltre a rendere più difficoltosa la riduzione del debito, essa è una palese violazione al Patto di Stabilità europeo.

L’arroganza con cui esponenti del governo trattano l’Europa non fa altro che creare dell’acredine tra il nostro Paese e gli organi di governo comunitario. Con un debito pubblico così elevato non siamo nella condizione di dettare regole a nessuno, così come non lo è una famiglia sovra indebitata che pretende di “battere i pugni” sul tavolo dei banchieri che la finanziano.

Fino ad oggi lo “scudo” di protezione attivato dalla BCE (il quantitative easing) ha tenuto lo spread sotto controllo, ma l’avvicinarsi del termine del piano insieme alla forza travolgente dei mercati, stanno mettendo a dura prova la tenuta dei conti pubblici.

Banche a Rischio Fallimento Italia

Dopo la crisi del debito del 2020, le banche hanno iniziato a investire massicciamente nei BTP e nei titoli del debito italiano. Questo fenomeno ha avuto due effetti sul sistema economico.

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In primo luogo ha drenato risorse finanziarie destinate all’economia reale, perché le banche invece di prestare soldi alle imprese acquistavano BTP. In secondo luogo si è venuto a creare un pericoloso incesto in virtù del quale un ribasso dei BTP si traduce in una svalutazione del capitale proprio degli istituti. Ciò implica un peggioramento dei ratio patrimoniali che la BCE tiene sotto controllo per valutare la solidità delle aziende di credito.

Va da sé che le banche più a rischio sono quelle che in pancia hanno la maggiore quantità di titoli di debito. Ad oggi la situazione è sotto controllo, ma un eventuale default dell’Italia implicherebbe quasi automaticamente il fallimento delle banche, che vedrebbero azzerarsi o ridursi il valore delle loro partecipazioni in titoli di Stato.

Un Default “Economico”

Il rapporto debito/Pil è arrivato a quota 132%. Il Governo sostiene che le misure volte a stimolare la crescita ridurranno questo rapporto grazie all’aumento del denominatore: la crescita. Di diverso avviso sono il Fondo Monetario Internazionale e altri istituti di ricerca che stimano una crescita economica inferiore a quella prevista dall’organo politico.

L’Italia è a rischio fallimento nella misura in cui si è venuto a creare una “schema di Ponzi” naturale che richiede che ci siano creditori disposti a rinnovare i BTP in scadenza, prorogando così il problema della liquidità in un futuro più o meno prossimo. Se i timori di default dell’Italia diventassero più concreti per i mercati, i rubinetti della liquidità si chiuderebbero. Ci troveremmo quindi di fronte a quella che gli economisti chiamano “aspettativa auto-realizzante” che conduce proprio a ciò che temiamo.

Nel mondo l’economia sta rallentando, mentre il prezzo del petrolio e la guerra commerciale fanno sentire i loro effetti. Qualora arrivasse una recessione ci sarebbe bisogno di risorse pubbliche per tirare il sistema fuori dalle secche, come accadde nel 2008 con i salvataggi delle banche. Peccato che l’Italia con il debito pubblico che ha sulle spalle non sia nelle condizioni di reggere.

La prossima crisi, probabilmente, sarà peggio di quella del 2008.

Cosa Fare per Annullare i Rischi del Default dell’Italia

Investire in BTP nel 2020 era un sicuro affare. Oggi potrebbe esserlo ancora, con il decennale che rende più del 3%, ma i rischi sono maggiori rispetto a sette anni fa. Il rialzo dei tassi negli Usa ha portato il rendimenti dei Treasury oltre il 3%. Gli investitori globali possono scegliere se comprare “carta” italiana che presenta indubbi rischi, oppure investire nei più sicuri buoni del Tesoro statunitensi.

Ecco tre mosse per scongiurare l’ipotesi di un default dell’Italia, e le sue conseguenze sui tuoi investimenti. Le mosse sono graduate sulla base della tua paura. La prima è per chi dà quasi per certo il default del Paese, le altre due per chi è meno intimorito.

Investire Fuori dall’Euro

Non ci sono dubbi sul fatto che l’Italia sia troppo grande per fallire. Forse è proprio questa consapevolezza che ha spinto i nostri governanti verso la linea dura contro l’Europa. Se temi che l’Italia sia davvero ad un passo dal baratro, la cosa migliore da fare consiste nell’aprire un conto presso una banca extra comunitaria e trasferire titoli e liquidi presso quell’istituto. Il conto e i titoli ad esso collegati dovranno essere investiti in valute non euro, per evitare che un eventuale default dell’Italia si trasmetta all’Euro, decretandone la fine.

Investire in Italia, ma Fuori dal Paese

Se sei preoccupato ma non spaventato, la cosa migliore che puoi fare è usare la tua banca in Italia per comprare strumenti finanziari esteri. Ad esempio puoi creare un portafoglio investimenti completamente al di fuori dello Stato, usando ETF e prodotti a vocazione internazionale. In questo modo la turbolenza che colpisce l’Italia non si trasmetterà al tuo portafoglio.

Ridurre il Peso dei BTP

Se sei convinto che l’Italia stia attraversando una bufera passeggera, limitati a ridurre il peso dei BTP in portafoglio, ma solo se la quota che hai impiegato in questi strumenti è “rilevante” per te. Al contrario se non hai BTP, potresti pensare di comprarne un po’, in un’ottica contrarian, se ritieni che il rendimento offerto nella bufera dello spread sia soddisfacente.

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Italia rischio default: è un rischio concreto?

Da qualche mese è iniziato un braccio di ferro tra Europa ed Italia sulla Manovra per il 2020. La Commissione Europea ha bocciato la manovra, invitando l’Italia a presentarne una nuova entro tre settimane.

Inoltre, qualche settimana fa è arrivato il downgrade di Moody’s.

Naturalmente, lo spread è tornato a crescere ed ora è sopra il 3%. Questo vuol dire che un decennale italiano rende tre punti in più dell’equivalente tedesco.

Molti risparmiatori si stanno chiedendo se questo non significhi un rischio default Italia. C’è veramente questo rischio? Veramente l’Italia rischia il default?

Italia rischio default? I fondamentali economici.

Per prima cosa, occorre chiarire i fondamentali economici del Paese. Perché al contrario di quello che molti pensano, l’Italia non ha fondamentali economici così negativi.

In primo luogo, in termini di finanze pubbliche l’Italia è in avanzo primario più o meno da ben 27 anni (salvo qualche anno di piccolo disavanzo). Cioè, lo stato italiano incassa più di quanto spende al netto degli interessi sul debito.

Anche un Paese virtuoso come la Germania non si avvicina minimamente a questo risultato. Dal 1996 ad oggi l’Italia ha prodotto un avanzo primario sul PIL del 2% medio, mentre la Germania solo dello 0,70%.

Dal punto di vista della finanza pubblica, quindi, l’Italia è il Paese più virtuoso d’Europa.

Quindi, dall’avanzo primario passiamo al saldo commerciale. La bilancia commerciale italiana ha chiuso il 2020 con un attivo di 47,5 miliardi di euro. Si tratta del terzo surplus commerciale dopo quello di Germania e Olanda.

Questo vuol dire che l’Italia incassa dall’estero più di quanto spende. Se, quindi, non fossimo nell’euro e avessimo una valuta nazionale, comunque l’Italia non andrebbe in deficit di valuta estera. Anzi, affluirebbe più valuta estera di quanta se ne spenderebbe.

Anche questo è un indicatore particolarmente importante. Anzi, uno dei più importanti. Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Regno Unito, tanto per citarne alcuni, hanno tutti saldi commerciali negativi.

Italia rischio default: quali sono i problemi italiani?

Quindi, quali sono i problemi del nostro Paese che fanno pensare al default a qualche risparmiatore?

Possiamo riassumerli in 3 elementi:

  1. Debito Pubblico
  2. Crescita
  3. Competitività

Sul primo aspetto, sappiamo bene che il nostro Paese ha uno dei più elevati debiti pubblici in Europa (e non solo). Ma questo è un problema con cui siamo entrati nell’euro e tutti sapevano di questo “fardello”. C’è da considerare che negli ultimi 15-20 anni pochissimi Paesi hanno ridotto il debito pubblico. Anzi, praticamente ovunque il debito è salito. Pensare di ridurre il debito pubblico nel lungo termine è più un’utopia che una realtà.

Del resto, se cresce la ricchezza privata entro certi limiti l’aumento del debito pubblico non è un problema così grave. Basta guardare i casi recenti di USA e Giappone.

L’Italia da questo punto di vista è, ancora una volta, uno dei Paesi più virtuosi. Dall’ingresso nell’euro, il nostro rapporto debito/PIL è uno di quelli cresciuti meno in assoluto. Il problema è che noi, con l’ingresso nell’euro, abbiamo trasformato un debito pubblico in lire, quindi in una valuta gestita dalla nostra Banca Centrale, in un debito in valuta estera non più sotto il nostro controllo. Non è una cosa da poco.

Per quanto riguarda la crescita, questo è uno dei problemi su cui ci sono maggiori dubbi sui lettori della Manovra 2020. E’ quasi unanime l’idea che le previsioni di crescita dell’Italia siano troppo ottimiste. Forse è vero, perché questa manovra in effetti non incide particolarmente su elementi che stimolano la crescita e cioè investimenti e taglio delle tasse. Molto si punta sul fatto che il Reddito di Cittadinanza riesca a stimolare una domanda interna aggiuntiva. Ma probabilmente non è abbastanza.

L’Italia è stata infatti uno dei Paesi a minor crescita negli ultimi 20 anni. Questo è il rovescio del robusto avanzo primario. Questo, infatti, significa drenare risorse dal privato al pubblico. Quindi va ad impattare su investimenti provati e domanda interna. E il surplus pubblico è stato usato principalmente per pagare gli interessi e contenere il debito.

Infine, c’è la competitività. Su questo, spendiamo qualche parola in più.

Perché l’Italia ha un problema di competitività

Intanto, diciamo subito che l’Italia è mediamente competitiva sia in Europa, sia nel mondo. Altrimenti non avrebbe un avanzo commerciale come quello attuale. Ovviamente, è meno competitva della Germania e di qualche altro Paese. Inoltre, il Paese pur essendo mediamente competitivo potrebbe esserlo ancora di più.

Su questo, occorre ricordare quanto scritto nel 1996 dal grande economista Rudi Dornbusch nella sua critica alla moneta unica che stava arrivando:

“Se il tasso di cambio nominale non può cambiare, per equilibrio il tasso reale deve cambiare. Aspettatevi che siano salari e prezzi a fare il lavoro.

[…] La critica più grave alla UEM è che abbandonando gli aggiustamenti dei tassi di cambio viene trasferito al mercato del lavoro il compito di regolare la competitività e i prezzi relativi. Senza flessibilità salariale, il processo di aggiustamento è vanificato; predomineranno le perdite di produzione e di occupazione”

Insomma, altro che tagliare la spesa pubblica e le inefficienze! Se l’Italia vuole diventare più competitiva dovrebbe tagliare i salasi (tutti).

Il taglio della spesa pubblica e altre fantasia sono, appunto, fantasie. Forse valeva negli anni ’90, ma oggi l’Italia ha una spesa pubblica pro-capite di 13.350 euro circa. Sopra la media, ma non troppo. Quella inglese, per dire, si posiziona a 14.600 euro, quella francese è molto più alta. Certo, la spesa andrebbe riqualificata. Troppa poca spesa in istruzione e ricerca, troppa spesa “discutibile”. Ma si tratta appunto di riqualificare, non certo di tagliare.

Insomma, se si vuole diventare più competitivi, occorrerebbe tagliare i salari. Ma è interessante capire come si è arrivati a questo e ancora una volta dobbiamo ritornare agli anni ’90, subito prima della convergenza monetaria.

Competitività, un errore degli anni ’90

Dopo la crisi del ’92, l’Italia svaluto la lira nei confronti del marco e dell’ECU (un proxy dell’euro prima dell’entrata in vigore). Da 786 lire per un marco e 1.587 lire per un ECU del ’92, nel 1995 si arrivò a 1.139 lire per un marco e 2.131 sull’ECU. Con queste nuove parità, l’Italia ritrovò competitività, le sue esportazioni esplosero di nuovo, il PIL tornò a crescere e le finanze pubbliche tornarono relativamente sotto controllo.

Quindi, nel 1996-1997, alla vigilia della fissazione delle parità, avvenne una rivalutazione della lira. L’ECU dai massimi del 1995 si portò al famoso 1.936,27 (-9,2% circa), mentre il marco si portò a 990 lire (-13%). Stranamente, una valuta debole come la lira che spesso si svalutava si rivalutò proprio prima dell’euro. Il marco, invece, fece l’esatto contrario.

Recentemente, il FMI ha individuato per l’Italia un euro troppo forte del 9% e una Germania troppo forte del 20%. Come puoi vedere, l’euro ha una sopravvalutazione esattamente pari a quella della famosa rivalutazione pre-euro del 1996/1997. La Germania è diventata ancora più competitiva, onore a loro, ma quella rivalutazione del 13% degli anni ’90 non era corretta. Insomma, il cambio corretto dell’Italia era quello del 1995, non quello del 1996/1997. Da quando siamo entrati nell’euro, l’Italia non ha perso competitività con gli altri Paesi. Semplicemente siamo entrati troppo poco competitivi.

Italia rischio default: è un rischio concreto?

Esiste quindi un rischio default per l’Italia? Dai fondamentali economici no.

Con un’Europa diversa l’Italia può tranquillamente stare in Europa e starci tra i “grandi” dal punto di vista economico. I paragoni con Grecia e Portogallo, persino con la Spagna, sono del tutto fuori luogo.

Comunque, la politica e gli interessi particolari sono spesso in grado di far naufragare tutto. Quindi, non si può escludere nulla. Ma da un punto di vista dell’investitore che rischi ci sono veramente?

Oggi un BTP rende il 3% in più rispetto ad un Bund. Questo vuol dire che in 10 anni un investitore in BTP ottiene ben il 30% in più.

Pertanto, se ci fosse un haircut o una svalutazione del 30% comunque il risultato sarebbe simile a quello di un investimento in un Bund.

Al di là della probabilità di un evento simile, non proprio probabile, poco sopra ti ho appena spiegato che l’Italia non avrebbe affatto bisogno di una svalutazione del 30% sull’euro. Una 10% gli darebbe una grossa competitività con il resto d’Europa. Una del 20% la renderebbe competitiva come la Germania (che fa oltre 240 miliardi di euro di surplus commerciale). Ancora, un haircut del 20% restando nell’euro porterebbe il nostro Paese ad un debito/PIL simile a quello francese.

Da questo punto di vista, oggi un BTP sembra avere una buona combinazione rischio/rendimento. Natualmente, non ci sono certezze assolute.

Riassumento, Italia rischio default? Non lo ritengo probabile. Ma in ogni caso, mi sembra che attualmente questo rischio sia ben pagato dal mercato.

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